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La Colombia al suo bivio storico


1 Giu , 2026|
| 2026 | Visioni

Uribismo e petrismo al ballottaggio del 21 giugno

La Colombia al suo bivio storico

(Perquisizioni prima del comizio di Álvaro Uribe a Guarne. © f.b.)

Domenica 31 maggio, si sono tenute le votazioni per eleggere il successore di Gustavo Petro Urrego alla presidenza della Repubblica di Colombia, per un totale di 41.421.973 elettori, tra cui 1.414.661 che avevano già votato dall’estero. Nella capitale Bogotá, che conta oltre 13 milioni di residenti, gli elettori censiti sono stati 6.076.599.

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In un clima avvelenato da attentati della guerriglia legata all’estorsione e narcotraffico, che solo in aprile ha causato la morte di oltre 200 persone, si sono affrontati il candidato Iván Cepeda del Pacto Histórico – la coalizione governativa che unisce sinistra e centrosinistra – e la candidata del Centro Democrático Paloma Valencia, che raccoglie i partiti tradizionali di centrodestra – Liberali e Conservatori – da cui provengono i presidenti del passato fino all’eccezione Petro, primo presidente colombiano progressista, ex guerrigliero del gruppo M-19, disciolto nel 1990. 

Tra i due litiganti il terzo gode: Abelardo de la Espriella, leader del partito di estrema destra Defensores de la Patria, inizialmente considerato un outsider, ha rapidamente scalato la classifica dei sondaggi, piazzandosi secondo, alla vigilia del voto, a pochi punti di percentuale da Cepeda, erodendo con la sua irruenza e la presa sui social il consenso di cui godeva la Valencia, sottraendole molti volti, così da costringerla alla terza posizione. Nel conteggio finale, de La Espriella, sorpassa Cepeda di quasi 3 punti: 43,7% contro 40,9%.

10,4 milioni contro 9,7. Non avendo i candidati superato la percentuale del 50+1%, si va al ballottaggio del 21 giugno, con la prospettiva poco allettante per il centrosinistra che i voti della Valencia vadano a de la Espriella, malgrado la loro rivalità. 

Petro non ha riconosciuto il risultato elettorale, chiedendo di verificare 800.000 voti sospetti.

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In realtà, Paloma Valencia e Abelardo de la Espriella sono due espressioni della stessa faccia, quella dell’Uribismo conservatore. La prima, candidata diretta del Centro Democrático, il partito dell’ex presidente di Colombia Álvaro Uribe, e il secondo, leader di Defensores de la Patria, schieramento di estrema destra che si proclama innovatore in direzione più neoliberista e repressiva, sul modello di Nayb Bukele a El Salvador.

Paloma si è presentata all’elettorato in versione più “rassicurante”, moderata nei termini nel rivolgersi alla sua base costituita dal ceto medio-alto imprenditoriale che a Medellin ha il suo bacino più forte, e al tempo stesso dai toni aggressivi, più “meloniana” negli accenti, quando si è trattato di soffiare sul fuoco della recrudescenza ultima della guerriglia, imputando al presidente uscente Gustavo Petro la debolezza, se non addirittura la complicità, nel sostenere il processo di pacificazione con i gruppi della guerriglia, talmente frammentati sul territorio colombiano dopo la scissione interna alle FARC e infiltrati nelle istituzioni e nei municipi locali, da rendere praticamente impossibile come soluzione unica l’intervento militare che le destre prediligono. Con un tocco di razzismo che non manca mai in quegli ambienti, quando la candidata di Uribe propugnò la separazione degli indigeni della valle del Cauca – che rappresentano oltre il 20% del voto amministrativo – dalla maggioranza mestizos che presenta lineamenti europei.

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Abelardo invece, ha imperniato la sua campagna elettorale soprattutto nei social, dove il suo estremismo ha avuto facile gioco nel diffondersi attraverso i followers di Instagram e Tik Tok.

Non da meno sono stati i suoi comizi urlati, dove ha sostenuto l’annullamento di ogni tentativo di pacificazione con i paramilitari, dichiarando loro guerra senza quartiere se verrà eletto. Lo zoccolo duro del suo elettorato è nel ceto medio basso, facile preda del populismo, e nelle fasce di autonomi che compongono il commercio colombiano on the road.

