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Il corpo che produce: maternità e logica della macchina nella cultura occidentale


26 Apr , 2026|

Pensare la donna come macchina non è soltanto una metafora, né un eccesso retorico prodotto dall’immaginario della modernità tecnologica; è piuttosto il segno di una struttura più profonda attraverso cui la cultura occidentale ha interpretato il corpo femminile. In questa struttura la donna appare spesso definita attraverso la sua capacità di produrre: produrre vita, produrre continuità genealogica, produrre stabilità sociale. La maternità, in questa prospettiva, non è semplicemente un’esperienza possibile, ma diventa una sorta di principio interpretativo dell’identità femminile. È come se il corpo femminile venisse letto attraverso ciò che può generare, e non attraverso ciò che è. Quando un corpo viene definito principalmente dalla sua funzione, si compie un passaggio concettuale quasi impercettibile ma decisivo: l’esperienza viene tradotta in utilità, la vita in funzione, il corpo in dispositivo.

Questo slittamento non avviene mai in modo dichiarato. Al contrario, si presenta come evidenza naturale. La maternità appare come vocazione, compimento, destino biologico. Tuttavia, ogni volta che un fatto biologico viene trasformato in destino simbolico, si attiva una costruzione culturale. La natura diventa argomento definibile e riconfigurabile di volta in volta, permeabile a valori e visioni dominanti. E proprio in questo spazio ambiguo tra natura e interpretazione si inserisce una domanda che raramente viene formulata in modo esplicito: quando una possibilità biologica viene elevata a funzione sociale, quale parte dell’esperienza individuale viene silenziata?

Uno dei tentativi più radicali di destabilizzare questa costruzione proviene dalla figura teorica del cyborg elaborata da Donna Haraway nel suo celebre A Cyborg Manifesto[1]. Il cyborg è un organismo cibernetico, una creatura ibrida composta di corpo e tecnologia. Ma l’importanza filosofica di questa figura non risiede nell’ibridazione tecnologica in sé, bensì nel suo potenziale critico. Il cyborg dissolve i confini che hanno sostenuto l’ordine simbolico della modernità: natura e cultura, organismo e macchina, maschile e femminile. Se la donna è stata storicamente collocata nel dominio della natura – e dunque associata alla riproduzione –, il cyborg spezza questa assegnazione. Non possiede origine naturale pura, non possiede genealogia, non possiede destino biologico. In questo senso il cyborg non rappresenta la trasformazione della donna in macchina, ma piuttosto la fine della distinzione che ha permesso di definire la donna attraverso la natura.

Questa proposta diventa ancora più comprensibile se letta alla luce della riflessione di Simone de Beauvoir nel suo fondamentale Le Deuxième Sexe[2]. Beauvoir mostra come la femminilità non sia una sostanza naturale ma una costruzione storica. La donna è stata definita come alterità, come complemento funzionale dell’uomo. Quando Beauvoir afferma che donna non si nasce ma si diventa, indica il processo attraverso cui la società modella il corpo femminile e lo orienta verso determinate funzioni: la cura, la disponibilità, la riproduzione. La maternità diventa così il punto in cui biologia e cultura si sovrappongono. Non perché ogni donna debba diventare madre, ma perché la possibilità della maternità viene trasformata nel principio attraverso cui la femminilità stessa viene interpretata.

Il corpo femminile viene quindi letto attraverso il futuro che potrebbe produrre. La sua identità viene anticipata da una funzione potenziale. È come se la donna esistesse già come promessa biologica di qualcosa che deve ancora avvenire. In questa anticipazione si manifesta una forma sottile di riduzione: la soggettività presente viene subordinata alla funzione futura. E proprio qui emerge la logica della macchina. Una macchina non è definita dalla sua interiorità ma dal risultato che produce. Quando la maternità viene pensata principalmente come funzione sociale, il corpo femminile rischia di essere interpretato secondo questa stessa logica produttiva.

La letteratura possiede spesso la capacità di rendere visibili queste strutture concettuali proprio attraverso la radicalizzazione, come nel mondo distopico immaginato da Margaret Atwood nel romanzo The Handmaid’s Tale[3]. Nella Repubblica di Gilead le donne fertili vengono trasformate in ancelle, private del nome e destinate esclusivamente alla riproduzione. Il loro valore coincide interamente con la loro capacità biologica di generare figli. Ciò che rende questa rappresentazione inquietante non è soltanto la brutalità del sistema politico che la sostiene, ma la sua coerenza interna. Atwood non inventa una nuova funzione per le donne; porta semplicemente al parossismo una funzione già percepita nell’immaginario sociale.

Il corpo femminile diventa così una tecnologia biologica della società. La maternità viene sacralizzata, ritualizzata, resa oggetto di culto. Ma proprio questa sacralizzazione rivela la sua dimensione politica. Quando qualcosa viene elevato a valore assoluto, spesso diventa il perno più efficace attraverso cui esercitare il controllo.

Questa intuizione trova un sorprendente fondamento teorico nel pensiero di Michel Foucault[4]. Nel primo volume della sua storia della sessualità, La volonté de savoir, Foucault descrive l’emergere di una forma di potere specificamente moderna: il biopotere[5]. A differenza delle forme di sovranità tradizionali, che esercitavano il potere principalmente attraverso la morte, il biopotere governa la vita. Si interessa alla natalità, alla salute, alla sessualità, alla riproduzione. Il corpo diventa un oggetto di sapere e di amministrazione politica.

