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Verso il 25 aprile


21 Apr , 2026|
| 2026 | Sassi nello stagno

Siamo tutti antifascisti

Con l’approssimarsi delle manifestazioni per la Festa della Liberazione, mi diventa urgente una riflessione su ciò che, ancora una volta, saremo costretti a vedere alla parata della politica italiana, che stancamente ancora si atteggia da antifascista.

Sulla passerella più antifascista dell’anno sfileranno tutti i rappresentanti delle Istituzioni, nessuno escluso: il governo insieme alle opposizioni.

Soprattutto le opposizioni, e vieppiù quest’anno gongolanti per essersi attribuite, nell’ennesimo trionfo delle falsità, la vittoria al referendum costituzionale del mese scorso, fingendo di non comprendere come, in realtà, la vittoria del no sia avvenuta non per meriti di PD e clienti, ma, al contrario, nonostante la loro presenza propagandistica nell’agone referendario, dandoci così una nuova e chiarissima chiave di lettura delle ragioni dell’abbandono, da qualche anno a questa parte, della strada che conduce in Italia alle urne elettorali.

Chiedermi ancora però, anche quest’anno, quale sia il livello di ipocrisia con il quale partecipino alla kermesse, sebbene nei modi più fantasiosi e dichiarandosi di fatto antifascisti, il Presidente del Senato della Repubblica e, come lui, i suoi degni colleghi che da sempre inneggiano al fascismo, è ormai un esercizio diventato davvero troppo ozioso.

Trovo molto più interessante, semmai, domandarmi cosa sia il fascismo nella storia d’Italia, cosa rappresenti l’antifascismo oggi, e soprattutto cosa abbia ancora a che fare con esso una certa rappresentanza politica, quella che ci racconta essere l’erede della grande tradizione della Sinistra italiana e che, per quel giorno, toglierà il tailleur firmato e metterà, non senza un velato e imbarazzato disagio, la maglietta col ritratto di Che Guevara.

Fascismo e residui di fascismo

Bisogna sempre riferirsi ai propri Padri per comprendere e rimettere un po’ di ordine in un contesto di realtà che a volte pare sfuggente; tento così di trovare una sintesi antropologica, svincolata dalla storiografia, dell’essenza del fenomeno fascista, nel pensiero di tre grandi pensatori.

Erano gli anni in cui il fascismo si guardava da vicino e Antonio Gramsci lo descriveva come lo strumento con il quale il capitalismo cercava di mantenere un ordine sociale che gli consentisse di sopravvivere in un contesto di crisi strutturale, operando una “Rivoluzione passiva”, cioè coinvolgendo le masse non in una reale partecipazione democratica, ma in passioni e odii sommariamente ideali e di segno autoritario e violento¹.

Fu “[…] una grande farsa – come voleva Giuseppe Dossetti – accompagnata da una grande diseducazione del nostro Paese e del nostro popolo, assieme all’impressione di un grande inganno, anche se seguito certamente con illusione da una maggioranza, che però sempre più si lasciava ingannare e fuorviare […]”².

Infine, ricordo Pier Paolo Pasolini che, nel 1962, in una Italia che ancora produceva ricchezza e che ancora si illudeva sulla possibilità di un benessere distribuito, ci ammoniva così: “[…] è cedimento morale, complicità con la manipolazione artificiale delle idee con cui il neocapitalismo sta formando il suo nuovo potere”. […] “L’Italia sta marcendo in un benessere che è egoismo, stupidità, incultura, pettegolezzo, moralismo, coazione, conformismo: prestarsi in qualche modo a contribuire a questa marcescenza è, ora, il fascismo […]”³.

Ecco che, spogliato di ogni costruzione retorica, nostalgica e storica, del fascismo non rimane niente, se non un’odissea umana attraverso il dolore e il regresso della civiltà. Perché niente era:

farsa, diseducazione, inganno, amoralità e moralismo, egoismo, pettegolezzo, coazione, conformismo; questo era il fascismo, come lo è oggi, ovunque si riproponga.

In altre parole, il fascismo era e resta un atteggiamento di servile pigrizia intellettuale e di vigliaccheria che conduce all’utilizzo libero della violenza, non necessariamente fisica, ma intesa anche solo come coazione e sopraffazione, nella certezza dell’impunità personale.

