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Un passo indietro e due avanti: rianimare le democrazie nazionali per una Confederazione di Stati europei


12 Mag , 2026|
| 2026 | Visioni

Le prospettive dell’Unione Europea sono drammatiche: se continua così, la UE precipiterà verso la recessione, la crisi economica e la disgregazione nazionalistica o, peggio, marcerà ciecamente dritto verso la guerra contro la Russia. Le piccole correzioni non possono modificare, purtroppo, il senso di marcia di questa UE. Per cambiare, le organizzazioni civili e politiche progressiste dovrebbero fare uno sforzo di immaginazione e cominciare a concepire una visione alternativa a questa Unione non democratica che fa ricca la finanza e le multinazionali e impoverisce le popolazioni europee. In questo articolo sosteniamo che occorre avere il coraggio di immaginare un’Europa completamente diversa: occorrerà approfittare della prossima prevedibile crisi europea per gettare alle ortiche il Trattato di Maastricht e costruire le condizioni politiche per realizzare una forma diversa di unità europea, basata sulla Confederazione delle Democrazie europee. Solo una forma confederale può infatti permettere all’Europa di ottenere quello che oggi la UE non riesce e non può fare: da una parte mantenere, e possibilmente sviluppare, l’unità d’azione dei paesi europei, che è indispensabile per affrontare le superpotenze, USA e Cina, e avere forza ed efficacia a livello nazionale e internazionale; dall’altra ampliare la democrazia e la partecipazione politica, che in questa UE sono assenti. Occorre prendere atto della realtà: la strategia di Jean Monnet, che mirava alla realizzazione di un’Europa federale attraverso un’integrazione funzionalista e sovranazionale, è miseramente fallita. Bisogna riconoscere che è impossibile e illusorio federare dall’alto, attraverso le crisi, una trentina di paesi europei e che il centralismo pseudo-federalista di Bruxelles è autoritario, rigido, burocratico, inefficiente, impotente e incompatibile con la democrazia. Diventa necessario rivalutare l’idea dell’Europa confederale di Charles de Gaulle, il passato presidente francese, idea purtroppo quasi caduta nell’oblio. Però, al posto dell’“Europa delle Patrie” di De Gaulle, noi proponiamo la Confederazione delle Democrazie. Infatti, senza democrazia non ci sarà mai un’Europa unita. Ma non esiste democrazia al di fuori delle comunità nazionali.

Un fatto è certo: così com’è, la UE non andrà avanti per molto. Ursula von der Leyen, a capo della Commissione UE, e Mark Rutte, a capo della Nato, spingono l’Europa dritto verso la guerra con la Russia. La UE infatti non fa nulla per negoziare la fine delle ostilità in Ucraina, anche se Kiev non può riconquistare i territori perduti e sta perdendo la guerra, nonostante il sacrificio dei suoi soldati e il sostegno della Nato. Inoltre, tra qualche anno, l’UE è destinata a sciogliersi o a diventare qualcosa d’altro, ma non migliore di com’è adesso. Basti pensare che nel 2027 si terranno in Francia le elezioni presidenziali e che potrebbe vincere il Rassemblement National, una formazione della destra sciovinista che è attualmente, secondo i sondaggi elettorali, il primo partito. Nel 2029 si terranno in Germania le elezioni parlamentari e potrebbe vincere AfD, Alternative für Deutschland (Alternativa per la Germania), che, secondo i sondaggi, è pure il primo partito. Ambedue questi partiti sono di estrema destra, sciovinisti e antieuropeisti, critici verso la Nato, ma anche contrari alla continuazione a oltranza della guerra in Ucraina. Se andassero al governo, la UE o non esisterà più o sarà completamente diversa. I due partiti sono ultranazionalisti; quindi esiste il rischio concreto che nel prossimo futuro tra i due paesi possano ricominciare gli scontri che nel secolo scorso hanno insanguinato l’Europa.

C’è un altro grande macigno all’orizzonte del vecchio continente. La UE, spinta dalla Nato, vorrebbe allargarsi ai Balcani occidentali, alla Moldavia, all’Ucraina e anche alla Georgia, in una sorta di manovra di accerchiamento della Russia. Ma più il condominio dell’Unione Europea si allargherà a questi Stati fortemente nazionalisti e non abituati alla democrazia occidentale, più problemi sorgeranno e meno la UE riuscirà a prendere decisioni politiche di rilievo.

Il futuro della UE volge quindi alla dissoluzione: per superare la crisi occorre allora che l’Europa svolti radicalmente. Questo articolo propone di cominciare a concepire una via di uscita che scandalizza molti: quella di abbandonare Maastricht e di costituire una nuova forma di unità europea, un’Europa confederale. Il liberismo di Maastricht e il dogma ideologico dell’infallibilità del mercato sono infatti incompatibili con la necessità di raggiungere la cosiddetta “autonomia strategica” europea e di introdurre un’indispensabile politica industriale. Senza politiche industriali non solo non sarà possibile rilanciare l’economia europea; non sarà neppure possibile realizzare forme di difesa comune. Il problema è che Maastricht è concepita per dare potere ai mercati e sottrarre potere agli Stati; il principio di fondo del trattato europeo è che l’azione pubblica nell’economia sia da condannare. Su questa base l’Europa non può progredire e diventerà sempre più subalterna.

