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Ucraina: corsa verso l’abisso e donornomics


7 Mag , 2026|
| 2026 | Visioni

In seguito alla caduta del veto del governo ungherese – che è coincisa con l’elezione e il cambio di maggioranza parlamentare – il prestito di novanta miliardi voluto dalla Commissione Ue per Kiev ha ottenuto l’approvazione definitiva e il complesso iter per il finanziamento dell’Ucraina può mettersi in moto.

Per quanto tale cifra sia vistosa sul piano monetario, la sua portata non è comprensibile se non collocandola nell’orizzonte della assistenza finanziaria occidentale, e più precisamente Ue verso tale paese, che è iniziata nel 2014, e di cui il “prestito” non è che lo sbocco più recente – e come vedremo, non è detto che sia l’ultimo. Si può vedere le cose da una duplice prospettiva: da un lato le conseguenze dirette sull’Ucraina, dall’altro quelle indirette sull’Ue. Iniziamo da queste ultime.

Il meccanismo del “doppio debito”

Dall’inizio del 2022 il sostegno del fronte euroatlantico al paese si è amplificato, con una tendenziale diversificazione dei ruoli: Stati europei e Ue hanno dato aiuti per la sfera civile e umanitaria, e Usa per il militare. Ma le cose sono cambiate: anche in seguito all’insediamento di Trump il sostegno statunitense è scemato, dando ancora più importanza all’Europa come primo finanziatore.

Il prestito di 90 mld non nasce come un fungo, ma trova un meccanismo già rodato: si tratta della Ukraine Facility, una modalità di finanziamento pluriennale per il 2024-27 sotto il controllo diretto della Commissione, che si  è previsto versi alle casse di Kiev 50 mld € – di cui sono arrivati circa metà, erogati nel corso del triennio 2024-26. Il calendario completo della erogazione, suddiviso fra sussidi a fondo perduto (grants) e prestiti, era articolato nel modo seguente:

AnnoTotale previsto(in mld €)Sussidi (in mld €)Prestiti(in mld €)
202416–185–610–12 
202518–206–7 12–13
202612–144–58–9 
Totale501733

L’ulteriore prestito di 90 mld verrà assegnato attraverso tale struttura.

Ma restiamo sui 50 mld – erogati oramai per la metà: da dove vengono? I 17 mld vengono dal bilancio comunitario pluriennale: cioè in massima parte da un fondo costituito dai contributi degli Stati membri; i 33 mld invece vengono chiesti in prestito ai mercati finanziari.

Quest’ultima modalità è la medesima che per il nuovo prestito di 90 mld: si tratta infatti di un “doppio” prestito: la Commissione chiede soldi tramite la emissione di obbligazioni (bond), e quando li ha racconti li consegna al beneficiario; essa svolge il ruolo, quindi, di debitore verso un soggetto (chi presta le cifre: gli investitori sui mercati finanziari) e di creditore verso un altro (gli Stati membri nel caso del PNRR; il Tesoro ucraino in questo caso).

Un debito comune è da un quindicennio l’aspirazione massima degli europeisti che lo vedono come una prefigurazione di un bilancio federale, ma i vertici degli Stati più influenti, in primis la Germania, hanno sempre posto il veto a simili velleità federaliste. Si è fatto un passo avanti in tal senso solo quando la crisi del Covid è parsa abbastanza grave da minacciare l’esistenza stessa dell’Unione. Il cammino verso una unificazione politica, fra squilli di tromba e peana europeisti, pareva spianato, ma si è cantato vittoria troppo presto. I vertici si sono affrettati a precisare che la finestra si sarebbe chiusa con la conclusione dell’emergenza. 

Il prestito di 90 miliardi € è il risultato di un fallimento: la Commissione intendeva sequestrare gli asset russi immobilizzati dal 2022 ma non solo non ha avuto il convinto sostegno degli Stati, ha persino raccolto un diniego dalla Bce. Fonti hanno rivelato alla stampa che legali dello stesso esecutivo europeo erano perplessi dalla mancanza di fondamenti giuridici e allarmati dalle possibili conseguenze sui mercati.

La soluzione di ripiego è questo prestito, che compare nelle conclusioni del Consiglio europeo del 18 dicembre 2025, in cui si precisavano due punti importanti: il rimborso dell’Ucraina avverrà solo quando la Russia pagherà le riparazioni di guerra (presumibilmente mai) e che il prestito non comporterà obblighi per Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia. A febbraio 2026 il voto del Parlamento europeo ha sancito l’approvazione del Regolamento 2026/467 del 24 febbraio. L’intero iter si è completato solo ad aprile.

