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Perù, il voto di un paese diviso
Lo scorso 12 aprile 2026 si è svolta in Perù la consultazione generale per il rinnovo del Parlamento e l’elezione del presidente della Repubblica, che nel sistema peruviano esercita al tempo stesso le funzioni di capo dello Stato e di capo del governo. A oltre dieci giorni dal voto, i risultati definitivi non sono ancora disponibili e l’autorità elettorale ha fissato al 15 maggio il termine per concludere il conteggio e proclamare ufficialmente i due candidati ammessi al ballottaggio presidenziale, necessario poiché nessuno ha raggiunto il 50% dei voti richiesto per l’elezione diretta.
Il ritardo dipende soprattutto dalla necessità di riesaminare migliaia di verbali osservati o contestati, stimati intorno al 6%, che riguardano una quota decisiva dei suffragi, in particolare per la presidenza della Repubblica. Il nodo centrale non si riferisce al primo posto, ormai saldamente nelle mani di Keiko Fujimori, leader del principale partito della destra conservatrice, Fuerza Popular, ed erede politica del padre che ha governato con mano dura il paese tra il 1990 e il 2000, ma alla definizione del secondo candidato che sarà ammesso al ballottaggio previsto per il prossimo 7 giugno. A contendersi questa posizione sono Roberto Sánchez, esponente della sinistra, candidato del partito Juntos por el Perú, e Rafael López Aliaga, ex sindaco di Lima, membro dell’Opus Dei e leader di Renovación Popular, formazione della destra ultraconservatrice. Con poco più del 94% delle schede scrutinate, i due risultano al momento separati da un margine minimo di circa 20.000 voti a favore di Sánchez, pari a meno dello 0,10% dei voti validi finora conteggiati.
Pur in assenza di un risultato definitivo, le elezioni del 12 aprile confermano tre aspetti fondamentali che aiutano a comprendere il lungo ciclo di crisi istituzionale e instabilità politica attraversato dal Perù, dove negli ultimi dieci anni nessun presidente è riuscito a completare regolarmente il proprio mandato, perché destituito, travolto da scandali, costretto alle dimissioni o comunque neutralizzato da un conflitto permanente con il Parlamento.
Il primo aspetto riguarda la conferma che, all’interno di uno stesso spazio nazionale, convivono due paesi che faticano non solo a riconoscersi reciprocamente sul piano politico, ma anche a condividere priorità, interessi, bisogni e aspettative. Tale frattura emerge con particolare chiarezza dalla distribuzione territoriale e socioeconomica del voto. Da una parte vi è Lima, dove si concentra oltre il 30% dell’elettorato e il cui voto si orienta nettamente verso le due principali forze conservatrici rappresentate da López Aliaga e Keiko Fujimori, che insieme raccolgono quasi il 40% dei consensi, contro appena il 3% ottenuto dalla sinistra di Sánchez.
López Aliaga, portatore di posizioni reazionarie di estrema destra, raccoglie un ampio sostegno nei settori urbani benestanti, medi e alti, che hanno tratto maggior beneficio dall’assetto neoliberale e intendono conservarne vantaggi e gerarchie fondate su un modello di società fortemente diseguale. Keiko Fujimori, espressione di una destra populista, ma non meno ortodossa, conserva un seguito significativo anche tra i settori popolari urbani, che temono il cambiamento e continuano a riconoscersi nel fujimorismo, il cui radicamento trentennale nella società peruviana ha inciso profondamente sul loro immaginario politico, in un contesto mediatico che ha contribuito a plasmare un clima culturale e informativo favorevole alle opzioni conservatrici.
