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Polito e il fantasma della Costituzione rossa
Scopre l’ombrello Antonio Polito, ex PCI ed editorialista del Corriere, nel suo ultimo libro, accreditando vulgate di maniera attribuite al PCI e dintorni. Ovvero che la Costituzione non è di sinistra (Berlusconi Editore, 2026). Non è socialista. Né comunista.
E chi lo disse o lo dice mistifica. Ma chi lo disse mai? Ovvio che, giuridicamente, la nostra Carta non è di sinistra. Ma è una vera e propria invenzione strumentale attribuire tale slogan alla sinistra. Perché la Costituzione non fu mai definita tale dal PCI né dai suoi eredi, né dagli antifascisti, come invece suggerisce l’autore.
Togliatti, infatti, per primo disse nel marzo 1947 alla Costituente che quella in cantiere era la Costituzione concreta e possibile, il che significava che essa era il terminus a quo non reditur entro cui e attraverso cui si poteva pervenire al socialismo, senza infrangerla ma attuandone le premesse ideali e i vincoli programmatici.
Dal che, da un lato, si desumeva che non si trattava di superarla o usarla come ponte tattico; e, dall’altro, che grazie ad essa un’economia mista, a forte valenza giuspubblicistica e con diffusione di diritti sociali e civili, insieme a istituti partecipativi – dalle assemblee alle forme cooperative – diveniva la base di un socialismo possibile, in grado di diffondere e redistribuire la proprietà privata e di delimitare la stessa proprietà privata in base all’utilità sociale.
Quanto alla natura in sé della Carta, alla sua ispirazione, essa è sempre stata tuttavia di centrosinistra progressista, con la confluenza di tre elementi: liberale, cattolico-personalista e social-comunista. Con dentro la proprietà privata, senza privilegio o centralità assiologica, la persona e la sua dignità, e l’eguaglianza e il lavoro, con i fini sociali universalistici connessi. Qui il riferimento è alla rimozione delle ineguaglianze che ostacolano il libero sviluppo delle persone, all’articolo 3.
Dunque libertà eguale e libertà di tutti e di ciascuno. Incluso lo Stato sociale, il diritto alla casa e al lavoro, alla salute e alla scuola. Una Costituzione, quindi, di stampo liberalsocialista, unita a mutualità, partecipazione e forme di democrazia diretta del lavoro e del suffragio. E marcato accento, dunque, sulle cosiddette libertates maiores, sociali, su cui innestare l’eredità giusnaturalista e liberale.
Questo vollero, alla fine, Einaudi, Dossetti, Lazzati, Terracini, Nenni, Calamandrei, Parri e schiere di giuristi come Santi Romano, Crisafulli, Mortati, Paolo Rossi, Tupini, Ruini ecc.
Alla fine fu un compromesso molto avanzato tra norme sociali programmatiche e norme formali concatenate alla Carta vigente nel suo insieme. Con le prime – le norme sociali – ben dentro le seconde e a differenza di ciò che avrebbe scelto Hans Kelsen, che concepiva le norme sociali solo come auspici di indirizzo. Quindi una Costituzione «post-liberale e post-borghese», come già il marxista Galvano Della Volpe teorizzò fin dal 1964.
Polito non tiene conto proprio di questi passaggi, che spostano l’accento della Costituzione su un programma sociale di eguaglianza da realizzare, senza intaccare le libertà liberali e le garanzie. Insomma, una Costituzione in bilico tra il kantiano Hans Kelsen, ispiratore di Mortati e Crisafulli, e la socialità della Carta di Weimar, indebolita dalla mancanza di una Corte costituzionale di controllo e dall’articolo 48 sui pieni poteri, ripugnante alla nostra democrazia parlamentare.
Per finire, il famoso articolo 11 sulla pace e l’Italia, che ripudia la guerra. Vero, come scrive Polito, esso va letto assieme al dovere di difendere la patria dell’articolo 52. Ma proprio per questo, a norma dell’articolo 134, resta poi la Suprema Corte a stabilire se sia giusto o meno servire la patria laddove la chiamata alle armi collida con il ripudio della guerra e con la non aggressione, nonché con la difesa della pace, dell’ordine e della giustizia.
Talché, anche rispetto all’articolo 5 della NATO, l’Italia si riserva sempre di valutare, «in condizioni di parità», il suo atteggiamento in guerra riguardo agli obblighi reciproci e alla natura delle guerre in questione.
In conclusione, quello di Polito è un libro privo di basi storiche e dottrinali. Un libro che si dipinge un avversario settario di comodo – la «Costituzione rossa» – e che fraintende volutamente la natura e il significato della Costituzione repubblicana progressista e antifascista, secondo la nota vulgata del revisionismo liberal-moderato di centro.
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