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Sempio, il minotauro riluttante che è in noi


9 Mag , 2026|
| 2026 | Visioni

Allucinazioni. Garlasco è oggi la “quistione italiana”, lo specchio delle nostre indicibili paure e delle nostre malate sovrastrutture. Assai peggio che il microcosmo della provincia italiana. L’Italia ridotta a Provincia. Altro che Psycho. Il mio problema è, però, oggi più limitato: partecipare o no al (perverso e infinito) salotto lombrosiano di Milo Infante e compagnia? Decido di partecipare anche se, per “correttezza professionale”, devo subito confessare ai lettori che non ho alcuna specifica competenza in materia. La mia partecipazione è frutto di pura ignoranza; di fantasia frutto delle risposte fornite da un programma dell’IA alle mie bizzarre domande. Con un’unica modesta certezza: meglio un colpevole a piede libero che un innocente in galera. Con buona pace del miserabile e osceno interesse del circolo mediatico-giudiziario ad alimentare lo “spettacolo” investigativo.   

Non da oggi la vita di possibili innocenti è merce per media e piattaforme digitali che ne fanno carne da macello per trame romanzesche, cinematografiche, fiabesche. Di pessima qualità. Andrea Sempio, per sua ammissione, ha un problema serissimo che non vogliamo vedere, perché è anche il nostro: ha paura di toccare e di essere toccato. Non mi fido delle sue spiegazioni. Ci vorrebbe il pervasivo sguardo di un redivivo “Signor G”.  Ma non sono nemmeno lontanamente erede del “Signor G”. La mia è una semplice allucinazione notturna, una maionese impazzita di sparse e disordinate letture di Elias Canetti e Luigi Zoja. Se servisse, dopo queste mie disordinate confessioni (recte: dopo questo mio “soliloquio”), una “consulenza personologica” (psicologica, emotiva, comportamentale), chiamerò loro in Tribunale per un parere pro veritate.

Il tempo del post passionale. Centaurismo digitale

Sostiene Andreas nella sua “opera” – Teorie della Savana – che l’uomo è un “animale sociale” fatto per vivere in tribù di 50-150 individui, che i maschi si allontanano per cacciare, che le donne (in numero superiore, circa 4 per ogni uomo) gestiscono il campo, che il ricambio costante di partner serve a mantenere alto il desiderio e ad evitare la “frustrazione della coppia” grazie a una sessualità priva di vincoli etici moderni. Grazie Andreas, a maggior ragione se sei Tu l’assassino, per averci fatto capire che viviamo nel tempo del postpassionale: che le grandi passioni, necessarie per l’essere umano, languono.  E invece no, per il salotto lombrosiano, Andreas è “solo” un mostro, un potenziale assassino, l’assassino reale di Chiara Poggi. Non c’è un movente specifico, personale, ma solo un ritorno alla barbarie maschile primordiale, l’incapacità di relazionarsi con l’altro sesso se non attraverso la sopraffazione. Andreas ne è il simbolo, condanniamolo – le prove, l’arma del delitto sono un contorno, come del resto era già avvenuto con Alberto Stasi – e saremo tutti assolti.  Solo lo junghiano Luigi Zoja, nel corso mia allucinazione notturna, lo “difende”. Andreas è un Centauro, metà uomo e metà bestia, la sua “teoria” sulla violenza maschile non è “follia”, ma desiderio di un ritorno alla natura pre-paterna. Nella “tribù” di Sempio – nel branco di Luigi Zoja – la responsabilità individuale si dissolve, il singolo non sente più la colpa del crimine: l’istinto collettivo normalizza la violenza. Visi soddisfatti, vittoriosi, tra i “giurati” del salotto lombrosiano: l’Italia Seduction Club è il luogo per eccellenza nel quale prende corpo il “centaurismo digitale” (non sanno cos’è, ma tant’è), comunità nelle quali l’altro sesso è una preda da conquistare attraverso tecniche belliche, comunità che trasformano il corteggiamento nella “caccia” del centauro zoiano. Regressione delle passioni, caduta della maschera civile del maschio che rifiuta il ruolo di padre protettore per tornare a essere un predatore. Regressione di Andreas, cioè nostra, dei nostri giorni, visto il crescente numero dei partecipanti a queste comunità che praticano tramite editi e inediti “rituali” di appartenenza un neo maschilismo” distruttivo e ossessivo quale sostituto funzionale del patriarcato tradizionale.

Dov’è lo stupro?