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Abelardo de la Espriella 

In pratica, le due destre si sono divisi i compiti secondo le classi sociali prese di mira, ai fini dell’obiettivo-chiave del senatore Uribe: cambiare lo status quo del petrismo, per tornare 4 anni indietro, alla tradizione colombiana, dove conservatori e liberali si sono alternati per decenni, mantenendo il timone in mano alla upper class, con il ceto imprenditoriale che comanda, a scapito di una clase laboral da sempre sottomessa a salari bassi e contratti fittizi a livello di assunzioni e welfare. Sulla falsariga del romanzo Il Gattopardo: cambiare tutto per non cambiare niente.

Sull’altro fronte, davanti al Collegio di San Bartholomew trasformato in seggio elettorale, mi ero imbattuto in Carolina Corcho, psichiatra ed ex Ministro della Salute, che in questa consultazione aveva il delicato compito di scegliere gli scrutatori elettorali per il Pacto Histórico, al fine di garantire la trasparenza nello spoglio delle schede. Le ho chiesto se Cepeda poteva vincere al primo turno, dal momento che de la Espriella lo tallonava, separato da pochi punti di percentuale: “Si, noi vinciamo oggi, la base è solida, e voterà compatta” “Questa Sua certezza su cosa si fonda, dal momento che i sondaggi raccontano diversamente?” 

“Sul fatto che il nostro bacino elettorale classico (campesinos, operai, indios N.d.A) per questioni di lavoro e distanze dai seggi, va a votare tardi ma all’ultimo farà la differenza”. Smentita dai fatti.

Tornando a Gustavo Petro, leader del Pacto Histórico, il suo Governo del Cambio ha inciso non tanto nel welfare, che in Colombia era già solido e ben distribuito secondo la portata economica della popolazione per il pagamento di tasse e bollette. A ciò serve la suddivisione delle viviendas (alloggi) in estratos, dove gli occupanti pagano i tributi a seconda dello stato dell’immobile loro assegnato: per gli estratos 1 e 2,  cifre simboliche che crescono in proporzione per lo strato 3, e maggiormente per 4 e 5, alloggi di lusso.

Petro ha fatto la differenza “a sinistra” (nel senso classico del termine) attraverso la riqualificazione dei contratti lavorativi con la Reforma Laboral sancionada (Ley 2466 del 2025 e 2026) che ha aumentato i contratti a tempo indeterminato, migliorando anche quelli a termine dal punto di vista delle ferie e degli straordinari, estendendo la previdenza sociale anche all’apprendistato. 

Regole che talvolta sono aggirate, soprattutto a Medellin, da un ceto imprenditoriale forte, in grado di apportare modifiche territoriali.

Imprenditori che hanno il dente avvelenato nei confronti di Petro sia per il livello di tassazione giudicato eccessivo, che per l’aumento del salario minimo al 23,7% che ha scatenato una speculazione sui prezzi al consumo in generale.

Oggi un lavoratore prende un minimo di 2 milioni di pesos al mese (450 € circa) che non sempre basta per i consumi primari (affitto e alimenti) se in una famiglia media di 4 persone è solo una a lavorare. 

Fermo restando le violazioni delle nuove regole relative ai contratti, e dell’evasione fiscale che in Colombia ruota intorno al 36%, superando il 6% del PIL.

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La guerriglia è istituzionale

Come già accennato, la campagna elettorale delle destre contro il successore del presidente in carica – il senatore Iván Cepeda – si è basata essenzialmente sulla lotta alla droga, in linea con la posizione di Trump, accusando Petro di complicità con la guerriglia, i cui sanguinosi attentati sarebbero stati agevolati dal processo di pacificazione voluto da lui e continuato da Cepeda.

Il più clamoroso fu l’assassinio di Miguel Uribe Turbay, candidato del Centro Democrático prima dell’attuale Paloma Valencia, ferito da un minorenne il 7 giugno 2025 durante un comizio a Bogotà e deceduto due mesi dopo per le ferite riportate. Pur se i mandanti sono stati individuati e condannati – tra cui spicca la figura di Simeón Pérez Marroquín, alias El Viejo, del gruppo di Segunda Marquetalia – l’opposizione di destra non ha mai smesso di puntare il dito sul governo in carica. 

Due equivoci da sfatare: 

A) Il tentativo di pacificare lo Stato con le Farc e l’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) è iniziato in realtà con l’ex presidente Juan Manuel Santos del partito liberale, inizialmente coronato da successo, tanto da fargli vincere il premio Nobel della Pace nel 2016. 

