La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.
L’algoritmo del disprezzo: il razzismo come pilastro dell’accumulazione
C’è un filo rosso che collega eventi apparentemente distanti, come il genocidio di Gaza, il barbaro omicidio di un lavoratore immigrato a Taranto e la strage di migranti nel Mediterraneo. Questo filo consiste in un razzismo che è condizione sottaciuta che rende possibile i fenomeni di sfruttamento esercitati sia all’interno che all’esterno dei confini statali. Per distinguere tali fenomeni, dobbiamo fare ricorso ai teorici dell’economia-mondo.
Fin dal sedicesimo secolo, il capitalismo si è strutturato in un sistema globale integrato, ossia in un’economia-mondo. Non è possibile concepire il capitalismo senza un’espansione territoriale e un’attribuzione di ruoli differenziati a popoli e aree geografiche. A grandi linee, possiamo distinguere un centro e una periferia dell’economia mondo. Il centro – costituito originariamente dagli stati dell’Europa occidentale – è quello che domina l’economia, in cui vige il rapporto di lavoro salariato ed è sede principale della produzione capitalistica e della speculazione finanziaria. La periferia ricopre un ruolo subordinato: offre manodopera servile o schiavile, oltre a materie prime. La prima divisione di ruoli tra centro e periferia avviene quindi nell’ambito della forza lavoro. Nell’area periferica, il capitale opera una sistematica espropriazione di uomini, terre e materie prime. Le strutture politiche sono subordinate alla politica del centro, pur se dotate di autonomia formale. I governi non possono essere autenticamente democratici perché sono espressione di poteri economici globali e degli Stati dominanti.
Se in passato questo legame si esprimeva attraverso il colonialismo classico, oggi il rapporto di dipendenza è meno sfacciato, ma altrettanto pervasivo. Il ruolo della periferia è essenziale; il capitalismo non potrebbe esistere senza lo sfruttamento delle aree subordinate. I paesi “in via di sviluppo” si trovano in una forzata condizione di sottosviluppo, sia economico che sociopolitico. Se lo sviluppo si dovesse completare, verrebbe meno il dominio del centro. Non si tratta di paesi in cui il capitalismo non si è sviluppato, bensì di zone perfettamente inserite nell’economia-mondo capitalista con l’unica funzione di servire il centro.
L’espropriazione esercitata dal centro si fonda sempre su un presupposto razziale, su un processo di disumanizzazione del diverso.
Tale processo inizia agli albori del capitalismo, con la conquista delle Americhe – accompagnata dal genocidio delle popolazioni indigene – e prosegue nei secoli successivi con l’inglobamento di Asia e Africa nel sistema. La tratta degli schiavi africani è un esempio emblematico della divisione razzista del lavoro.
Oggi, questa struttura rimane immutata, sebbene siano cambiati alcuni attori geopolitici. Assume anzi una recrudescenza, nel momento in cui la politica razzista e di espropriazione non ha bisogno di essere nascosta da retoriche ingannevoli come i proclami che inneggiano all’esportazione della democrazia. Come insegnano i casi di Gaza, Libano, Venezuela e Iran, si può muovere guerra, rovesciare governi, perpetrare genocidi esibendo apertamente la propria volontà di potenza. La politica israeliana non potrebbe procedere senza alimentare nella popolazione un profondo senso di razzismo e di disumanizzazione dei palestinesi e senza il colpevole assenso dell’Europa.
Ma, se il capitalismo produce espropriazione nei confronti delle popolazioni razzializzate, non può rinunciare allo sfruttamento di quelle del centro. Lo sfruttamento di queste ultime è altra condizione di possibilità per l’accumulazione capitalistica. Al contrario dell’espropriazione nella periferia, tale sfruttamento avviene in una cornice di stato di diritto. Qui, il controllo del dissenso, oltre che attraverso la repressione, avviene sulla base ideologica del divide et impera.
Anche tale pratica ha radici antiche. Come evidenziato da Silvia Federici, (Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria) la caccia alle streghe, alle origini della formazione di un regime di accumulazione capitalista, risponde alle esigenze di reprimere i movimenti ereticali e contadini portatori di istanze egalitarie. Il potere colpì le classi dominate attraverso la creazione di un nemico interno, basato sul genere. La donna, che svolgeva parte da protagonista nei movimenti, fu il capro espiatorio immolato sull’altare della nascente accumulazione capitalista. Ne doveva essere stroncata la capacità rivoluzionaria. Inoltre, il suo confinamento nell’ambito domestico, che la voleva dedita a una riproduzione sociale non remunerata, pose le basi per la sostenibilità del lavoro salariato maschile.
L’oggetto della caccia viene disumanizzato, perde lo status di essere umano. Ciò che valeva per l’eretico e la strega, vale ora per lo straniero migrante. Non umano, non uguale a noi e quindi suscettibile di essere lasciato affogare nelle acque del Mediterraneo, o di essere accoltellato da un branco di ragazzini che hanno introiettato quell’idea di disumanizzazione che il potere ha istillato nei più fragili socialmente. Chi fomenta un clima d’odio può essere additato come il mandante morale del brutale omicidio di Sako Bakari.
Ma quella razzista non è una prerogativa di determinati soggetti politici e non, ma va ricompresa nella dinamica dell’accumulazione capitalista. Regimi liberali come quello statunitense hanno praticato il razzismo fin dalle proprie oirigini. Ciò è stato possibile senza che, negli Usa, vi fosse la presenza di formazioni fasciste, a meno di non ricorrere a concetti di fascismo eterno (Umberto Eco) o di microfascismo (Jack Bratich). Il liberalismo europeo ottocentesco può a ragione essere tacciato di profondo razzismo nei confronti delle popolazioni della periferia del sistema-mondo. La stessa indifferenza per le morti nel Mediterraneo come gli accordi istituzionali con gli aguzzini libici non sono prerogativa della destra postfascista.
Spesso si dibatte se gli italiani siano o meno razzisti. Ma il punto centrale è che una classe dirigente che usa ad arte la leva razzista, per legittimare sé stessa e per dividere un eventuale fronte popolare di opposizione, lavora attivamente affinché prevalga un senso crescente e deviato di risentimento. Il combinato disposto di propaganda mediatica e mancanza di capacità di analisi sistemica, a un tempo realistica e solidale, favorisce una guerra tra poveri. Si tenta di occultare la realtà per cui il migrante e il bianco che sbarca il lunario a fatica hanno uno stesso nemico. Un nemico che espropria l’uno e sfrutta l’altro. È alla luce di tale occultamento che si spiega l’investimento delle destre governative a perseguire la propria politica emergenziale sul tema migratorio. Ed è per lo stesso motivo che una politica di opposizione dovrebbe mettere al centro della propria analisi il capitalismo e i suoi rapporti di sfruttamento e alienazione.
La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!