Però attenzione: il fascismo non è né un’idea politica, né uno dei due termini dello scontro eterno tra le classi sociali; quello è riservato al Capitale da una parte e alla Classe lavoratrice dall’altra.

Il fascismo era e rimane, per dirla ancora con Gramsci, solo un metodo di controllo sociale che consente al grande capitale internazionale di sopravvivere in un contesto di crisi strutturale e che si appella a una categoria precisa dell’anima umana, la più bassa: la capacità di adeguarsi a delegare il proprio pensiero al gruppo, alla massa che si riconosce in ideali fatti di passioni volatili, ricevendone in cambio autorizzazione all’uso dei più bassi istinti e protezione.

I resti dell’antifascismo I. Premessa

Perciò, se l’antifascismo è il contrario del fascismo, esso non può che essere definito come quell’atteggiamento umano che serve la causa opposta, la causa di chi produce un pensiero autonomo e i cui princìpi possiamo individuare nel desiderio di conoscere, nella capacità di avere un’opinione e nel coraggio di difenderla.

E cosa resta dell’antifascismo oggi, in una Nazione apparentemente pacificata, immersa in un brodo di propaganda e di falsi valori, depauperata non solo della sua forza produttiva, ma anche e soprattutto della sua forza culturale e visionaria, dove thatcherianamente non c’è alternativa al liberismo e dove, come ebbe a dire Warren Buffet, i ricchi hanno vinto la loro lotta di classe?⁴ L’antifascismo risiede ormai, e in maniera solo residuale, nella mente degli uomini liberi, nello studio e nell’approfondimento, nel coraggio.

Teoremi e corollari

Premesso l’assioma che, di fronte alla tendenza allo sfruttamento e all’accumulazione propria della classe capitalistica, la classe lavoratrice sviluppa una lotta sociale che teorizza una redistribuzione economica, il teorema è: l’oggetto della politica è l’economia e la Sinistra ha come obiettivo della sua azione una equa distribuzione delle risorse.

Da questo teorema discendono numerosi corollari, tra i quali il fatto che un partito di Sinistra abbia l’Antifascismo come valore politico, la solidarietà internazionale tra i popoli, la tutela dei diritti umani e delle minoranze, la salvaguardia dell’ambiente e del territorio e tutta un’altra serie di tutele di diritti che rendono una società più giusta.

Epperò, come ci ha insegnato la scuola, in assenza del teorema qualunque corollario crolla: il teorema è l’enunciato che regge tutto il castello dei corollari che ne discendono.

Poiché dunque il panorama politico italiano non prevede più da molti anni alcun partito che risponda al teorema sopra esposto, cioè, in sintesi, non esistendo più alcun partito che si occupi di economia e che intenda la propria lotta come finalizzata alla redistribuzione della ricchezza, sia in termini di salario sia di intervento diretto dello Stato, a PD e clienti non rimangono che corollari privi di alcun valore: una Sinistra che ha delegato l’azione che le è propria e che la connota, e che anzi ha giustificato la propria presenza istituzionale rincorrendo l’avversario sul suo terreno, fino a confondere gli obiettivi e le ragioni stesse della propria esistenza, si ritrova tra le mani solo la difesa di diritti vuoti e inapplicabili in assenza di una prospettiva sociale, come oggetti o reliquie di un culto scomparso.

I resti dell’antifascismo II. In parata

Il prossimo venticinque aprile, l’abbiamo detto, per festeggiare la fine del nazifascismo, sfileranno tutti i partiti dell’arco parlamentare. Tutti espressione politica e difensori però dello stesso pensiero economico neoliberista che si declina, in tutto l’Occidente attuale, anche come disciplina sociale; tutti accomunati da quest’unico idolo, il servilismo al Capitale, che è ciò che li campa, li autorizza, li ricatta, li controlla, ma che è anche il loro unico argine o gabbia, in un sistema clientelare stordito dal profitto personale, quando non dall’intimidazione.

