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Sul mondo cosiddetto “virtuale”
I vetri degli schermi non sono finestre chiuse, sono porte aperte su un altro mondo.
Un mondo che continuiamo a chiamare “virtuale” anche se gran parte delle relazioni umane, della discussione politica e delle transazioni finanziarie avvengono nelle sue piazze e sulle sue strade.
Si tratta dunque di un mondo realissimo, per quanto diverso da quello che chiamiamo “reale”.
In effetti soddisfa il criterio di realtà comunemente adottato, e sul quale si basa pure la scienza: la condivisibilità intersoggettiva dell’esperienza.
L’individuo del XXI secolo si divide in due per abitare entrambi questi mondi, tanto reali quanto differenti.
Per questo la condizione umana determinata dalla coesistenza dei due mondi non è una forma schizofrenica comunemente intesa, è qualcosa di diverso.
È un “mal comune” e, come tale, è diventato “mezzo gaudio”.
Continuare a chiamare “virtuale” un mondo nel quale viviamo ormai quotidianamente non è solo un errore gravido di conseguenze sociali e politiche, è anche un modo per dissimulare questa lacerazione.
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