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La vita come domanda


13 Mag , 2026|
| 2026 | Visioni

C’è una dialettica che va frequentata e sviscerata bene prima di poterla padroneggiare: quella tra apertura e chiusura, tra vaghezza e concretezza, tra ideale e scopo. È infatti una fregatura abbastanza demoralizzante, per noi umani, avere un richiamo ideale all’universale e all’incondizionato e la necessità di agire qui e ora nel nostro tempo storico, nella nostra vita così fangosa e imperfetta. Non so chi, sapendolo in anticipo, firmerebbe il contratto della vita: “Vuoi tu nascere e vivere nel mondo pur sapendo di essere condannato all’insoddisfazione eterna, perché ciò che ti muove è talmente incondizionato da non poter trovare ristoro in nessun risultato?”. “Beh – verrebbe da dire – certo che no!”

Nel misero sbalzarsi da un estremo all’altro, spesso si sceglie uno dei due poli. Il più gettonato è, evidentemente, quello della concretezza: dopo aver preso un paio di bastonate nell’inseguire degli ideali, i più imparano la “dura lezione della vita”, ossia che sognare, desiderare, avere valori è per deboli e anime belle. Chi sceglie questa strada spesso si rifugia nella fissazione di scopi concretissimi, si preoccupa di come mettere insieme il pranzo con la cena e di come sopravvivere allo squallore quotidiano. Sia chiaro: non si sta qui criticando chi fatica nella vita di tutti i giorni, ma solo chi vede nel galleggiamento il fine ultimo, non certo chi rifiuta quello stesso galleggiamento e ritiene che una vita veramente umana richieda altro. I “concreti”, però, non sono solo coloro che galleggiano: sono anche quelli che focalizzano tutto il processo del desiderio unicamente sul punto d’arrivo, sullo scopo. Anche per costoro, ogni riflessione sui valori e gli ideali è pura aria: conta solo quella cosa che vuoi raggiungere. Vuoi diventare CEO d’azienda? Bene, rimboccati le maniche e lavora sodo; vuoi avere un fisico scolpito? Stessa risposta… È tutto molto semplice in questa prospettiva: si hanno degli scopi anche ambiziosi e tutto sta nell’ottenere la cosa voluta, non ci sono altri livelli, il percorso è logico, quasi tecnico: si tratta solo di sapere tecnicamente come si arriva da A a B. Fine.

Le prospettive della concretezza, presto o tardi, si incagliano anch’esse nell’insoddisfazione. È palese per chi galleggia: la vita perde rapidamente gusto e colore. Meno evidente è per i self-made men: la mentalità performativa, dello scopo a tutti i costi, fallisce – paradossalmente – proprio quando si raggiunge lo scopo. Questi non vedono ciò che si nasconde dietro lo scopo: ancora paradossalmente, lo scopo non è scopo, ma mezzo. La cosa concreta non è perseguita per sé, ma perché indica qualcos’altro, perché in essa riluce qualcosa di più alto. Platone l’aveva ben visto quando sosteneva che non si ama mai la cosa, ma la bellezza che è nella cosa, e la cosa è quindi amata perché ricorda la bellezza universale; ne siamo attratti perché ci ricorda quello che ci muove nel profondo. Chi resta al livello superficiale e non vede altro che lo scopo concreto, una volta raggiuntolo ne è insoddisfatto, perché – se ne accorge solo allora – pensava che possedendo la cosa sarebbe stato felice o realizzato e confondeva questo desiderio di felicità, di bellezza, di perfezione con la cosa perseguita.

