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Il 25 aprile nell’Italia del vincolo esterno
Le manifestazioni del 25 aprile di quest’anno sono state particolarmente partecipate. Le grandi mobilitazioni contro la pulizia etnica a Gaza non si sono dunque disperse. L’attacco di Usa e Israele all’Iran ha creato ulteriore contrarietà e apprensione.
Ma perché è stato il 25 aprile a far convergere queste istanze? Che cosa rappresenta per gli italiani questa festa?
Sicuramente quest’anno il 25 aprile è stata la prima occasione per dimostrare la propria indignazione per quanto sta accadendo, in assenza di partiti di massa e movimenti organizzati in grado di dare continuità e senso alla protesta. Questa considerazione, tuttavia, non risponde in modo esauriente alle domande di cui sopra.
In effetti, l’Italia non ha una data che ricordi l’unificazione, la sua fondazione come nazione. Non è lo sbarco dei Mille, l’incontro di Teano, la presa di Porta Pia. La festa della vittoria del 4 novembre è stata cancellata. La stessa ricorrenza del 2 giugno, che segna la nascita della Repubblica, non è molto sentita. Del resto, la vittoria dei “Sì” al referendum su repubblica o monarchia è stata tutt’altro che schiacciante: 54,3% contro 45,7%. Già questo risultato ci dice molto sul fatto che anche la Lotta di Liberazione sia questione controversa. Non a caso, mentre il risultato referendario fu festeggiato da subito, la ricorrenza del 25 aprile venne decisa solo nel 1949, e non a caso: dopo le elezioni non vinte dalla sinistra.
Insomma, la nascita della nazione prima e della Repubblica poi sono stati passaggi problematici.
Il fatto è che la Lotta di Liberazione è stata troppo breve e circoscritta al solo Nord per rappresentare da subito un punto di unificazione. Inoltre è stata una guerra non solo di liberazione ma anche una guerra civile. I fascisti la vivono come una sconfitta, mentre una parte del Paese non ha vissuto quella lotta in prima persona in quanto “liberata” dalle truppe alleate. Inoltre, nonostante nel CLN fossero presenti tutti i partiti tranne i fascisti, il segno di quella lotta veniva sottolineato dalle forze socialcomuniste. In ballo non c’era dunque solo la liberazione dal nazifascismo, ma anche lo scontro capitalismo/socialismo, Usa/Urss.
La campagna elettorale del ’48 fu infatti attraversata da queste questioni. I liberatori americani, diventati occupanti, mobilitarono tutto quel che potevano per arginare le forze di sinistra. Già i governi a impronta CLN erano durati poco: solo un anno e mezzo. In quel periodo molto attivo fu il console americano, che organizzava un evento ogni qualvolta arrivava una nave con gli aiuti previsti dal Piano Marshall. In campagna elettorale scesero a fare comizi pure i frati. Non mancò nemmeno il tour della Madonna Pellegrina, che attraversò l’Italia, in particolare negli anni 1947-1949. Tanto per parlare delle ingerenze esterne. Quelle ingerenze sarebbero poi continuate, e in modo massiccio, per decenni.
È in questo contesto che lavorarono i costituenti. Ciò ne sottolinea la statura e il risultato: la Carta del 1948. Una Costituzione democratica, pacifista, parasocialista.
La ricostruzione del Paese, all’opposto, avvenne con l’impronta liberista di Einaudi. La messa a terra della Carta, infatti, fu lenta, molto lenta. La Corte costituzionale fu varata nel ’56. E, a proposito del recente referendum, il CSM fu istituito nel ’58. Lo Statuto dei lavoratori è del ’70. Intanto rimanevano in vigore le leggi fasciste. Infatti ci vollero gli scontri e i morti del 1960 e la nascita del centrosinistra perché il vento cambiasse. È in questo periodo che prende campo e si allarga il riferimento al 25 aprile e alla Costituzione come bene comune. Così le commemorazioni diventano un rito quasi condiviso. Sappiamo infatti dell’importanza che nelle società hanno questi rituali. Essi uniscono tenendo vicini, nella memoria e nel ricordo — pur trascendendoli — i fatti da cui nascono. Fatti che quasi sempre sono caratterizzati da morte e speranza.
Ma già nel 1972 abbiamo un altro governo di centrodestra: Andreotti-Malagodi.
Il periodo successivo è segnato dal compromesso storico e dall’apertura democristiana alla collaborazione coi comunisti, che costerà la vita ad Aldo Moro. Successivamente muore anche il PCI per suicidio/trasformazione. Ma dalla metamorfosi non è nata una farfalla, bensì il PD.
Dopo la tragica morte di Moro — di cui il Paese, anche a sinistra, rimuove il nome dei veri mandanti annullandoli dietro il ruolo delle BR e della P2 — è la conservazione e la reazione che vincono, sconfiggendo il movimento dei lavoratori.
Nasce così la seconda Repubblica liberal-liberista che, insieme all’entrata nell’euro e nell’Unione Europea, sospende non solo la sovranità democratica ma anche gli aspetti più pregnanti — sociali, democratici, egualitari e politici — della prima parte della Costituzione.
È forse anche per questi intricati motivi che il riferimento al 25 aprile rimane tanto confuso quanto forte. Tanto più forte quando i tempi si fanno bui come ora.
Ma cosa rimane di ciò che oggi viene richiamato nel rito?
Probabilmente convivono cose contrastanti. Si cerca un’unità di popolo per difendersi dalle intemperie sociali e internazionali. Si cerca quella dignità che il capitalismo feroce dei nostri tempi annulla. Si richiama la libertà. Una libertà che però non viene conculcata dalle camicie nere, dall’olio di ricino o solo da destre autoritarie, ma da oligarchie e plutocrazie internazionali e dai loro organismi ademocratici.
In questo senso, un certo antifascismo è fuori quadro: un’evocazione forviante. E lo stesso richiamo alla democrazia non incide perché privo di contenuti. Libertà, antifascismo, democrazia — così fortemente richiamati dalle autorità — sono retorica con significati opposti a quelli che mossero i partigiani. Partigiani che, e non solo quelli comunisti e socialisti, se risuscitassero oggi trasalirebbero indignati, stante la misera fine cui ha portato la loro lotta e il loro sacrificio.
Per una parte, invece, il forte richiamo al 25 aprile dipende anche dall’assenza, dalla scomparsa dell’obiettivo un tempo prioritario: il socialismo. Ne è un surrogato.
Un sociologo potrebbe dire che siamo dinanzi a un “rito opaco”; un rito dai vari significati.
Comunque sia, il 25 aprile non è un mito. Non è un’invenzione a posteriori. Basta vedere ovunque i cippi che ricordano i partigiani giustiziati.
Stando così le cose, il 25 aprile di quest’anno ha fatto probabilmente un salto di qualità, seppur in modo confuso e inconsapevole. Anche se, in mancanza di politica e prospettiva, rappresenta solo la psicologia e l’ideologia dell’indignazione contro il buio del mondo presente. C’è al fondo una domanda inevasa. Ma è appunto la mancanza di politica, di progetti, di prospettive, di rotture — così necessarie in un momento di trapasso — a far sì che il 25 aprile e la Costituzione rimangano tanto vivi quanto sospesi.
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