La motivazione dell’esclusione da parte del Comitato Pride di Roma è la mancata, pubblica, condanna da parte dell’Associazione Keshet Italia del genocidio compiuto da Israele a Gaza. Anche le organizzazioni di sinistra del mondo ebraico insorgono. Considerano la decisone frutto di un pregiudizio antisemita. Ricordano a chi decreta espulsioni e scomuniche il rilevante contributo ebraico alla nascita dei movimenti LGBTQ in Europa, in Israele e nelle Americhe. Ricordano che l’attivista ebrea Brenda Howard, nata nel Bronx, è considerata l’ideatrice del Christopher Street Liberation Day (il primo Pride al mondo), organizzato per commemorare il primo anniversario della rivolta di Stonewall del 28 giugno 1969, in cui la polizia fece irruzione in un locale notturno di New York frequentato da omosessuali, lesbiche e transessuali per controllare, come di abitudine, i documenti e procedere ad arresti. Ricordano che fu il poeta ebreo Allen Ginsberg, accorso nel Greenwich Village poco dopo gli scontri, a pronunciare la celebre frase secondo cui gli omosessuali, dopo gli scontri con la polizia, avevano “finalmente perduto quello sguardo ferito”. Ricordano che, sempre in America, fu un altro ebreo, Harvey Milk, il primo politico dichiaratamente gay della California e che in Italia, come in Francia, nel FUORI! e nel F.H.A.R. i gay e le lesbiche ebrei/e erano molto numerosi (https://noiebreisocialisti.blogspot.com/2026/05/pride-and-prejudice.html).
Il pregiudizio “ebraico”
Vero. È storia. Ma perché le organizzazioni ebraiche, anche quelle di sinistra, si limitano a sottolineare apoditticamente che a Gaza non c’è stato genocidio? Siamo di fronte ad un pregiudizio (specchio, ne parlerò tra poco, del pregiudizio di chi altrettanto apoditticamente recita, senza sé senza ma, il credo ProPal e le sue cogenti sanzioni: l’esclusione dall’Università, dai movimenti per i diritti civili). Un pregiudizio “ebreo” (di alcuni ebrei). Anzi, due pregiudizi.
Primo pregiudizio. Si può lecitamente parlare di genocidio solo se gli ebrei sono vittime, poiché essendo stati vittime sono innocenti per sempre, quindi se ci sono ebrei di mezzo hanno ragione loro, si può dire che esagerano un pochetto, al massimo, quando si è proprio audaci, ma nulla di più, se no si è antisemiti.
Secondo Pregiudizio. Israele è il bene, l’Occidente, “l’unica democrazia” in un’area di feroci dittature, può forse sbagliare occasionalmente qualcosa, ma non è mai dalla parte del torto ed è per definizione l’aggredito, anche quando aggredisce.
Dati di fatto versus pregiudizio “ebraico”
Luigi Alfieri ha limpidamente riassunto i dati di fatto che smentiscono questo pregiudizio “ebreo” (di alcuni ebrei).
Primo dato di fatto. La parola “genocidio” è stata coniata in riferimento alle persecuzioni dei turchi contro gli armeni, sebbene a coniarla sia stato un ebreo e sebbene la Shoah fosse in quel momento in pieno corso (ma poco se ne sapeva e ancor meno se ne voleva sapere). Né dal punto di vista terminologico né dal punto di vista fattuale, dunque, la Shoah è il primo genocidio della storia, e sebbene il termine sia recente, le caratteristiche del fenomeno sono riscontrabili, purtroppo, sin dall’antichità più remota. Del resto, la Shoah risulterebbe inspiegabile e incomprensibile se non facesse parte di una categoria di comportamenti umani, e lasciarla inspiegata e incompresa sarebbe un atto di impotenza conoscitiva ed etica. Non si tratta di un fenomeno “unico”, sebbene certamente abbia caratteristiche del tutto peculiari, come peraltro ogni evento storico ha. È del tutto pernicioso porsi il problema se sia stato o no il genocidio peggiore della storia: stabilire graduatorie dell’orrore relativizza l’orrore e apre persino la possibilità che certi eventi di orrore siano “migliori” di altri. Usare la parola “genocidio” in altri contesti, pur con tutte le necessarie precisazioni, è dunque perfettamente legittimo, non è una sottovalutazione di quanto patito dagli ebrei. Peraltro non solo da loro, il tritacarne nazista non era particolarmente selettivo e il destino dei Rom non è stato in nulla diverso.
