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Ancelotti a sorpresa riconvoca Neymar per il mondiale. Il precedente? Pelé


24 Mag , 2026|
| Sport

Ancelotti convoca Neymar e il Brasile impazzisce. A una manciata di ore dall’inizio della Coppa del mondo FIFA 2026, le luci dei riflettori si accendono sul tecnico italiano che stupisce osservatori e tifosi chiamando nella Seleção il giocatore meno atteso, il più ammirato e discusso. Esplode di giubilo la torcida che ama Neymar jr. e si sbizzarriscono i commentatori che non si aspettavano quello che appare un autentico colpo di scena, consumato nel giorno delle convocazioni mondiali, il 20 maggio, visto che il neoselezionatore aveva tenuto finora O Ney lontano dalla rosa.

Carletto Ancelotti è stato investito dalla CBF, la federcalcio brasiliana, di una sfida gigantesca, epocale: riportare la squadra verdeoro sulla vetta del mondo, dove è salita l’ultima volta nel lontano 2002 conquistando il quinto titolo iridato. Era la squadra di Luís Nazário da Silva, O Fenomeno. Dopo, i suoi fenomeni hanno fatto cilecca. Un digiuno di un quarto di secolo è troppo per l’unica nazionale che non ha mai mancato la fase finale di un mondiale e non può certo accontentarsi di aver messo in bacheca nel frattempo la Coppa America in tre sole occasioni.

In Qatar 2022 il Brasile di Neymar jr. esce sconfitto ai quarti di finale per 2-4 dalla Croazia di Modrić, che si impone ai rigori. Dal dischetto sbagliano Rodrygo (ora non convocato per infortunio) e Marquinhos, il ministro della difesa brasiliana che resta un punto fermo della compagine verdeoro anche per questa edizione americana, a conferma di una formidabile carriera iniziata sui grandi palcoscenici con la AS Roma.

Ma la sconfitta mondiale più sanguinosa è casalinga: risale al 2014, nello stadio di Belo Horizonte (stato del Minas Gerais, perciò detto il Mineirão), dove la Germania di Klose guidata da Joachim Löw infligge in semifinale al Brasile un terrificante 7-1, per certi versi più umiliante del famigerato ‘Maracanazo’ del 1950, quando l’Uruguay privò la Seleção dell’alloro iridato nel tempio del calcio di Rio de Janeiro.

In questi anni si è favoleggiato che il futebol abbia perduto la sua anima, contaminato se non snaturato dalla diaspora in Europa dei suoi talenti inviati troppo giovani al di là dell’Atlantico; che il sincretismo tattico col calcio europeo abbia svilito il gioco istintivo e gioioso del Brasile che fu, per intenderci quello di un Garrincha, dribbling, giocolerie, fantasia al potere e sarà una risata che vi seppellirà prima del risultato:

«Io ho imparato a giocare spontaneamente – diceva Garrincha – non sono capace di ricevere istruzioni. Sento che avvelenano il mio modo di giocare. Quando sono arrivato al Botafogo era tardi per correggere questo difetto. Ma siccome non mi piaceva apparire indisciplinato, cercavo di osservare le indicazioni del tecnico. Le mischiavo con le mie doti naturali, ma non funzionò mai».

Viene da chiedersi se oggi lo farebbero giocare uno così. Invece Garrincha, con Didi, Vavá, Pelé e Zagallo, aveva vinto il mondiale del ’58.

Qualche anno dopo alla guida della Seleção viene chiamato l’outsider João Saldanha. Lui è un giornalista sportivo, ma è stato anche l’allenatore che ha condotto al titolo nazionale il Botafogo di Garrincha nel ’57. Poi nel ’64 aveva denunciato il golpe dei militari dai microfoni del Maracanã ed era finito nell’oblio.

In Brasile sono gli anni della dittatura, ma nemmeno il calcio se la passa troppo bene. Saldanha, che ha cambiato mestiere e ora il calcio lo commenta, è colto e competente, tagliente e popolare, ma non fa mistero di essere comunista. João Havelange, potente presidente della federcalcio brasiliana, ritiene però che il suo carisma possa tornare utile alla causa e decide, nella sorpresa generale, di affidargli la Seleção che Saldanha imposta con un aggressivo 4-2-4 piazzando Pelé e Tostão là davanti assieme ad altri due attaccanti finché – scandalo nazionale – sbatte Pelé in panchina.