Come già accennato il processo di indebitamento Ue è unitario, la Commissione emette bond che vengono acquistati da banche, fondi pensione, gestori di asset globali, e altri tipi di investitori. Le emissioni sono gestite da grandi banche: Barclays, Morgan Stanley, Societé Generale e UBS, che funzionano un po’ da grossisti e vengono remunerati per il servizio, nell’ordine di grandezza dello 0,08-0,16% rispetto alle cifre piazzate sul mercato. Gli acquirenti guadagnano in base al tasso d’interesse sottoscritto.

Sul piano finanziario resta un interrogativo importante: stante un solo e medesimo meccanismo per l’indebitamento della Commissione, se è molto chiaro chi restituirà i soldi per il Next Generation Eu (gli Stati per la componente dei prestiti, il bilancio Ue per i grant) in nessuna parte è scritto a chi toccherà l’onere se i russi avessero la cattiva idea di non pagare le riparazioni. Già per ripagare il NGEU le negoziazioni per il prossimo bilancio si preannunciano tempestose, e sembra difficile aggiungere altri 90 mld. €. Tale mancanza di chiarezza esprime una superficialità e sciatteria inconcepibili. Del resto è veramente bizzarro che dopo aver messo al vertice dell’attenzione le coperture finanziarie inerenti i soldi pubblici per oltre un decennio i vari Fubini, Giannini e piattume giornalistico assortito non denuncino tale lacuna come improponibile.

In altre parole non sappiamo esattamente da dove verranno i fondi per ripagare gli investitori che presteranno i propri capitali alla Commissione. Una ipotesi è una nuova emissione di bond: si pagano i debiti con altro denaro preso a prestito – come fanno tutti gli Stati del resto. O un’altra opzione è di ricorrere al fiat money: la Bce può stampare denaro. Ma entrambe le opzioni hanno visto una forte contrarietà, per cui si sono gettati i semi di conflitti futuri molto rilevanti.

Condizionalità e donornomics

Guardando all’effetto sui diretti beneficiari, l’assistenza finanziaria comporta delle rilevanti conseguenze per l’Ucraina. L’erogazione segue la solita logica della rateazione condizionale: vi diamo i soldi un po’ alla volta se sono mantenuti gli impegni. E nell’ambito dell’Ukraine Facility ci sono condizionalità stringenti di riforma di molti settori. Esse vengono attuate con una modalità che ricalca le “riforme dolorose” delle istituzioni finanziarie internazionali (Fondo monetario, Banca mondiale), della Troika verso i suoi sfortunati “beneficiari” ma soprattutto il PNRR con la stessa terminologia di  obiettivi quantitativi e legislativi target e milestones.

Ad un primo livello le condizioni imposte a Kiev paiono ragionevoli: una gestione trasparente e efficace della finanza pubblica e effettivi presidi anticorruzione. Ma il novero di provvedimenti richiesto è immensamente più ampio. La Bibbia assoluta di essi si chiama Ukraine Plan, un poderoso documento di oltre 300 pp. contenente circa 150 indicatori in 69 aree di riforma, tanto sul versante istituzionale (anticorruzione, miglior sistema fiscale, indipendenza magistratura) quanto su quello economico, spingendo verso una massiccia liberalizzazione di vasti settori per renderli compatibile col mercato unico Ue. Esempi sono il settore dell’energia con la riduzione del controllo statale sui prezzi (fine degli incentivi definiti “distorsivi”), della finanza con l’apertura a capitali esteri, industria (riduzione sussidi selettivi, standard UE sugli appalti) e, nel commercio, integrazione logistica con mercato UE con economia progressivamente orientata all’export verso ovest.

Se tale documento presenta il cuore del cambiamento richiesto, i dettagli sul calendario della erogazione sono inseriti in accordi di finanziamento (Financing / Loan Agreements).

Si tratta, in modo neppure nascosto, di una trasformazione profonda dello Stato ucraino in direzione di una omogeneizzazione pre-adesione alla Ue. Un documento ufficiale, ad esempio, descrive la Ukraine Facility come funzionale a sostenere “riforme e investimenti… mentre supporta il percorso verso l’adesione UE” .