L’Italia e l’Europa tutta hanno delegato e vincolato la gestione della propria economia a entità superiori, la Commissione Europea e la BCE, organi non elettivi, gestiti in maniera non democratica e in mano a élite finanziarie internazionali che ovviamente non possono che rispondere agli stessi interessi capitalisti e neoliberisti, mentre gli eredi della grande Sinistra italiana, nella più grande confusione mentale tra internazionalismo e globalismo, si accomodano, come serpi velenose, nelle tasche e nel letto di quello che una volta era il loro popolo; un popolo che era la classe produttiva e intellettuale di questo Paese, dissanguandolo dall’interno, riducendone a niente la forza nella società e cannibalizzandone un bacino elettorale un tempo enorme.

Ora, dinanzi alla cessione di ogni principio di redistribuzione della ricchezza, operata dalla parte politica che pretende di rappresentare ancora la tradizione della Sinistra, ma avallata anche dalla maggioranza della parte coltivata del Paese, le Università, l’informazione, l’arte e la cultura, davanti alla svendita di una nazione intera al capitale finanziario⁵, davanti alla destrutturazione e all’annientamento di qualsivoglia patto sociale, alla distruzione e all’assorbimento della nostra immensa cultura e di qualsiasi nostra spiritualità all’interno e nell’interesse di una koinè apolide e affarista, di fronte infine a gran parte della nostra società civile che, al fianco di delegazioni del banderismo ucraino, come un esercito di astronauti che nuotano sgambettando nel nulla cosmico, si affida, in maniera fideistica, ai rappresentanti di un mondo ormai solo recitato, non si riescono più a rintracciare i riferimenti politici e culturali per cui possa non diventare imbarazzante perfino accostarsi a tali parate.

Uno psicodramma collettivo

Via via che questo Paese è scivolato tra le fauci del grande mostro liberista e che le forze della classe lavoratrice si sono autocombuste nello spettacolo pirotecnico delle presunte libertà hollywoodiane, le motivazioni storiche dell’antifascismo sono venute meno anch’esse, trasformandosi in una messinscena da psicodramma collettivo.

La rappresentanza e il sistema valoriale e culturale del popolo della Sinistra non esistono più, se non all’interno di rituali sacralizzati, dove l’antifascismo funge da totem attorno al quale ballare in cerchio, nell’illusoria conferma di una identità tuttavia perduta.

Il vessillo dell’antifascismo che sventola in cortei di tifosi e in coreografie psicosomatizzate, armamentari di corollari svincolati dai loro teoremi, quasi più da rivalità di campanile che da reale lotta politica, rivendica una svagata appartenenza a un circolo sentimentale che tiene vivo il doloroso ricordo collettivo di un amore passato, ma che ha perso ogni senso e qualunque responsabilità.

Dunque tifo, invece di pensiero organizzato, pigra appartenenza preconfezionata al gruppo invece che impegno e prassi, insulto e odio preventivo per l’altro invece che studio e approfondimento culturale.

Questo è esattamente ciò che Pasolini definiva il fascismo degli antifascisti⁶. Un metodo, appunto, non una parte politica; un metodo che il Capitale può tornare a utilizzare quando vuole, qualora di nuovo senta minacciati i propri interessi.

Viva l’Italia libera e antifascista

Fonti

  1. Cfr. Quaderni del carcere. Edizione critica dell’Istituto Gramsci, collana NUE, a cura di V. Gerratana, 4 voll., n. 164, Torino, Einaudi, 1975.
  2. Giuseppe Dossetti, Il Vangelo nella storia. Conversazioni 1993-1995, Ed. Paoline, Milano, 2012, p. 24.
  3. Pier Paolo Pasolini, Scritti corsariFascisti: padri e figli. In origine su Vie Nuove, n. 36, a. XVII, 6 settembre 1962, p. 25.
  4. Warren Buffet, imprenditore ed economista americano, in un’intervista del 2006 al New York Times pronunciò la famosa frase: “There’s class warfare, all right, but it’s my class, the rich class, that’s making war, and we’re winning.”
  5. Cfr. Alessandro Volpi, La guerra della finanza. Trump e la fine del capitalismo globale. Laterza, settembre 2025.
  6. Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari 13: Il fascismo degli antifascisti. In origine sul Corriere della Sera, 16 luglio 1974 (titolo originale: “Apriamo un dibattito sul caso Pannella”).
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