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La guerra è “finita”, le guerre non sono morte
Letture e riletture. Un giorno del ’900, a Hiroshima, la “guerra è finita”, ma “le guerre non sono morte” e oggi prosperano nella forma di stati di violenza molecolari, diffusi, ineluttabili. Questa è la ragione dell’inadeguatezza dell’attuale ordinamento internazionale che, abbandonato il posto di comando, insegue il caos. Le nuove guerre non sono la continuazione della politica con altri mezzi. Viviamo, nell’epoca della potenza sfrenata della tecno-economia, idolo sul cui altare assistiamo al diffondersi di indicibili massacri nei più diversi angoli della Terra: guerre totalmente impolitiche.
La guerra è finita: questo grido liberatorio, di benefica illusione, non ci è più dato. E più Trump lo scrive sui suoi post, tanto meno questo grido liberatorio del passato lo sentiamo come possibile, vero, autentico. Affinché una guerra finisca è necessario che sia cominciata, che ci sia stato un tempo della guerra, che qualcuno abbia vinto, che qualcuno sia stato sconfitto, che qualcuno si sia arreso, che si sia aperto un tempo della tregua e della pacificazione. Viviamo, invece, tempi in cui la guerra non è ufficialmente mai cominciata, se non nella forma di qualche speciale e apocalittica operazione dai nomi più o meno hollywoodiani, più o meno apocalittici. Ma qualcosa che non comincia mai è una cosa che non è nata, che non è tra noi. In questo particolare senso, la guerra è finita. Molte, in giro, le dottrine e le strategie della guerra: sfogliare in rete le riviste specializzate, per credere. Nessun pensiero sulla guerra: recarsi in libreria, per credere. Perché, se non hai un pensiero sulla morte, non hai un pensiero all’altezza di quella che è la più grande delle tragedie umane per coloro che ne fanno concretamente esperienza. Così la guerra, nell’immaginario di coloro che la guardano — come noi — da lontano, diventa solo una, tra le tante, “pratiche” da sbrigare. E per sbrigare una pratica non hai bisogno di un pensiero: la fai meccanicamente e burocraticamente. È qualcosa da cui liberarti, è qualcosa da cancellare, a cui “non pensare”, da non prendere seriamente e di cui ti accorgi, con fastidio e “indignazione”, solo quando sei alla pompa del carburante. Guerra finita e infinita, allo stesso tempo, come tutte le “pratiche”.
La “guerra è morta” a Hiroshima
L’ultimo grande, paradossale, pensiero sulla morte e sulla guerra lo dobbiamo, paradossalmente, a un militare. Alcuni decenni dopo la capitolazione del Giappone, il generale Claude Le Borgne scrive che «la guerra è morta a Hiroshima» il 6 agosto 1945, il giorno in cui viene sganciata la prima bomba atomica (C. Le Borgne, La guerre est morte… mais on ne le sait pas encore, Grasset, 1987). Nel clima della guerra fredda, la provocazione/profezia del generale francese corrispondeva a due sentimenti: uno di angosciante paura, l’altro di rassicurante speranza. La paura che nessuna guerra limitata fosse possibile tra le due superpotenze nucleari dell’epoca, una volta che a ciascuna di esse bastava schiacciare un bottone per avere definitivamente ragione del nemico. La speranza che l’abisso di un’apocalisse planetaria avrebbe trattenuto i detentori del fuoco nucleare dallo schiacciare il bottone.