L’operazione ha una densità tecnocratica molto spinta. Il pretesto è l’adozione di standard tecnici rigorosi, per esempio per evitare che i soldi concessi vengano sperperati dal malgoverno o corrosi dalla corruzione. Ma in realtà vanno molto oltre tali obiettivi, aggiungendo una mole di misure volte al dopoguerra, oltre le necessità del conflitto. Si parla di integrazione nelle filiere europee con l’adeguamento a criteri tecnici Ue, integrazione dei mercati dell’energia, trasporti e finanza, sistema dei pagamenti. 

Per il mercato dell’energia, per esempio, si prevede:

  • separazione produzione / distribuzione
  • riduzione controllo statale sui prezzi
  • accesso non discriminatorio alla rete
  • integrazione con mercato elettrico UE
  • allineamento regolatorio a norme UE

Insomma la fine del modello postsovietico.

Il settore finanziario, da parte sua, vede:

  • armonizzazione regolazione bancaria con standard UE
  • apertura a capitali esteri
  • rafforzamento vigilanza indipendente
  • convergenza verso regole tipo BCE/CRR/CRD

Il risultato sarà un sistema finanziario più integrato e più esposto ai mercati Ue.

A fronte di queste richieste, il governo di Kiev non può in alcun modo sottrarsi, ma deve ubbidire come un soldatino. Il Tesoro ha registrato un deficit fiscale di circa 25% sul pil dal 2022 in poi. Per descrivere la situazione l’economista ed ex governatore della Banca Centrale ucraina (NBU) Kyrylo Shevchenko ha usato il termine donornomics: economia dei donatori esteri: enorme deficit fiscale colmato solo dagli aiuti, tasso di cambio e inflazione determinati dalle politiche di banca centrale permesse dagli aiuti, obiettivo principale non più quello di produrre valore aggiunto, ma conservare il legame coi donatori.

Entrando più nello specifico, l’economista notava a dicembre 2025 che la moderata crescita del paese (1,9% nel 2025, 2% nel 2026, 2,8% nel 2027) oltre a rappresentare una stagnazione se considerato il crollo dovuto alla guerra di oltre un terzo dell’economia, era sospinta sostanzialmente solo dall’aumento della spesa pubblica. Che è permesso solamente dal flusso di aiuti, come ammette senza reticenze la stessa NBU.

In sintesi, solo gli alleati del fronte euro-atlantico, in specie gli europei tengono a galla l’economia coi loro soldi; in questa situazione essi impongono al paese che è in guerra contro un nemico potente dei cambiamenti profondi, pressoché irreversibili – gli standard di compatibilità tecnica orientano il paese creando legami che è molto difficile sciogliere in seguito senza profondi shock che nel contesto post bellico pochi riterrebbero socialmente sostenibili – legandolo all’agenda geopolitica euroatlantica. 

Il governo, da parte sua, se è molto debole verso gli alleati/padroni, si è imposto sull’onda dell’emergenza bellica ingigantendo immensamente i suoi poteri, in modo da marginalizzare facilmente il dissenso e l’opposizione nel paese. Non è certo un caso che l’unico contropotere interno è rappresentato dalle agenzie anticorruzione patrocinate dai donatori esteri.

Verrebbe da domandarsi quanto sia democratico imporre riforme di tale entità sull’onda dell’emergenza bellica. Ma forse l’interrogativo più pressante è il futuro del paese: esposta senza pietà al libero mercato dell’Unione, europeizzata fino al midollo, in un dopoguerra privo delle regioni più ricche, l’Ucraina verrà tempestata di memorandum di austerità per spremere tutto il possibile? Quando l’emergenza bellica passerà assieme al sostegno popolare degli europei chi potrà pompare altro denaro nel paese per sostenerne la ricostruzione onde evitare una caduta verticale degli indici di sviluppo umano?

Gli Usa pare non saranno interessati a farlo, una volta assicurata la fedeltà sul piano militare, e la Ue che non attraversa un grande momento – si pensi alla crisi tedesca e alla perdita della Francia della sua influenza nell’Africa subsahariana – sarà difficile che continui a mettere sul piatto decine di miliardi ogni anno.

Il “prestito” di 90 miliardi viene celebrato dall’establishment unionista come un segno di solidarietà al paese ma dobbiamo davvero domandarci se esso non sta conducendo l’Ucraina verso una stagnazione di lunga durata difficilmente reversibile.  

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