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I boccioli del mandorlo in fiore
In un’epoca dominata dal minimalismo, dalla prosa di servizio e da una scrittura spesso asciugata fino all’osso per favorire la velocità del consumo, lo stile di Amal Bouchareb, autrice de I boccioli del mandorlo, rifiorire in Palestina (Vallecchi), agisce come un atto di insurrezione stilistica. Azriel, chef militare in una base vicino a Haifa, non cucina per nutrire: seziona il tempo. La sua cucina è un antro della nostalgia, un rito apotropaico dove l’odore delle mandorle e il fumo delle spezie tentano di coprire il lezzo metallico della colpa. La narrazione si srotola come una fibra nervosa tesa sino al punto di rottura. Azriel è un uomo scisso, un ebreo sefardita che porta nel sangue il ritmo andaluso e la lingua araba della sua Algeria perduta, ma si ritrova incastrato nell’ingranaggio algido di un presente israeliano che non perdona le ambiguità. La sua identità è un paesaggio di macerie, dove ogni ricetta diventa un atto di resistenza contro il nulla, un tentativo disperato di dare una forma solida al dolore. Livia e Daniel non sono solo moglie e figlio; sono proiezioni di un fallimento e di una speranza che non sa dove posarsi. Daniel, rientrato dall’inferno di Gaza con gli occhi pieni di cenere, trasforma l’arte in un urlo smisurato che non trova voce, e collide con la rigidità marziale del padre. Qui, la tragedia non è un evento esterno, è un morso endogeno: quando entra in casa, non rompe i vetri, frantuma la psiche. Il sospetto diventa una secrezione quotidiana, una paranoia che infetta i legami, trasformando l’intimità in un campo minato. Un sentimento di persecuzione che si sviluppa su un terreno ambivalente: dolore animico/ realtà sociopolitica, le due cose sono intrecciate e non distinguibili.
La prosa di Bouchareb, riletta attraverso questo prisma, si fa sensuale e perturbante. Non c’è spazio per la pacificazione estetica: il canto Qum Tara non è folklore, è l’evocazione di uno spettro che danza tra le fiamme dei fornelli. La scrittura scava nel rapporto tra trauma e appartenenza con la precisione di un bisturi che cerca la radice del male. Il mandorlo, con i suoi boccioli fragili, diventa l’emblema di una bellezza violenta, quella che ha il coraggio di nascere in una terra che si nutre di figli. In questo sradicamento collettivo, il dolore privato di un padre si fa universale, rivelando che la vera patria non è un confine segnato col filo spinato, ma lo spazio sacro — e spesso devastato — della memoria condivisa. La prosa di Bouchareb è essa stessa fiorita, ed è proprio in questa abbondanza che risiede il suo pregio maggiore. Ecco perché questa lentezza e ricchezza sono elementi di valore assoluto. In Italia ci siamo abituati a una narrazione che corre verso la trama, con l’ansia di mostrare ciò che accade. Amal, invece, ci costringe a sostare sul come. La sua lingua lenta è densità. Ogni aggettivo è un granello di spezia, ogni metafora è un bocciolo che impiega il suo tempo per schiudersi. Leggerla richiede un cambio di passo metabolico: bisogna respirare con il libro, non divorarlo. Spesso la letteratura contemporanea occidentale è cerebrale o puramente visiva. La prosa di Bouchareb è invece multisensoriale. Quando descrive il mandorlo o una ricetta antica, la lingua smette di essere solo segno grafico e diventa profumo, sapore, consistenza tattile. È una prosa carnale che restituisce dignità alla parola come strumento di piacere e di dolore fisico, allontanandosi dall’asetticità di certa narrativa moderna. V’è un elemento di pregio politico in questa scelta: lasciarsi parlare da una lingua ricca e fiorita significa rivendicare le radici del Maghreb e del Mediterraneo, terre di arabeschi, di sovrapposizioni e di complessità. In un mondo che vuole semplificare tutto in bianco o nero, giusto o sbagliato, Amal risponde con una lingua stratificata. La fioritura della prosa rispecchia la complessità dell’identità: non si può spiegare un trauma millenario con frasi brevi e telegrafiche. La dote più rara e preziosa del romanzo è la sua pedagogia dialettica. In un panorama letterario e politico dove spesso si urla per essere ascoltati, Amal Bouchareb sceglie la via della capillarità, della persuasione sottile che passa per i sensi prima che per