Eppure quella formazione vince tutte le partite di qualificazione per i mondiali del ’70 dopo la delusione del ’66. Il drammaturgo Nelson Rodrigues lo soprannomina «João senza paura». Vinicius de Moraes gli assegna una parte nel film Garota de Ipanema, scritto assieme a un altro grande musicista quale Antonio Carlos Jobim (al cui nome è dedicato l’aeroporto internazionale di Rio-Galeão).

Tre mesi prima del mondiale messicano viene destituito.

«Perché mi hanno cacciato è molto facile capirlo. Più difficile è spiegare perché mi abbiano assunto», commenta il ct dimissionato.

Centrato l’obiettivo sportivo, Saldanha viene rimosso sostanzialmente per evitare che usasse l’esposizione mediatica come megafono politico in occasione della vetrina del campionato del mondo. È uno capace di farlo. Ha capito che il calcio non è l’oppio dei popoli come pensano allora gli intellettuali, ma può diventare un efficace strumento di consenso e propaganda e, in un Paese in cui è religione, lui se ne serve per invadere il campo altrimenti bandito del dibattito politico.

Paradossalmente, la sua lezione la capiranno da allora in avanti, per lo più, le élite del potere. Fatto sta che il personaggio, alquanto scomodo, ormai ha fatto il suo. Consegnata a Zagallo come a un capitano non giocatore, e reintegrato Pelé, la squadra messa insieme da Saldanha – una delle più forti di sempre, con Carlos Alberto, Gerson e Rivelino in formazione – andrà a vincere il titolo nella leggendaria finale contro l’Italia di Sandro Mazzola e Gigi Riva.

In Brasile ripescare la vicenda significa, in termini sportivi, fare un parallelismo tra il Pelé accantonato da Saldanha e recuperato trionfalmente da Zagallo e il Neymar che, tenuto ai margini della nazionale per tre anni, ora viene convocato inaspettatamente.

Escluso invece João Pedro, reduce da un’eccellente stagione al Chelsea. È vero che il Chelsea non ha disputato una Premier entusiasmante quest’anno e Ancelotti ha selezionato Matheus Cunha, attaccante del Manchester United con caratteristiche che possono essere accostate a quelle del centravanti dei Blues autore di una doppietta al Napoli nella fase a gironi della Champions League.

Ma riportare O Ney in nazionale è una scelta forte. Popolare e clamorosa. Si evoca il precedente di O Rey tenuto in naftalina da Saldanha per stuzzicarne la vis pugnandi in vista di un mondiale. Ancelotti ha seguito lo stesso copione?

Il Brasile è intrigato da questo dibattito che, come ogni altro in tema di futebol, fa crescere la febbre della vigilia nella nazione-continente che anela all’esacampionato. Si specula se il selezionatore italiano abbia voluto calcare le orme del Brasile pre-mondiale del 1970.

Intanto Ancelotti ha sottolineato che Neymar non partirà con la fascia di capitano malgrado le sue 128 presenze in verdeoro e ha varato un codice di condotta per il gruppo con forti restrizioni all’uso dei social.

Infortunati Rodrygo ed Estevão, il super talento giovane del calcio brasiliano, c’erano un paio di vuoti nel reparto avanzato, ma il tecnico ha convocato – con Endrick, Martinelli, Luiz Henrique, Raphinha e Vinicius jr. – a sorpresa Igor Thiago del Brentford (squadra inglese di metà classifica, ma occhio: lui è il secondo cannoniere della Premier dietro super Haaland), il giovanissimo Rayan del Bournemouth e Neymar che gioca – con pochi altri convocati come Danilo Dos Santos e Paquetá – nel suo Paese, guarda caso, in quel Santos che fu di Pelé.

Corsi e ricorsi storici? Suggestioni emozionali? Una concessione alla torcida che aspetta il messia della sesta stella? Una ponderata scelta motivazionale? O tecnica?

Perché è fuor di dubbio che Neymar resti un fuoriclasse, uno dei più cristallini interpreti di una scuola sublime che ha troppe umiliazioni recenti da cancellare, compreso il poker di gol subito lo scorso anno per mano dell’Argentina vittoriosa per 4-1 nelle qualificazioni mondiali.

Ancelotti, alla sua prima panchina di una nazionale, si affida a un consistente gruppo di giocatori forgiati nella rocciosa Premier League, alle “sicurezze” Alisson, Alex Sandro e Marquinhos, al fido Casemiro, agli “italiani” Bremer e Wesley, e dà la carica a Neymar per una spedizione che tiene l’ago della bussola fisso su una sola direzione: tornare a vincere la Coppa del mondo.

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