Secondo dato di fatto. L’essere stati vittime non mette al riparo dall’eventualità di essere persecutori a propria volta. Non si è vittime per sempre, la qualifica di vittima, come quella di carnefice, non è ereditaria. I tedeschi di oggi non sono colpevoli della Shoah, sebbene lo siano stati in molti ed anzi moltissimi casi i loro padri, o piuttosto ormai i loro nonni o bisnonni. Allo stesso modo gli ebrei di oggi non sono vittime della Shoah, sebbene essa sia tragicamente presente nelle memorie familiari di molti di loro. Ogni generazione, ed ogni individuo in essa, vive la sua storia, fa le proprie scelte ed ha di fronte le stesse opportunità e gli stessi rischi di bene o di male. L’ingiustizia e la violenza non sono precluse a nessuno, neanche ai discendenti di chi in passato ha subito ingiustizia o violenza. Gli ebrei non sono innocenti in quanto tali esattamente come non sono colpevoli in quanto tali. Accusare alcuni ebrei (non certamente “gli ebrei”!) di genocidio non viola una sorta di status metafisico di innocenza a priori: si tratta di valutare se eventi storici specifici abbiano caratteristiche tali da giustificare l’uso di una simile categoria, indipendentemente dall’appartenenza etnica o etnico-religiosa dei colpevoli come delle vittime.
Terzo dato di fatto. Anche le categorie di aggredito o aggressore non sono degli a priori fuori dalla storia, ed è molto difficile ripercorrendo la storia ritrovare senza equivoci un primo evento fondativo in cui l’essere aggressore o l’essere aggredito si presentino in una sorta di stato puro, di “perfezione”. Certo, il 7 ottobre 2023 Hamas ha aggredito Israele. C’è una storia a monte, però: Gaza era già una sorta di campo di concentramento a cielo aperto (con l’indifferenza o la complicità degli stati arabi e dell’Egitto sopra tutti), gli accordi di Oslo erano già ampiamente vanificati, la presenza aggressiva di “coloni” (di fatto milizie armate di partito protette dall’esercito) in Cisgiordania aveva già provocato vittime e devastazioni, ed è molto difficile che dei palestinesi, militanti di Hamas oppure no, potessero non sentirsi aggrediti del tutto legittimati ad atti di resistenza o anche di ritorsione. Se poi risaliamo più in là nel tempo, è vero che nella guerra del Kippur gli israeliani sono stati aggrediti dagli egiziani, ma questi erano stati aggrediti dagli israeliani nella Guerra dei Sei Giorni, peraltro dopo aver minacciato gli israeliani di aggressione, avendo subito in precedenza un’aggressione israeliana durante la crisi di Suez, dopo che nella guerra di indipendenza del 1948 otto eserciti arabi avevano aggredito Israele, essendo stata la dichiarazione di indipendenza di Israele considerata da tutti gli arabi come un atto di aggressione neocoloniale, provocata peraltro dal fatto che da generazioni gli ebrei d’Europa erano stati perseguitati o discriminati dovunque fino alla Shoah… Non c’è un momento primo che abbia fissato una volta per tutte la qualità di aggressore o di aggredito.
Quarto dato di fatto. Anche la categoria di democrazia non è un assoluto metastorico. Senza dubbio Israele ha avuto caratteri propri delle democrazie parlamentari di impronta liberale tipicamente europee, in un contesto mediorientale in cui questo modello non ha mai attecchito (senza per questo essere del tutto assente, basti pensare alle “primavere arabe”). Ma l’avere un parlamento liberamente eletto non basta ad essere irreprensibili, né tanto meno a vantare una superiorità su chi invece non lo ha (e magari lo vorrebbe avere). Anzi, proprio l’essere democratici dovrebbe imporre un senso del limite e una responsabilità storica che le istituzioni israeliane (da non confondere mai col popolo di Israele) non sembrano nutrire. L’Israele di oggi ha imboccato una deriva teocratica che nulla ha a che fare con libere istituzioni di impronta occidentale, mentre assomiglia tantissimo ai modelli teocratici propri dell’estremismo islamista, la stessa Hamas compresa. (https://fuoricollana.it/gaza-il-genocidio-suicidiario-di-israele/).
