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Biagio De Giovanni: in memoria del filosofo giurista


22 Apr , 2026|
| 2026 | Visioni

Poche personalità hanno segnato la cultura e il dibattito accademico e pubblico a Napoli e nel Sud Italia come Biagio De Giovanni: dai suoi studi giovanili più gius-teorici sulla nullità nella logica del diritto – in cui emerge in modo cristallino la matrice del suo maestro Cammarata e del magistero capograssiano – a quelli della maturità, su tutti il volume “Hegel e il tempo storico della società borghese” del 1976, che quest’anno vedrà una nuova pubblicazione grazie alla cura editoriale dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, e che tanti dibattiti ispirò alla sua uscita.

Era ancora il tempo, quello della fine degli anni ’70 del secolo scorso, in cui la filosofia provava concretamente a indirizzare l’agire politico – per un giurista, si direbbe, la politica del diritto. Teoria e prassi si componevano così in un’endiadi indissolubile, nella quale il teorico si assumeva il “compito” (e le responsabilità) di dire (e fare) il reale.

De Giovanni ha incarnato tutto questo; non solo lui, chiaramente, ma sicuramente la sua figura è stata un archetipo, un esempio verso cui guardare per essere poi capaci di proporre un certo modo di essere giurista (filosofo), politico e intellettuale.

Detto ciò, soffermiamoci un attimo sul primo termine della triade: De Giovanni è stato un giurista a tutto tondo, un filosofo-giurista capace di coniugare nel suo pensiero l’alta riflessione teoretica con lo zelo dello studioso del diritto, in grado di rielaborare le categorie dogmatiche – e di nuovo qui non possiamo non riferirci a quegli studi giovanili prima citati, in cui De Giovanni ripensò con grande originalità, e contro il formalismo dell’epoca, le categorie civilistiche della nullità e del negozio giuridico.

Questo per dire che, nel diritto, nella scienza giuridica che lo studia, riflessione teoretica e tecnico-dogmatica non possono mai scindersi, pena la scarsa comprensione dell’oggetto stesso dell’indagine: il diritto.

A tutto ciò si aggiunga che De Giovanni ha dimostrato, lui come altri, che non vi può essere vera filosofia del diritto senza che quest’ultima non si faccia anche filosofia della politica: come a dire che l’una è indissolubilmente condizionata dall’altra, per cui ogni riflessione sulla norma (e sull’ordinamento) non può eludere quella sul potere (e sulla forza).

Per tutto questo, De Giovanni è stato un Maestro, parola a cui chi scrive attribuisce un significato alto, altissimo, quasi mistico, perché del pensiero dei Maestri c’è sempre bisogno: vera linfa di cui si nutre ogni comunità di destino degna del suo nome.

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