Fin qui, in fondo, nulla di nuovo: praticamente basta aprire qualunque libro di filosofia antica per trovarvi moniti contro il perseguimento cieco della gloria, degli onori, della ricchezza, del piacere. Ma le cose sono un po’ più difficili nella misura in cui ci rivolgiamo all’altro estremo: come vanno le cose per coloro che scelgono la vaghezza dell’ideale? Anticipiamo: male. Apparentemente, la scelta dell’ideale è ben più nobile: è una scelta ascetica, di rifiuto del mondo, della sua concretezza che non porta a nulla, per sposare solo ciò che è eterno e universale. Questa scelta è però in malafede: chi rinuncia al mondo spesso non lo fa per scelta libera e positiva, ma in negativo, come reazione alla frustrazione di non trovare soddisfazione nel perseguimento degli obiettivi. L’imprenditore di se stesso diventa asceta. Poiché i risultati concreti non portano da nessuna parte e affannarsi a rincorrerli è una fatica che non ripaga, l’asceta sembra dire: “Tutti gli scopi sono provvisori, allora è meglio non averne”, e sceglie così di cassare completamente dal proprio orizzonte gli obiettivi concreti e le cose da ottenere, per dedicarsi unicamente a ciò che gli piace e trarre delizia da questo. È una scelta semplice e frugale: non rincorrere gloria e riconoscimento esterno, ma continuare a fare ciò che piace indipendentemente da tutto. Non voglio avere un ristorante stellato, mi basta cucinare; non voglio scrivere il libro che risolve tutte le questioni filosofiche, mi basta leggere saggi e approfondire la filosofia; non voglio diventare lo sportivo più forte di tutti, mi basta divertirmi giocando.

Anche l’asceta, prima o poi, naufraga. Ha tolto di mezzo ogni progettualità, ogni direzionalità, ogni scopo dalla sua considerazione della vita e la sua attività, che prima lo riempiva di piacere, sfiorisce fatalmente, perde colore e gusto. Gli sembra, infine, di essere un Sisifo che fa sempre la stessa cosa senza unità, senza avanzamento, senza scoperta, senza direzione, senza – in fondo – senso. La sua attività non lo trasforma più: legge e legge testi di filosofia, ma diventano informazioni che si accumulano, non quel sapere vivo che gli aveva fatto battere il cuore; cucina e cucina in un ristorante mediocre, ma ogni giorno è uguale all’altro e i gesti diventano automatici e senz’anima; gioca e gioca in una squadra minore, ma non si diverte più. L’asceta si scopre essere il massimo edonista: ricercando l’ideale puro, ha finito nel piacere per il piacere, e questo l’ha logorato. Il piacere, scollegandosi dall’obiettivo concreto, si è anche scollegato dall’ideale, dall’Altrove, ed è diventato una triste giostra che gira su se stessa.

Il contratto della vita sembra inaggirabile: è una dialettica, un’oscillazione infinita tra ideale e scopo (un cattivo infinito: non vogliamo, hegelianamente, sostenere che ci possa essere un punto risolutivo della dialettica). Si tratta semplicemente di starci nel modo giusto: occorre trasformarsi ogni volta nell’oscillazione. È quindi un viaggio che mette in gioco la totalità di noi stessi ed è, per questo, estremamente faticoso e doloroso. Proviamo ora a fornire qualche indicazione su come svolgere questo viaggio.

Tra vaghezza e concretezza si può trovare un punto intermedio, qualcosa che resti aperto alla scoperta del viaggio ma che, nello stesso tempo, fornisca una direzione riconoscibile. Dunque, non c’è da fissare un obiettivo: sarebbe determinazione senza apertura, e raggiungerlo non sarebbe trasformativo. Allo stesso modo, non va neanche riconosciuto un ideale: riconoscere astrattamente di volere, ad esempio, la giustizia non apre possibilità d’azione politica; anche questa via, quindi, non trasforma. Forse l’atteggiamento umano che più risponde alle caratteristiche cercate è il domandare. Porre domande è un atteggiamento, un modo di porsi di fronte al mondo. La domanda schiude un campo aperto di possibili risposte (è, quindi, indeterminata), ma nello stesso tempo indica la direzione in cui occorre cercare, poiché non tutte le risposte possono soddisfare la domanda (è, quindi, precisa). Quando ci si impantana nella troppa vaghezza o nella troppa concretezza, può essere utile ricordarsi la domanda che ci ha mossi, in prima battuta, a percorrere quella strada. Perché studio filosofia? Perché faccio il cuoco? Perché sono uno sportivo? Non per degli ideali astratti e neanche per degli obiettivi mondani: lo faccio per rispondere a una mia personalissima domanda. Qual è questa domanda? Cosa cerco nel mio viaggio sulla Terra? Perché ho ritenuto (irriflessivamente) che quell’attività potesse essere un buon percorso per trovare delle risposte?