Il pregiudizio “Pro-Pal”
La possibilità di attribuire all’attuale governo israeliano (non agli israeliani e tanto meno agli ebrei) atti e intenzioni genocidiarie, dunque, ci sta. Si tratta di valutare se i fatti la giustificano. Non è una questione di principio, come credono gli “ebrei” (alcuni degli ebrei). Ma non si tratta nemmeno come credono anche i “pro-pal” (alcuni dei prop-pal) di fare la contabilità dei morti. Al pari degli ebrei” (di alcuni degli ebrei), i “pro-pal” (alcuni dei prop-pal) ne fanno una questione di principio quando allontanano dai cortei del 25 aprile e dai carri del Gay Pride gli ebrei e gli israeliani che non prendono in considerazione la possibilità che quello che è avvenuto a Gaza possa essere qualificato come genocidio. Ma anche questo è un pregiudizio. Invece di chiedere conto delle ragioni (di fatto, di diritto) che a parere degli ebrei” (di alcuni degli ebrei) non giustificano la qualificazione di genocidio li si accusa di pusillanimità, o peggio di complicità con lo Stato (non col governo) israeliano. Al tabù dell’eterna innocenza degli “ebrei” (di alcuni degli ebrei) senza la quale non c’è, non ci può essere, dopo la Shoah, più identità ebraica fa da pendant il tabù dei “pro-pal” (di alcuni dei prop-pal) della potenziale colpevolezza degli ebrei (di tutti gli ebrei) senza la quale non c’è, non ci può essere, identità palestinese. Un doppio e speculare pregiudizio, frutto di una doppia e speculare ossessione identitaria che fa male tanto alla causa dello Stato israeliano quanto alla causa dello Stato Palestinese.
C’era una volta la rivoluzione gentile
È in questo inquinato brodo di coltura che è maturato nel “campo largo” del Gay Prade romano la decisione di negare alle organizzazioni ebraiche di Roma il diritto a partecipare alle sfilate del prossimo 20 giugno. La rivoluzione gentile, come era un tempo definita la battaglia per i diritti LGBTQ, condotta in modo pacifico e ironico, ha oggi dei rappresentanti che di gentile e ironico hanno ben poco. Le associazioni che organizzano i Pride nelle varie città italiane si preoccupano oggi di inserire asterischi, schwa, x e numeri al posto delle vocali finali nei loro comunicati per essere più “inclusive” verso tutti, tutte e tuttu, ma escludono le femministe della “differenza”, così come gli ebrei e le ebree che sono da sempre parte attiva di questi movimenti di liberazione. In passato si combatteva per non essere denunciati per atti osceni e offesa al pubblico pudore, (do you remember Pasolini?) per non essere picchiati o licenziati. Si combatteva per non essere mai più sottoposti a cure, come capitò ad Alan Turing che, condannato in Inghilterra per “grave oscenità”, per evitare il carcere accettò la castrazione chimica e morì suicida nel 1954. Si sfilava al Pride per ritrovare l’orgoglio di essere sé stessi, per vedere rispettata e riconosciuta la propria relazione d’amore, per avere gli stessi diritti dei cittadini eterosessuali.
Autodeterminazione di genere. Una materia controversa
Oggi si rivendica il diritto (neoliberale) alla Self Id (autodeterminazione di genere), in base al quale una persona transgender può ottenere il riconoscimento legale del proprio genere percepito tramite una semplice dichiarazione. E si chiede che anche le persone “piccole”, come vengono definite nel documento di Roma Pride, possano chiedere la somministrazione del farmaco triptorelina, analogo dell’ormone di rilascio delle gonadotropine, impiegato per inibire la produzione di ormoni sessuali e solitamente utilizzato in oncologia nei casi di tumore alla prostata e al seno, oppure in ginecologia per i casi di endometriosi. Incuranti delle denunce di autorevoli istituzioni e società scientifiche che continuano a esprimere forti riserve e posizioni critiche per i limiti delle evidenze scientifiche e per i rischi a lungo termine (rapporto rischi-benefici incerto, insufficienza dei dati clinici sull’efficacia e sulla sicurezza, effetti collaterali legati al blocco ormonale tra cui riduzione della densità minerale ossea, rischio precoce di osteoporosi e potenziali ripercussioni sulla futura fertilità e sullo sviluppo degli organi sessuali.). Ma, soprattutto, incuranti del preoccupante scollamento che la “religione” della autodeterminazione di genere produce negli adolescenti in termini di percezione alterata del corpo e del mondo, nella