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Giù le mani dal Sant’Ambrogio. Il patrimonio pubblico non si privatizza


22 Mag , 2026|
| 2026 | Sassi nello stagno

C’è un punto oltre il quale una decisione amministrativa smette di essere una scelta discutibile e diventa un fatto politico che interroga il senso stesso delle istituzioni pubbliche. L’assegnazione del complesso di Sant’Ambrogio alla Comunità Ebraica di Roma appartiene a questa categoria.

Roma Capitale ha deciso di concedere un immobile di enorme valore nel centro storico della città come nuova sede scolastica, garantendone l’utilizzo per mezzo secolo, con una concessione di trent’anni prorogabile per altri venti, senza alcun canone e senza alcuna procedura pubblica comparativa.

Non si tratta di una questione tecnica. Si tratta di una questione politica che riguarda l’idea di città che si intende costruire e il rapporto tra potere pubblico, patrimonio pubblico e cittadinanza organizzata.

Per chiunque altro, le regole raccontano una storia completamente diversa. Le associazioni, le realtà sociali, i soggetti del Terzo Settore che chiedono l’assegnazione di uno spazio comunale devono partecipare a bandi pubblici, affrontare procedure lunghe e spesso opache, accettare concessioni limitate nel tempo e sostenere canoni che, pur con eventuali riduzioni, restano economicamente gravosi. La durata ordinaria delle concessioni è di sei anni rinnovabili per altri sei.

Qui invece siamo di fronte a un affidamento diretto e gratuito per cinquant’anni.

La giustificazione ufficiale è l’investimento annunciato di otto milioni di euro per la riqualificazione dell’immobile. Ma anche questo argomento non regge. Non è chiaro se quella cifra sia congrua rispetto agli interventi previsti. E soprattutto non si comprende per quale ragione un investimento privato debba tradursi in una deroga totale alle regole che valgono per tutti gli altri.

Roma è piena di spazi sociali, associazioni culturali, presidi civici e realtà mutualistiche che mantengono immobili pubblici, effettuano lavori di manutenzione, investono risorse proprie e continuano comunque a pagare. Nessuno concede loro trattamenti di favore. Nessuno sospende le regole in nome della loro funzione sociale.

Il punto allora è evidente. Esiste un doppio standard.

Per i piccoli ci sono procedure, controlli, canoni e precarietà. Per i grandi ci sono corsie preferenziali, affidamenti diretti e stabilità garantita. Dodici anni contro cinquanta. Questa non è amministrazione imparziale. È una precisa gerarchia politica di riconoscimento e di potere.

È il volto di un’amministrazione severa con chi costruisce ogni giorno coesione sociale nei territori e accomodante con chi dispone di forza istituzionale, relazionale ed economica.

Tutto questo entra in aperta contraddizione con la retorica sulla trasparenza, sulla partecipazione e sull’equità, che troppo spesso viene evocata come formula comunicativa mentre le decisioni reali seguono logiche completamente diverse.

A questa vicenda si sovrappone poi una questione che non può essere rimossa dal dibattito pubblico. In questi mesi Roma ha espresso in modo chiaro una mobilitazione diffusa di solidarietà con il popolo palestinese. In questo contesto politico appare inevitabile interrogarsi anche sul significato simbolico delle relazioni che l’amministrazione continua a intrattenere con soggetti percepiti come vicini allo Stato di Israele, mentre il dibattito internazionale è attraversato dalle accuse relative alla devastazione di Gaza e alle violazioni dei diritti umani.

Non si tratta di confondere piani diversi. Si tratta di riconoscere che le scelte pubbliche hanno sempre anche una dimensione politica e simbolica.

Per questa ragione la Rete CAIO, insieme ad altri ricorrenti tra cui Arci Roma, ha presentato ricorso al TAR del Lazio per chiedere l’annullamento del provvedimento di assegnazione. L’udienza è fissata per il 26 maggio.

Prima di quella data, domenica 24 maggio alle 13:30, presso la Palestra Popolare San Lorenzo in via dei Volsci 94, si terrà un’assemblea pubblica promossa dalla Rete CAIO e da Arci Roma per discutere della vicenda e costruire una risposta collettiva.

A seguire è previsto un pranzo di finanziamento, curato dal catering palestinese Gusto Palestina, per sostenere le spese tecniche del procedimento. Parte del ricavato sarà destinata alla causa palestinese.

La difesa del patrimonio pubblico non riguarda soltanto un immobile. Riguarda il principio per cui le regole devono valere per tutte e tutti oppure smettono di essere regole.

E riguarda l’idea che una città democratica non possa essere governata sulla base dei privilegi.

Per la giustizia lotteremo nelle piazze e nei tribunali.

Redazione Rete Caio

Di:

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