La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.

Enzo, la voce degli ultimi


3 Giu , 2026|
| 2026 | Visioni

Novantuno anni fa, nasceva in una Milano che oggi non si riconosce più Vincenzo Jannacci detto Enzo. Talento purissimo, artista poliedrico e popolare ma, soprattutto, uomo dal cuore grande e amico degli ultimi a cui ha saputo dare voce e dignità.

E se a vederlo sul palco, fino alla fine, la tentazione di non dargli una lira è sempre rimasta immutata anche per chi lo ha sempre venerato – del resto, fu lui stesso a non prendersi mai troppo sul serio come solo le personalità più spiccatamente sensibili sono in grado di fare – la sua mancanza ne amplifica, in questi tempi aridi e stereotipati, la statura di gigante a tutto tondo: poeta, musicista, medico, uomo. Una luce.

Forse non tutti ne sono a conoscenza ma Enzo, nato nel capoluogo lombardo in una Milano ancora avvolta dalla nebbia del Novecento e lontana anni luce da quella di oggi, fu intanto uno stimato chirurgo; uomo capace di coniugare nella stessa anima irrequieta la stravaganza dell’artista e il rigore scientifico di un professionista dedito alla salvaguardia del bene supremo, la vita. Perché, insieme agli studi universitari che lo avrebbero portato alla laurea in Medicina e all’esercizio della professione medica, Enzo non si negò il Conservatorio con diploma di pianoforte, armonia, composizione e direzione d’orchestra. Musicista vero, quindi.

Al cospetto di Jannacci fu impossibile abbassare la guardia: quando si pensava di averlo inquadrato entro contorni stilistici preconfezionati, Enzo, sornione, si divertiva un mondo a ribaltare il tavolo con sopra tutte le carte da gioco per sorprendere i suoi interlocutori con le difese abbassate. Innovare e sorprendere, il leitmotiv di una carriera baciata dalla genialità e da scelte volutamente non convenzionali e destabilizzanti.

Se col bisturi ha curato il cuore di tutti, indistintamente, con la poesia adagiata sulle note ha invece curato l’anima in maniera più selezionata. Quella dei più deboli, dei dimenticati, degli emarginati, degli ultimi, appunto. Di chi, più che nel paradiso della Milano da bere, è rimasto impantanato ai piedi del boom quale anticamera dell’inferno.

Gli eroi quotidiani cantati con trasporto contagioso dall’istrionico Jannacci, uomini e donne meritori finalmente di una voce, sono dunque i “barboni”, quelli con le scarpe da tennis e un sogno d’amore, gli operai che spendono i loro anni migliori nelle fabbriche, i mariti delle tante Vincenzina in attesa fuori dal cancello con il “foulard che non si mette più”. Ancora, i più sfortunati di tutti perché finiti nel tunnel della droga in un mondo che “sputa proprio quando nasce un fiore”. Senza dimenticare saltimbanchi e chansonnier di talento che non ce l’hanno fatta, perché “quanta fatica a farsi accettare con le canzoni”.

Le sue sono storie di un coraggio purissimo, oltre che senza tempo, mentre il mercato discografico troppo spesso non è in grado di andare oltre canzoni stucchevoli e impersonali. Precursore, si potrebbe dire, ma solo il giorno in cui qualcuno saprà raccogliere un’eredità che è fardello troppo pesante per spalle comuni.

Con ironia, a volte struggente a volte beffarda, Jannacci ha sublimato la Milano più nobile, quella solidale che non c’è più. Quella della nebbia che non si vede a un palmo, delle osterie intrise di fumo di sigaretta, con tovaglie a quadri, michetta e salame, delle persone umili ma sanguigne, del vociare in dialetto in Galleria, delle mani che si stringono solidali e delle maniche che si rimboccano. Caleidoscopica cifra stilistica di una città che nelle sue pieghe migliori ha profumato d’uomo e intimità prima che di profitto; quella che Jannacci ha visceralmente amato e di rimando ha fatto sentire un po’ nostra perché desiderosa, tra le inevitabili contraddizioni di un mondo che corre senza aspettare, di non lasciare indietro nessuno.

Gli esordi sono ontologicamente leggenda: il fortunato contesto è quello del Santa Tecla, contenitore che è prima genesi poi archetipo del rock’n’roll milanese, anzi italiano. I suoi compagni di avventura, di quei giorni in cui molto di ciò che verrà nacque, sono Tony Dallara, Adriano Celentano e Giorgio Gaber, amico fraterno di una vita intera. È un’alba nuova per la musica ma per Jannacci fare arte significa restare in movimento e quindi alla canzone – canzonetta, per dirla alla sua maniera – affianca il teatro-cabaret che, in quegli anni, fa rima con Derby, tempio meneghino della recitazione di qualità.

Inevitabile la collisione artistica con il futuro premio Nobel Dario Fo, insieme al quale Jannacci si renderà protagonista di collaborazioni passate direttamente dal pensiero umano alla storia. “Povero Re e povero anche il cavallo”, che nostalgia.

A Sanremo, invece, Jannacci ci fa poche e selezionate comparsate in mezzo secolo di carriera, giusto il tempo di regalare a sé e a una platea assuefatta al cliché del Festival, e dunque impreparata, pietre miliari quali Se me lo dicevi prima, in altri termini come sbattere la piaga della droga nel prime time nazionalpopolare, e La fotografia, della quale c’è poco da aggiungere se non che essersela persa equivale ad aver gettato alle ortiche un’opportunità straordinaria di emozionarsi.

Anche l’amico Paolo Rossi, sempre per restare a Milano, poté beneficiare della compagnia di Jannacci sul palco dell’Ariston: si divertirono come matti cantando I soliti accordi, salutarono e tornarono a dedicarsi a passatempi più consueti.

Bocciato in gioventù dalla Rai, ancorata a cliché vecchi già prima di vedere la luce, Jannacci, fiero di aver proposto alla direzione artistica un pezzo straordinario come Il cane coi capelli – da riascoltare – alzò le spalle allargando le braccia, indossò il ghigno che fu marchio di fabbrica e ammonì i censori dicendo loro: “Non telefonate neanche, pazienza, non fatelo”.

Perché, deve aver pensato tra sé e sé, con tutta l’autostima dei geni che talvolta si comprendono solo loro, che in musica “ci vuole orecchio” oltre che “il pacco intinto dentro a un secchio”, prima di spostare l’asticella dell’arte ancora più in alto, in altri e più opportuni lidi.

In Rai, manco a dirlo, saranno poi costretti da un’abbacinante evidenza a redimersi al limite del tempo massimo e torneranno sui loro passi. Per Enzo, inguaribile ottimista, ciò non fu nulla più che il balzello da pagare all’anticonformismo di qualità eretto a stella polare di un’esistenza. Del resto, a “parlare con i limoni” era ormai fin troppo abituato.

Riproporre oggi il suo lavoro, vecchio cinque decadi ma solo per anagrafica, non è un esercizio banale, oltre che segnale di intelligenza applicata alla musica. Significa riportare valori troppo spesso relegati ai margini del sopravvivere quotidiano, quali generosità, altruismo e sensibilità, al centro delle nostre giornate. Perché, se la vita continua a essere un po’ bella e un po’ puttana, già che “basta una sottana a rovinare la festa”, è anche grazie a chi, come Enzo, ci ha insegnato a non dare mai nulla per scontato. Sorridendo, possibilmente, e senza uscire fuori tempo.

Buon compleanno, Maestro.

Di:

La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!