In questo quadro il corpo femminile assume una posizione strategica. Non perché il potere desideri semplicemente controllarlo, ma perché attraverso di esso è possibile intervenire sulla popolazione stessa. La maternità diventa oggetto di medicina, demografia, morale, diritto. Ogni disciplina contribuisce a definire ciò che è normale, sano, desiderabile. Il corpo viene progressivamente interpretato come un sistema biologico che può essere regolato e ottimizzato. La metafora della macchina emerge quasi naturalmente da questa logica: non come insulto, ma come linguaggio tecnico attraverso cui descrivere la produzione della vita.

È a questo punto che diventa particolarmente rivelatore osservare come la modernità abbia celebrato la macchina non solo come strumento, ma come simbolo culturale. Nel suo Inno alla macchina, Gabriele D’Annunzio[6] esalta la potenza generativa della tecnica, arrivando a paragonare la macchina alla donna. A prima vista questo paragone sembra inscriversi nell’entusiasmo modernista per la velocità, la forza e l’energia della civiltà industriale. La macchina viene descritta come fertile, creatrice, quasi materna nella sua capacità di generare movimento e potenza.

Proprio qui emerge una tensione più profonda tra modernità tecnica e immaginario patriarcale. L’entusiasmo per la macchina nasce in un contesto culturale dominato dall’idea di produzione, efficienza, rendimento. La civiltà industriale interpreta il mondo attraverso la logica della fabbrica: tutto ciò che esiste deve produrre qualcosa. Quando D’Annunzio paragona la donna alla macchina, non sta semplicemente celebrando entrambe; sta implicitamente collocando la femminilità dentro questo nuovo paradigma produttivo.

La donna viene così interpretata attraverso la stessa logica che organizza il lavoro industriale: una logica di generazione continua, di energia trasformata in risultato. La maternità diventa la versione biologica della produzione industriale. La macchina produce oggetti, la donna produce vita. Entrambe diventano elementi di un sistema che misura il valore attraverso la capacità di generare qualcosa di utile.

Questo accostamento rivela anche un paradosso più sottile. La modernità tecnica, apparentemente rivoluzionaria, non rompe necessariamente con l’immaginario patriarcale; spesso lo riorganizza in nuove forme. La macchina diventa il nuovo simbolo di potenza e controllo, ma questa potenza continua a essere inscritta in un ordine simbolico che assegna ruoli differenti ai corpi. L’uomo appare come il soggetto della tecnica, colui che inventa, guida, domina la macchina. La donna, invece, viene associata alla sua capacità generativa, quasi fosse la controparte biologica della produzione meccanica.

In questo senso il paragone dannunziano non è soltanto una figura retorica: è una finestra sull’immaginario della modernità. Da un lato la civiltà industriale celebra la macchina come simbolo di progresso; dall’altro continua a interpretare il corpo femminile attraverso la sua funzione riproduttiva. La donna diventa così il punto di incontro tra due logiche apparentemente distinte ma profondamente intrecciate: la logica patriarcale della funzione materna e la logica industriale della produzione.

È forse proprio qui che emerge la dimensione più inquietante di questa metafora. La macchina non possiede interiorità, desiderio, autonomia. Essa esiste per funzionare. Quando la femminilità viene interpretata attraverso questo stesso schema produttivo, il rischio non è soltanto la riduzione simbolica della donna, ma la trasformazione dell’esperienza umana stessa in funzione.

E tuttavia, proprio nel momento in cui questa metafora diventa visibile, si apre anche la possibilità di criticarla. Il cyborg di Haraway, la genealogia di Beauvoir, la distopia di Atwood e l’analisi foucaultiana del biopotere non fanno che mostrare, da prospettive diverse, quanto profondamente la cultura abbia cercato di organizzare il corpo femminile attraverso la logica della produzione.

Forse la questione decisiva non riguarda semplicemente la maternità o la macchina, ma l’idea stessa che il valore di un corpo debba essere misurato in base a ciò che esso produce. Quando la vita viene interpretata attraverso questa logica, tutto ciò che eccede la funzione – il desiderio, la soggettività, l’imprevedibilità dell’esistenza – rischia di diventare invisibile.

Rendere visibile questa invisibilità potrebbe essere uno dei compiti più radicali del pensiero critico. Non per negare la maternità, né la tecnica, ma per sottrarre il corpo alla riduzione a dispositivo. Per restituire alla vita ciò che nessuna macchina potrà mai produrre: la sua irriducibile complessità.


[1] Donna Haraway, A Cyborg Manifesto: Science, Technology, and Socialist-Feminism in the Late Twentieth Century, in Simians, Cyborgs, and Women: The Reinvention of Nature, New York, Routledge, 1991, pp. 149-181. Il manifesto fu originariamente pubblicato nel 1985 sulla rivista Socialist Review.

[2] Simone de Beauvoir, Le Deuxième Sexe, Paris, Gallimard, 1949. La celebre formula «On ne naît pas femme: on le devient» compare nel secondo volume dell’opera.

[3] Margaret Atwood, The Handmaid’s Tale, Toronto, McClelland and Stewart, 1985

[4] Michel Foucault, La volonté de savoir, Paris, Gallimard, 1976 (trad. it. La volontà di sapere, Milano, Feltrinelli). Si tratta del primo volume della serie Histoire de la sexualité, in cui Foucault introduce il concetto di biopotere.

[5] Sul concetto di biopotere e sulla sua relazione con la gestione della vita biologica delle popolazioni si veda ancora Michel Foucault, Il faut défendre la société, Paris, Seuil, 1997.

[6] Gabriele D’Annunzio, Inno alla macchina, in Laudi del cielo del mare della terra e degli eroi, Milano, Treves, inizi XX secolo. Il testo si inserisce nel clima culturale del primo modernismo italiano, segnato dall’esaltazione della tecnica e dell’energia produttiva.

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