La politica estera e di difesa è stata finora condotta dalla Nato a guida americana e quindi nell’interesse degli americani; tuttavia i governi di Francia, Gran Bretagna e Germania hanno cominciato ad avviare una loro politica autonoma dagli USA e dalla Nato, creando l’Unione dei Volenterosi nel settore delicatissimo della difesa; questa unione, essendosi formata per volontà dei singoli Stati e non per decisione di Bruxelles, prefigura già la formazione di un’Europa di tipo confederale.

In prospettiva, per costruire un’efficace unità europea, occorrerà fare un passo indietro per farne, se possibile, due avanti: occorrerà arrivare a formare una Confederazione delle Democrazie Europee. Solo grazie a una forma confederale si possono salvaguardare sia l’unità d’azione dei paesi europei sia la democrazia e la partecipazione dal basso. La UE attuale è infatti non democratica e non permette la partecipazione, se non quella delle lobby di affari.

La UE è attualmente una forma ibrida di istituti autoritari sovranazionali – come la Banca Centrale Europea e la moneta unica – e di istituti intergovernativi di tipo quasi condominiale, e perciò impotenti. Il Consiglio Europeo e la Commissione Europea sono ambedue formati dai rappresentanti di 27 Stati. Ma è impossibile che 27 paesi europei con storie, lingue, economie e istituzioni diverse, con interessi differenti e spesso divergenti, riescano a formare uno Stato federale democratico.

L’Unione Europea è stata costruita sulla base di un abbaglio colossale, di un enorme falso ideologico che la storia contraddice: il fatto che, a causa della globalizzazione, gli Stati nazionali siano completamente superati. Paradossalmente sia l’ideologia liberista sia quella europeista condividono l’idea che gli Stati nazionali siano ferrivecchi. Al liberismo conviene “superare” gli Stati nazionali, perché solo gli Stati nazionali possono regolamentare la finanza e i movimenti di capitale e perché solo negli Stati nazionali la democrazia può fiorire. Anche l’europeismo federalista vorrebbe cancellare gli Stati nazionali per dare il potere sovrano sulla moneta, la difesa e la politica estera alla tecnocrazia di Bruxelles, al di sopra di ogni forma di democrazia e di controllo dal basso. La Big Finance e le multinazionali hanno trovato nella UE sovranazionale – ovvero sopra le nazioni e gli Stati – i rappresentanti migliori dei loro interessi. Per riscattare la democrazia bisogna allora che gli Stati ritrovino la loro sovranità e che i parlamenti e i governi eletti dal popolo recuperino il loro potere decisionale. Per realizzare obiettivi comuni occorre però anche che gli Stati europei si uniscano.

Idealmente bisognerebbe che la Confederazione Europea partisse da una volontà e da una decisione politica comune ai quattro maggiori paesi democratici europei: Germania, Francia, Italia e Spagna. La Confederazione non dovrebbe essere aperta a tutti: dovrebbero entrarvi solo Stati democratici sufficientemente omogenei sul piano culturale, sociale, politico ed economico. I livelli salariali e di sviluppo economico tra i paesi della Confederazione Europea non dovrebbero essere troppo distanti. E dovrebbero essere ammessi solo i paesi disposti a finanziare fondi comuni e progetti di interesse comune. Se non si verificherà fin dall’inizio un minimo di cooperazione fiscale, ogni prospettiva unitaria sarà solo parola al vento. Ovviamente dalla Confederazione dovrebbero essere esclusi i paradisi fiscali europei.

I governi confederati potrebbero realizzare progetti comuni attraverso debiti comuni – per il Green Deal, la ricerca, l’autonomia digitale, la difesa –, emettere degli Eurobond e concordare una moneta non unica, come è l’euro, ma comune, sulla traccia del Bancor, la valuta globale che aveva suggerito John Maynard Keynes a Bretton Woods. La Confederazione dovrebbe realizzare un Fondo Sovrano comune, indispensabile per la nazionalizzazione delle risorse strategiche, in particolare nel campo dell’energia, e per realizzare investimenti nei beni comuni europei. Se la nuova Europa realizzasse un fondo comune per garantire il lavoro e la quasi piena occupazione, un salario minimo e l’indicizzazione dei salari e delle pensioni al costo della vita, allora i cittadini aderirebbero con entusiasmo all’ideale europeista. In tale caso si potrebbe chiedere loro il pagamento di un’imposta europea, anche solo simbolica. No taxation without representation.

Bisognerebbe inoltre trasformare la moneta unica europea in una moneta comune verso il resto del mondo, una moneta sintetica – ma non unica – che rappresenti le singole monete nazionali europee verso il dollaro, ovvero una sorta di Bancor, la valuta per gli scambi internazionali proposta da John M. Keynes a Bretton Woods e rifiutata dagli americani, che imposero il dollaro come moneta globale (J. M. Keynes, Eutopia. Proposte per una moneta internazionale, a cura di Luca Fantacci, et al./edizioni, 2011). L’Europa democratica dovrebbe ristabilire relazioni normali e di mutuo vantaggio – come erano prima della guerra in Ucraina – con il più grande Stato d’Europa, la Russia. La Casa Comune Europea potrebbe non solo competere alla pari con gli USA e la Cina: potrebbe, soprattutto, progredire democraticamente nella pace.

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