Un problema serio, serissimo. Ma l’avvocato dell’ex mostro, Alberto Stasi, non ci sta nella pelle. Per Lui Andrea Sempio è solo un “maschio malato”. Anzi, è il solo maschio malato.  Preso da un impeto di “nostalgia” e “romanticismo” l’avvocato vorrebbe raccontare dei corteggiamenti di quando era ventenne, dei corteggiamenti politicamente corretti quando gli uomini facevano ancora serenate sotto i balconi delle loro amate e l’Accademia della Crusca non aveva ancora inserito la parola stupri tra i neologismi della lingua italiana… Ma nella mia allucinazione notturna si alza una voce flebile, è quella di Elias Canetti, che stranamente per chi lo conosce, avanza  timidamente un dubbio: ma dov’è lo stupro di Zoja, individuale o di gruppo che sia? Imbarazzo e panico tra i lombrosiani. L’avvocato, però, è un uomo fortunato, incombe la pubblicità di 57 secondi e dopo non se ne parlerà più. Quello che conta è la visione “antropologica” di Andreas, quel biglietto ritrovato (“Ho fatto cose talmente brutte che nessuno può immaginare”), segnale inequivocabile di una psiche mossa da un codice istintuale arcaico, premoderno. Seguono istruzioni per l’uso da parte di tutti i partecipanti, innocentisti compresi: non fate uscire le vostre figlie da casa (ma Chiara non è stata uccisa a casa sua?) se non dopo avere attentamente valutato le “consulenze personologiche” di compagni di scuola, amici, conoscenti…Almeno sino a quando la Procura di Pavia non li avrà indagati e rinviati tutti a giudizio. Anzi in prigione, in prigione e che gli serva la lezione, cantava quel tale.

Il minotauro riluttante

Ma le parole di Luigi Zoja, a proposito dei minotauri digitali, a leggerle bene non parlano semplicemente di istinto arcaico, ma dell’antico e moderno canettiano timore dell’uomo di essere toccato per il terrore di essere rifiutato, dell’uomo predatore che non agisce solo per eccesso di vitalità ma anche per un’estrema difesa contro il mondo esterno. La canettiana meccanica della difesa che precede l’attacco. Un minotauro riluttante alla ricerca di un deserto (di una “Savana”) dove nessuno possa avvicinarsi senza il suo permesso e che va caccia solo quando è sicuro di aver neutralizzato l’imprevedibilità dell’altro. Il Sempio che non conosce incontro e seduzione ma solo potenziali prede. Il Sempio che si sente esso per prima preda. L’uomo che vive nel terrore costante di essere toccato dall’ignoto, così gli appare la donna dei nostri giorni. Il Sempio indicibile che è in noi. Hic et nunc. Un archetipo postmoderno della violenza maschile. Senza necessariamente essere un assassino né l’assassino, ma più spesso un individuo comune chiuso in un guscio in cui esteriormente la violenza è sotto controllo. L’uomo che per difendersi dalla paura per l’ignoto per eccellenza che è diventata per lui la donna, costruisce “distanze” (sociali, gerarchiche, fisiche) per non esporsi alla vulnerabilità del tocco reale e imprevedibile. Ancor più indecifrabile e imprevedibile. Un minotauro riluttante. Non più padre protettore” (civiltà) né più “centauro fecondatore” (natura selvaggia). Di questo dovremmo discutere e preoccuparci. Ma chi glielo racconta al circolo mediatico e ai suoi utenti? Tengono tutti famiglia, in tutti i plurimi sensi che questa parola oggi ha. E la mia, in fin dei conti, è solo una allucinazione notturna.

Il silenzio degli innocenti

Come che sia, la mia allucinazione notturna, una volta sveglio, mi è servita. Mi ha ricordato che non dobbiamo, mettere nel cestino uno dei pochi, ma fondamentali, principi di buon senso della nostra moderna civiltà giuridica. In dubio pro reo, “nel dubbio, [si giudichi] a favore del reo”. Emettere una sentenza di condanna solo nelle aule di giustizia e solo quando si ha la prova della colpevolezza “oltre ogni ragionevole dubbio” (art. 533 del Codice di Procedura Penale).  Concordo – ci saranno delle anime belle grideranno allo scandolo – con quanto scritto in questi giorni in un articolo del Secolo d’Italia (https://www.secoloditalia.it/2026/05/il-caso-garlasco-e-il-rischio-che-si-creino-altri-mostri-dimenticando-il-ragionevole-dubbio-della-costituzione/). «I pubblici ministeri sono pagati per cercare prove concrete, non astrazioni. E i giudici per valutare con obiettività. Creare mostri prefabbricati serve solo a dare in pasto alla bulimia collettiva un “male” che non è un corpo estraneo da noi. Serve a fare audience. Sulla pelle degli innocenti. Come lo era Chiara. Che non cerca, però, un assassino. Ma l’assassino».

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