misura in cui la pubertà non è solo un processo fisico ma una fase critica di maturazione cerebrale, cognitiva e relazionale e bloccare questo sviluppo biologico rischia di congelare la psiche del minore, impedendogli di elaborare naturalmente i propri conflitti identitari (https://www.spiweb.it/la-cura/disforia-di-genere-il-comunicato-del-presidente-s-thanopulos-12-01-23/)[2]. Materia naturalmente controversa e che divide il campo scientifico (https://www.scienzainrete.it/articolo/facciamo-chiarezza-sulla-questione-dei-bloccanti-della-pubert%C3%A0-minorenni-transgender/emilie). Ciò che è certo è che la “religione di un mondo “libero” dai vincoli di genere non sta oggi affatto facendo crescere l’empatia reciproca e riducendo le pratiche di dominanza e di marginalizzazione, quanto piuttosto alimentando narrazioni (xenofobe, omofobe, sessiste) che si traducono in atteggiamenti, spesso violenti, di rigetto nei confronti dei cambiamenti, a partire da quelli di una maggiore parità di genere, percepiti come minacce identitarie (Z. Bauman, Retrotopia, Bari-Roma, Laterza, 2027) contro cui vengono poste in essere azioni e strategie miranti a rispristinare l’ordine tradizionale in nome del ritorno a uno stato “naturale” mitizzato (A. Carreri, B. Poggio, Una società senza genere? Il potere trasformativo dell’utopia, in “Cambio. Rivista delle trasformazioni sociali”, Vol. 12, vol. 24, 2022).
Retrotopie
Attribuire, tuttavia, l’ascesa di queste retrotopie esclusivamente al sonno della ragione degli altri, e non anche della propria, non può che alimentare il gioco infinito e perverso dell’ossessione identitaria. Identità, quelle del campo “progressista”, certo “alternative” a quelle reazionarie, ma permeate dallo stesso codice stigmatizzante, dalla stessa tagliente pretesa di guardare dall’alto in basso chi non è parte di noi, chi non condivide la nostra cultura, il nostro genere, il nostro orientamento sessuale, i nostri non negoziabili valori di autodeterminazione personale e di gruppo. Sia quando i “progressisti” contrappongono il valore dinamico e progressivo della differenza al desiderio di identità, rappresentando questo sentimento come sinonimo di staticità e di chiusura reazionaria e consegnandolo, così, ai suoi avversari, alle emergenti destre nazionaliste e populiste. Sia a maggior ragione quando, come sempre più frequentemente ormai avviene, declinavano il valore dell’identità in modo ruffianamente adesivo nei confronti dei movimenti identitari nei più disparati campi: la sessualità, il gender, la razza, la cultura, le arti.
“Io parlo in quanto X”. Su questo si può anche sorvolare e sorridere. C’è meno da sorridere, invece, per un’enunciazione sempre più abituale e divenuta virale tra gli “identitari” di “sinistra”: “io parlo in quanto X”, dove “X” può significare donna, gay, nero, e così via. Un’enunciazione arrogante che toglie agli interlocutori il diritto alla discussione. Proferita da una posizione che si pretende moralmente superiore, esprime la concezione ristretta di chi si autodefinisce tramite una determinazione di genere (o di genere e specie: sono donna, nera, lesbica…) e che “eticizzando” una proprietà, una qualità personale, ingabbia quell’essere singolare e universale che è ogni donna e ogni uomo in una rete sempre più fitta di definizioni. Rinunciando a tutto quello che possiamo essere, in nome di un’immagine che ci piace avere: un adesivo che ci rende ancor più vulnerabili e alla fine, come frequentemente accade anche nella “dialettica” tra i diversi movimenti identitari, acerrimi nemici gli uni degli altri.
Fermatevi!
Sospendete, ebrei e non ebrei, questa deriva dell’ossessione identitaria già in occasione del prossimo 20 giugno. Sarebbe un piccolo, ma tutt’altro che banale, segnale di ciò che è, al di ogni strumentale politicismo, un autentico campo largo. Un atto unilaterale di apertura – non tocca a me ricordarlo – che sta nelle corde della tradizione ebraica. Un maestro dice una cosa, un altro dice il contrario, un terzo offre una via mediana, un quarto suggerisce di andare a cercare la risposta altrove, e tutto riparte senza soluzione di continuità. Nessuno ha il diritto di mettere il punto in fondo alla frase, tutto è discutibile, provvisorio, capace di cambiare e cambiarci. Verità plurime versus ossessioni identitarie.
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