Annichilimento
Due sentimenti diversi, opposti, che, tuttavia, segnano un unico, cruciale passaggio. Dopo Hiroshima la guerra perde il suo essere mezzo per uno scopo. Non solo nel senso della possibilità di essere regolata e governata (L. Alfieri, René Girard e l’“estremo” della guerra, in https://www.cosmopolisonline.it/articolo.php?numero=XIV122017&id=1), ma, ancora più nel profondo, nel senso che i suoi effetti sono talmente superiori a qualsivoglia scopo che la “semplice” uccisione dell’altro non soddisfa più l’“eterna” aspirazione di una vittoria all’altezza dell’umana tragedia della mortalità. Di fronte ai vincitori non ci sono più cadaveri e prigionieri cui mostrare lo spettacolo della propria sopravvivenza — della propria “immortalità” — ma solo nemici annientati. Guerra sino al loro annichilimento, sino alla fine, sino in fondo, senza fondo. Ma anche morte della guerra, perché da questo momento — dal giorno in cui viene sganciata la bomba atomica su Hiroshima — l’effetto della guerra è ufficialmente di natura metafisica, non trattandosi di una creatio ex nihilo ma di una tragica reductio ad nihilum (G. Anders [1956], Die Antiquiertheit des Menschen, trad. it. L’uomo è antiquato. II. Sulla distruzione della vita nell’epoca della terza rivoluzione industriale, Bollati Boringhieri, 2007, p. 376). E, se il gioco lo richiede, se mi va (The Donald), di totale azzeramento e distruzione di una civiltà. Al pari di quelle «operazioni di saccheggio delle ricchezze naturali e di sfruttamento delle popolazioni» che sono state le guerre coloniali, occidentali, europee (F. Gros, Perché la guerra, nottetempo, 2024, p. 21).
Guerre totalitarie
Tutto quello che avviene dopo Hiroshima — la lunga serie di sanguinosi conflitti degli ultimi settant’anni — è, hegelianamente, “cronaca”. Quali che siano i nomi, più o meno metaforici, che vengono utilizzati per rappresentare le “nuove guerre”. E per legittimarle moralmente: guerre difensive, punitrici, salvatrici, giuste, missioni civilizzatrici, guerre preventive. Tutte guerre totalitarie. E non solo quelle che scandiscono l’epoca della guerra fredda e, ancor di più, l’epoca della guerra globale al terrore. Nessuna guerra si svolge più secondo qualsivoglia “regola” e “protocollo”. Non ce n’è bisogno: la loro posta in gioco è l’annientamento del nemico dipinto come un criminale. E ai criminali non si fa la guerra: li si annienta. Perché, come in certi videogiochi (https://www.lafionda.org/2026/03/15/il-benpensante-il-giocatore-elayatollah/), non di guerra vera e propria si tratta ma di uno scontro dell’umanità contro l’inumanità. E, quindi, di guerre infinite, senza fini espressamente dichiarati, di guerre senza fine.
Guerre ovunque, in ogni momento, guerre impolitiche
Questo essere tutte le guerre contemporanee senza “fine” è la radice più profonda dell’impotenza dell’attuale ordinamento internazionale a prevenirne l’insorgenza, governarne le forme, civilizzarne gli svolgimenti. Prima ne prenderemo atto, prima ci libereremo dei lamenti sul “dover essere” della morale e del diritto. Prima la discussione sull’indispensabile riforma e riscrittura della costituzione globale e delle costituzioni domestiche sarà messa sui giusti binari.
È venuto il tempo di guardare in faccia l’inquietante verità delle nuove guerre seguite alla fine del bipolarismo: guerre di un tempo impolitico. Primo. La guerra è ovunque. Non c’è (più) luogo immune da violenza e caos. Secondo. La guerra è in ogni momento. È guerra infinita: non c’è più un tempo della guerra e un tempo della pace. Terzo. La guerra è sino in fondo e senza fondo. È guerra di annientamento, è guerra senza regole: il nemico annientato risorge sempre.
A monte dello scatenamento di guerre sempre più “ineguali” e “asimmetriche” — senza luogo, senza tempo, senza regola — v’è la dissoluzione, nella società internazionale, non solo della reciprocità tecnico-militare ma, più in profondità, del reciproco riconoscimento giuridico-antropologico tra nemici che, sia pur tra “dimenticanze” e sospensioni, non era mai venuto del tutto meno nel corso dell’epoca moderna. Questa forma di reciprocità era concepita talvolta come mera possibilità della geopolitica della potenza (approcci realisti), talvolta come ideale regolativo (pacifismo giuridico kantiano e pacifismo istituzionale) o, nel secondo dopoguerra, come fatto materiale dell’equilibrio tra potenze che, pur rivali, non avevano del tutto dimenticato che la potenza dovesse comunque essere diretta dalla politica. Oggi, viceversa, gli stati di violenza diffusa sono diventati sempre più la prima pelle del mondo, nei rapporti tra i popoli e all’interno di essi. Per questa ragione la guerra è finita e, allo stesso tempo, le guerre sono tutt’altro che morte.
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