Dall’altra parte vi è il resto del Perù, rappresentato dalle ventiquattro regioni che compongono il paese, appartenenti in larga misura allo spazio andino e amazzonico. Qui il quadro si rovescia. La sinistra di Roberto Sánchez raccoglie il maggior numero di consensi in tredici regioni e si colloca come seconda opzione in altre quattro, raggiungendo, in vari dipartimenti alto-andini che rappresentano alcune delle aree più povere del paese, come Apurímac, Huancavelica e Cajamarca, percentuali superiori al 40%. Al di fuori di Lima, il consenso per López Aliaga diventa marginale, mentre in diverse regioni amazzoniche e della costa nord continua a mantenersi significativo il sostegno a Keiko Fujimori. Un consenso dovuto non tanto a una precisa collocazione ideologica, quanto al radicamento del fujimorismo come forza populista riconoscibile, percepita da ampi settori rurali come un’opzione più comprensibile, prevedibile e meno rischiosa rispetto ad alternative di cambiamento avvertite come incerte.
Oltre alla separazione tra Lima e il resto del paese, un secondo elemento che emerge con chiarezza è la profonda sfiducia nei confronti di un sistema politico-elettorale che ha ormai perso credibilità. Nonostante in Perù il voto sia obbligatorio, con sanzioni economiche che pesano soprattutto sui ceti meno abbienti, oltre il 18% degli elettori non si è presentato alle urne e quasi il 17% ha votato scheda bianca o nulla. Ne consegue che anche la candidata più votata, Keiko Fujimori, raccoglie meno del 10% dell’intero elettorato nazionale, un dato che restituisce con particolare evidenza la profondità della crisi di rappresentanza del sistema. Si tratta di una crisi politica e istituzionale profonda, confermata non solo dall’esito delle urne, ma anche dai più recenti rilevamenti sulla fiducia nelle istituzioni, secondo i quali solo il 16% dei peruviani dichiara di aver fiducia nel governo, il 7% nel Congresso, il 16% nel potere giudiziario e appena il 6% nei partiti politici.
Infine, un ultimo elemento critico riguarda il rischio che la contrapposizione tra esecutivo e legislativo, variabile centrale delle crisi politico-istituzionali del paese, continui a riprodursi, favorita dalla persistente frammentazione parlamentare che emerge dai risultati già acquisiti. Malgrado l’introduzione di una soglia del 5% per ottenere una rappresentanza, si prevede l’ingresso in Parlamento di almeno sei o sette partiti, in un quadro che resterebbe disperso, ma con una prevalenza delle forze di destra. Ciò consentirebbe a quest’area di mantenere una maggioranza relativa e di costruire, se necessario, intese con altri partiti disponibili a garantirle una maggioranza assoluta, secondo una dinamica già più volte emersa negli anni recenti. Si tratta di una situazione destinata a produrre effetti divergenti in funzione dell’esito del ballottaggio del 7 giugno, da cui emergerà il nuovo governo e, con esso, una diversa configurazione dei rapporti tra potere esecutivo e legislativo.
Se López Aliaga dovesse accedere al ballottaggio presidenziale, a prescindere da chi dovesse poi prevalere tra lui e Keiko Fujimori, il confronto si svolgerebbe interamente all’interno della destra e non comporterebbe sostanziali cambiamenti sul piano della politica economica e sociale, risolvendosi in un confronto tra gruppi di interesse diversi ma riconducibili alla stessa area politica. Nel caso, invece, di accesso al secondo turno di Roberto Sánchez, la competizione per la presidenza della Repubblica assumerebbe un significato che andrebbe ben oltre il semplice confronto tra due candidati, riflettendo la contrapposizione tra un Perù urbano, conservatore e vicino ai centri di potere tradizionali e un Perù periferico, rurale e andino, che da tempo esprime una domanda di cambiamento profondo dell’assetto economico e politico vigente.
Un’eventuale vittoria di Sánchez aprirebbe con ogni probabilità una fase di forte conflittualità, poiché l’ampio spettro conservatore presente nel Parlamento, nei centri del potere economico-finanziario e nel sistema dei mezzi di comunicazione eserciterebbe pressioni, condizionamenti e forzature per ostacolare l’azione del nuovo governo e limitarne i margini effettivi di manovra.
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