Percorso interrotto da Iván Duque che riprese in pieno la politica guerrafondaia di Uribe, “arricchendola” con la repressione sanguinosa di proteste popolari.

B) La guerriglia del narcotraffico e la violenza dei gruppi paramilitari non dovrebbero essere etichettati “di sinistra” quando in realtà sono parte del DNA colombiano, fin da prima di Pablo Escobar, essendo i narcos infiltrati nelle amministrazioni locali, a prescindere dal colore politico del potente di turno.

L’esempio per eccellenza è costituito proprio dal percorso storico e politico dell’icona dell’antiterrorismo, il senatore Alvaro Uribe Vélez, ex presidente di Colombia e ex governatore di Antioquia.

L’attuale senatore fu segnalato a suo tempo, durante il suo mandato in Antioquia, dalla Corte Superiore di Medellin per aver autorizzato le operazioni di un esercito di 120mila agenti di sicurezza – conosciuto come Convivir – armato fino ai denti (autoblindo, armi pesanti da guerra quali mitragliatrici e mortai, tecnologia sofisticata ect.) che agiva in accordo con la brigata paramilitare di zona. 

Durante lo stesso periodo, queste milizie si macchiarono di quasi 2000 massacri, soprattutto nei confronti di campesinos espropriati dai loro terreni.

Il più clamoroso, attribuito direttamente all’intervento di Uribe, fu la strage di El Aro nel 1997, dove la milizia AUC (Autodefensas Unidas de Colombia) torturò e uccise 67 contadini accusati di connivenza con le Farc, le cui proprietà insieme a quelle di un centinaio di altri residenti, furono espropriate dagli stessi guerriglieri “legalizzati”. Il ricordo di tali atrocità è conservato nel Museo de Memoria de Colombia a Bogotá.

Iván Cepeda, in qualità di attivista, è stato il politico che ha messo alle strette Uribe per violazione dei diritti umani e favoreggiamento del paramilitarismo.

Al punto tale che Uribe lo denunciò alla Corte Suprema per manipolazione di testimoni. Tuttavia, Cepeda risultò pulito,  e viceversa fu proprio Uribe ad essere incriminato per lo stesso reato.

Il processo durò 10 anni, fino alla condanna di Uribe a 12 anni, il 1 agosto 2025. Condanna revocata nell’ottobre dello stesso anno, con la restituzione della carica di senatore, a cui Uribe aveva rinunciato durante l’iter processuale.

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La polvere sotto il tappeto buono

Dopo aver visitato i seggi situati nei magnificenti palazzi del governo, sono andato a vedere quelli dei quartieri popolari. Dopo soli 10 minuti di macchina partendo dal Centro Histórico de La Candelaria, con i suoi bellissimi graffiti della street art colombiana, e la sua popolazione “eletta” composta da turisti, fricchettoni locali e ragazzi che hanno riscoperto le mode degli anni 80 – punk e dark – arrivo al barrio di I.E.D. República del Ecuador.

Attraverso strade distrutte coperte da monnezza, con famiglie infagottate che si spostano a piedi, e qualche tossico da basuco (il micidiale crack colombiano) che spunta all’improvviso. Qui anche i graffiti sono truci, e trasmettono disperazione.

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Quando trovo il collegio elettorale, stavolta non mi fanno entrare; non sono abituati ai giornalisti, quelli locali qui si vedono raramente. Per cui mi apposto fuori, aspettando gli elettori che hanno già votato. Parlo con qualche anziano, una donna incinta, i giovani mi schivano.

Alle mie domande, su cosa si aspettano dal voto e se le cose per loro andrebbero meglio se Cepeda vincesse, il succo delle loro risposte taglienti è più o meno lo stesso: “Guarda, la speranza è l’ultima a morire e se hai visto il nostro quartiere, avrai capito che il governo pur stando a due passi, qui ha fatto poco o niente.

Tuttavia, preferisco sempre uno del Pacto Histórico, perché a Bogotà i conservatori hanno sempre fatto danni, e se ora ritornassero, per noi le cose non potrebbero che peggiorare”. 

Non poteva esserci una risposta migliore, per definire la distanza siderale che esiste, oggi più di ieri, tra la politica e il popolo che dovrebbe rappresentare, e che invece rinnega costantemente, per celebrare solo se stessa.

Video e foto © F.Bacchetta 

Di:

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