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Bobby Sands, allodola d’Irlanda


5 Mag , 2026|
| 2026 | Visioni

Sessantasei giorni di sciopero della fame nell’anticamera dell’inferno chiamata blocco H, l’ala più disumana del carcere di Maze a Long Kesh, un luogo sospeso fuori dal tempo, dove la vita si consuma tra muri umidi, silenzi pesanti, sporcizia e corpi ridotti all’essenziale. Qualcosa oltre l’immaginazione che riuscì a descrivere efficacemente tale Tomás Ó Fiaich, cardinale e arcivescovo di Armagh, spesso chiamato a far visita ai detenuti in bilico tra la vita e la morte: “Long Kesh – disse – è la condizione psicofisica più simile riscontrabile sulla Terra a quella degli slums di Calcutta, i famigerati ghetti indiani, dove i corpi straziati dei senzatetto vivono ammassati tra escrementi, fetore e sporcizia”.

Parole che scontentarono gli esponenti del governo britannico, che tacciarono il religioso di propaganda politica. “Crime is crime is crime; it is not political”, disse Margaret Hilda Thatcher, Primo Ministro del Regno Unito in carica dal 1979 al 1990, figura chiave nella gestione della crisi dello sciopero della fame nel carcere di HM Prison Maze. Mantenne una linea di intransigente fermezza, ai limiti della durezza politica assoluta, senza concessioni pubbliche, anche dinanzi a una crisi umanitaria e politica di portata enorme. Il trattamento che la Thatcher – forse la figura più ferocemente antipopolare che il Regno Unito abbia espresso nella sua storia recente – riservava ai combattenti repubblicani d’Irlanda negli anni dei “Troubles”, il “problema”, come i media britannici sminuivano la questione identitaria dell’Irlanda del Nord.

Circa quattromila morti in un trentennio di sangue e fratture aperte. A Ballymurphy, dove la violenza colpì civili inermi, o a Springhill, dove altri corpi caddero sotto il fuoco britannico nella confusione delle aggressioni. A Derry, durante la marcia per i diritti civili contro l’internamento senza processo di sospetti repubblicani cattolici, dove i paracadutisti dell’esercito britannico spararono alla cieca sui manifestanti disarmati in quella che divenne la “Bloody Sunday”, punto di rottura morale e politico del conflitto, icona dell’ingiustizia strutturale subita dalla minoranza cattolica nordirlandese.

Così, dopo più di due mesi di inesausta lotta silenziosa rinchiuso in una cella spettrale, Bobby Sands lasciava un mondo che provò con ogni mezzo a liberare da sciovinismo e prevaricazione, anche attraverso l’uso del proprio corpo come ultimo e radicale strumento di pressione politica. Sands, del resto, non avrebbe mai potuto essere ridotto alla categoria del delinquente comune, come lo definiva l’establishment britannico per negargli lo status di prigioniero politico. Non soltanto perché membro del Parlamento britannico, scelto da detenuto con il sostegno di una parte ampia dell’elettorato locale, ma perché divenuto, nel tempo, paradigma vivente del desiderio di autodeterminazione di un intero popolo, quello irlandese, schiacciato da una sovranità imposta e strutturalmente estranea.

Sands moriva oggi, il 5 maggio di quarantacinque anni fa, nel cuore di uno scontro che era insieme politico, simbolico e identitario. Colpirlo, nelle intenzioni dei suoi carcerieri, avrebbe dovuto significare la neutralizzazione definitiva della lotta di liberazione. Fu un errore di valutazione storico, politico e umano. Thatcher, determinata fino all’intransigenza bruta, sottovalutò che un corpo poteva essere spezzato, ma il simbolo che quel corpo aveva assunto avrebbe continuato a operare oltre la sua stessa esistenza. La figura di Sands divenne così immediatamente riferimento internazionale per movimenti di resistenza e conflitti di liberazione, trasformandosi in un punto di frizione permanente nella narrazione occidentale dei “Troubles”, e in un ulteriore fattore di radicalizzazione sul terreno nordirlandese.

Nato a Belfast, città a maggioranza lealista, attraversata da fratture storicamente prodotte e sedimentate nel tessuto urbano e umano, Bobby crebbe nel disagevole sobborgo di Twinbrook, dove la famiglia fu costretta a spostarsi per sfuggire a pressioni e discriminazioni. In quell’Irlanda del Nord divisa da linee invalicabili, dove appartenenza e conflitto coincidevano, la sua formazione si iscrisse fin dall’inizio dentro una geografia politica già compiuta. Attivista fin da ragazzo, al compimento della maggiore età Sands aderì all’Esercito Repubblicano Irlandese, l’IRA, e iniziò la sua battaglia. Il resto è una storia che, tutt’oggi, continua a produrre memoria conflittuale e odora di speranza per gli oppressi di ogni latitudine.

“Sono un prigioniero politico perché sono l’effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra. Io difendo il diritto divino della nazione irlandese all’indipendenza sovrana e credo in essa, così come credo nel diritto di ogni uomo e donna irlandese a difendere questo diritto con la rivoluzione armata. Questa è la ragione per cui sono carcerato, denudato e torturato”, le sue parole che risuonarono dal carcere a un passo dalla morte.

Martire politico, eroe della resistenza, simbolo dei diritti civili e voce degli ultimi. Allodola. Un’immagine che richiama l’uccello dei campi aperti e delle praterie, capace di innalzarsi nel cielo mentre canta, sospeso tra terra e infinito. Metafora di una figura che trasformò la privazione della libertà in testimonianza estrema forza di volontà e resistenza.

A Bobby.

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