l’intelletto. È una direzione indicata in punta di piedi, e questo la rende incredibilmente potente per diversi motivi: spesso, quando un autore affronta temi come l’integrazione o il conflitto israelo-palestinese, cade nella trappola del manifesto politico; Bouchareb, invece, non impone una tesi, coltiva un sentimento. Non ci dice che l’integrazione è necessaria; ci fa sentire il sapore di un piatto che esiste solo grazie all’incontro di culture diverse. La delicatezza qui è rifiuto della violenza del dogma. L’autrice mostra che la multiculturalità non è un concetto astratto da dibattito televisivo, è la materia stessa della vita di Azriel. Attraverso la lente della cucina e della memoria sefardita, ci suggerisce che siamo già mescolati, che le nostre radici si intrecciano sottoterra come quelle dei mandorli. La direzione che indica è quella di un’identità porosa, dove il confine tra sé e l’altro non è un muro, ma una tavola imbandita. La cosa straordinaria è che questa delicatezza non nega il trauma, leggiamo pagine intrise di una violenza assorbita, dove non v’è resa né disperazione, il testo non cede all’idillio ingenuo, o alla radicalità collerica della guerra a tutti i costi. La direzione è sostare nel disastro, attraverso il legame atavico che può ricordarci di quante parti siamo composti, e quanto del nostro nemico si sia insediato nella nostra coscienza. Il luogo e il tema del trauma è mostrato con la consapevolezza delle cicatrici di Daniel e della stanchezza di Livia. È un’acquisizione matura, che sa quanto possa costare restare umani in tempi disumani. Paradossalmente, la ricchezza non è sinonimo di confusione; in Bouchareb la fioritura è precisa. È la ricerca della parola esatta per descrivere una sfumatura di luce su una collina di Haifa o il grado di amarezza di una mandorla. Questo lusso linguistico è un regalo al lettore: ci restituisce la complessità del reale che la velocità ci sottrae. In definitiva, la prosa di Amal Bouchareb è un invito a rifiorire nell’arte, nella scrittura, nella comprensione dell’unità della nostra provenienza e anima, è un elemento di pregio perché scardina l’abitudine all’economia verbale, ricordandoci che la lingua può essere ancora un giardino rigoglioso e non solo un deserto di informazioni. Esiste una fioritura che non è promessa, ma lacerazione. Nel romanzo di Amal Bouchareb, la Palestina non è soltanto una mappa di polvere e checkpoint, ma un corpo metafisico dove il passato maghrebino di Azriel Boniche vive come un arto fantasma. Il romanzo è una discesa negli inferi del sé, dove la riconciliazione non è un accordo politico, ma un parto doloroso, l’unica via per non lasciarsi divorare dal vuoto che sussurra tra i rami del mandorlo, come l’autrice ci dicesse che per capire la tragedia di una terra così antica, serve una lingua che abbia la stessa pazienza e la stessa forza di un albero che decide di fiorire nonostante tutto.
L’aria era pervasa dal profumo di fiori d’arancio e da un dolore invisibile. Azriel si trovava nella cucina fiocamente illuminata. L’ atmosfera densa sembrava quasi strangolarlo, le sue mani tremavano leggermente mentre cercava un vecchio libro rilegato in pelle. Le pagine, ingiallite dal tempo e macchiate di olio, custodivano i segreti della sua famiglia. Un’ eredità che si perdeva in una lunga tradizione di arte culinaria, coltivata e raffinata attraverso innumerevoli generazioni, come un albero secolare che si ergeva fiero nel tempo. Eppure, le pagine sembravano sfumare davanti ai suoi occhi, le ricette, si dissolvevano in un’intricata trama di sofferenze. Azriel si muoveva nella cucina, avvolto in un inebriante mix di spezie dolci e un dolore persistente che si trascinava dietro di lui a ogni passo.
Amal Bouchareb (Damasco, 1984) scrittrice, traduttrice e docente algerino-italiana, è editorialista per Alaraby Aljadeed e Aljazeera (pagina culturale). Ha curato il programma di scrittura creativa del Ministero della Cultura saudita e dirige la rivista Arabesque. Trame di letteratura e cultura araba (Puntoacapo). Autrice di romanzi, racconti e traduzioni dall’italiano all’arabo, ha ricevuto il Gran Premio della Letteratura Algerina Mohammed Dib (2022). È membro della Consulta Lingua-Mondo della Società Dante Alighieri.
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