La domanda vitale è personale e genuina, non è una domanda tecnica che chiede come arrivare da A a B o che esprime una curiosità estemporanea. Raggiungendo la propria personale domanda, che si sente vera in questo momento (poi può anche cambiare nella vita), si riconosce che non c’è risposta che la esaurisca, ma solo un percorso che la nutra. Ed ecco che il progetto concreto viene illuminato da tutt’altra luce: esso è la via individuata per tentare di rispondere alla domanda. Non scrivo un libro di filosofia per risolvere i problemi della filosofia, ma per provare a rispondere alla mia personale domanda. Per un libro è abbastanza evidente, ma vogliamo sostenere che qualunque desiderio poggia su una domanda: volere costruire una famiglia, aprire un ristorante, fare un viaggio, iniziare una relazione d’amore… si desidera la cosa concreta perché si domanda. La domanda si rivela allora come il punto intermedio tra l’anelito ideale astratto, la forza che ci muove ma che non sappiamo riconoscere, e il desiderio rivolto a una cosa concreta.

Ma – si può obiettare – se non si fanno le cose per essere utili, perché mai? Un libro di filosofia serve se risolve i problemi filosofici del proprio tempo; un negozio serve se fornisce quei prodotti che il mercato richiede ma non offre ancora… Se non è così, siamo già sommersi di libri e negozi: perché mai crearne altri? Questo punto tocca la questione fondamentale del rapporto tra desiderio e utilità: sembra evidente che si desideri qualcosa perché serve, perché è utile. E invece è proprio l’opposto: il desiderio è autogiustificante, non necessita di ulteriore giustificazione e, anzi, il desiderio stesso giustifica l’utilità, non l’utilità il desiderio. Non si desidera qualcosa perché è utile, ma è utile perché la si desidera. L’utilità nasce dal desiderio: esiste utilità perché ci sono desideri e bisogni. È utile aprire il negozio o scrivere un libro perché si desidera farlo, perché risponde a un’esigenza. Poi, certo, negozi e libri possono incontrare il gusto del pubblico, ma non è per questo che si creano. Chi mai fa una famiglia perché è utile, dato che siamo in crisi demografica? È assurdo. Allo stesso modo, chi apre un negozio equo e solidale, ad esempio, lo fa perché ha il desiderio di un mondo più giusto; chi scrive un libro di metafisica lo fa perché ha il desiderio di rispondere a certe domande sulla realtà. E chi acquista in quel negozio o legge quel libro lo fa perché mosso da un desiderio analogo.

Riuscire a formulare le proprie personali domande vitali (non domande tecniche) permette, quindi, di incanalare l’anelito ideale in una direzione riconoscibile e apre altresì la strada alla formulazione più precisa di progetti e obiettivi specifici. La domanda è inesauribile, ma richiede comunque risposta, e in questo sta la dialettica. Nella misura in cui si riesce a collegare lo scopo con la domanda che l’ha posto, il suo raggiungimento darà soddisfazione, poiché trarrà senso dall’orizzonte più ampio aperto dalla domanda. Allo stesso modo, quando l’ideale trova una sua formulazione nella domanda, potrà essere perseguito concretamente in risultati esterni e obiettivi concreti. Quindi – hypocrite lecteur – a cosa, vivendo, stai cercando di rispondere?

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