La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.
La guerra senza tempo secondo Frank Furedi
“La distruzione del passato, o meglio la distruzione dei meccanismi sociali che connettono l’esperienza dei contemporanei a quella delle generazioni precedenti, è uno dei fenomeni più tipici e insieme più strani degli ultimi anni del Novecento. La maggior parte dei giovani alla fine del secolo è cresciuta in una sorta di presente permanente, nel quale manca ogni rapporto organico con il passato storico del tempo in cui essi vivono.”
Questa affermazione compare nelle prime pagine del Secolo breve di E. J. Hobsbawm. Colpisce il fatto che il grande studioso inglese già nei primi anni Novanta avesse un’impressione così netta di tale processo di presentificazione. Il tema viene ripreso e approfondito dal testo di Frank Furedi La guerra contro il passato. Cancel culture e memoria condivisa (Fazi, 2025), un libro militante, in cui il sociologo con grande schiettezza dichiara da che parte si colloca e stigmatizza con forza quegli orientamenti di politica culturale che considera nocivi per il futuro stesso della nostra società.
Come indica il titolo, il tema chiave è il rapporto con la storia. Il termine cancel culture (cultura della cancellazione) si è introdotto nel contesto italiano con qualche anno di ritardo rispetto a quello anglosassone e sta a indicare la stigmatizzazione di testimonianze del passato (statue, libri, opere artistiche) per motivi etico-morali, come nel caso della statua di Indro Montanelli imbrattata nel 2020. Una vera e propria guerra, sostiene l’autore, da parte di gruppi di attivisti e di istituzioni, che contrastano le figure del passato come se esse fossero nostre contemporanee, travalicando con scioltezza i confini che distinguono le fasi temporali di passato e presente. Solo un eterno presente, in una prospettiva schiacciata. Una guerra senza tempo.
Una delle parti più interessanti del testo fa riflettere sugli anacronismi culturali che, secondo l’autore, procedono in due direttrici: da un lato la stigmatizzazione del passato “immorale”, dall’altro una reinvenzione di esso per legittimare varie istanze, cercando di mostrare, per esempio, che il gender fluido è sempre esistito. Per la prima di esse l’autore utilizza l’espressione “archeologia della rimostranza” per indicare la ricerca ossessiva e occhiuta di connessioni con istituti immorali o repressivi del passato.
Il rapporto col passato è il vero asse portante del testo e la riflessione in merito illumina non solo le tendenze di qualche corrente politicizzata, ma una caratteristica di fondo del nostro tempo (come già scriveva Hobsbawm): il nostro vivere in un presente eterno, tanto sancendo la superiorità dei nostri tempi sul passato quanto trattando eventi e personaggi del passato come se vivessero oggi. Per l’autore il punto è proprio questo: privarci del passato in quanto tale, screditandolo o annettendolo, ci toglie un quadro di orientamento di fondo e quindi il radicamento necessario per costruire il futuro; “se nel passato non si è realizzato nulla di buono, perché mai l’umanità dovrebbe fare di meglio in futuro?” (p. 282).
Va precisato che in diversi passi Furedi riconosce la legittimità di una visione critica del passato, per cui pare improprio considerarlo un testo tradizionalista. Lo studioso è incline ad accettare i vari filoni di ricerca che hanno gettato una luce alternativa su molti eventi del passato, focalizzandosi su aspetti non considerati dalla storiografia tradizionale. Quello che critica fortemente sono le forzature anacronistiche e il momento in cui tali impostazioni fuoriescono dalla sfera accademica e diventano politiche culturali a tutti gli effetti, materia di prescrizioni delle istituzioni o frecce nell’arco di gruppi politicizzati.
Dopo l’interessante prefazione dello studioso di filosofia Andrea Zhok e un’introduzione dell’autore, si susseguono sette capitoli, seguiti da un breve testo conclusivo. Una parte considerevole del volume fornisce un campionario molto nutrito di battaglie nell’ambito delle “guerre culturali”, definite condivisibilmente in tal modo: “conflitti relativi ai valori morali riguardanti il sesso, l’aborto, l’identità culturale e di genere, la sovranità e la razza” (p. 15). Il problema è che il terreno di disputa è il passato. Dalla Atene di Pericle al periodo vittoriano niente si salva da una stigmatizzazione morale inerente ai fattori oppressivi e di ingiustizia. Così, da una storia prevalentemente celebrativa delle epoche passate, si passa a far perdere loro l’aura di prestigio e autorevolezza, fino ad arrivare all’estremo opposto: ridurle a una sequela di orrori e immoralità. Aristotele ridotto a razzista, romanzi ottocenteschi carichi di pregiudizi odiosi, il Rinascimento avvelenato dall’oppressione delle minoranze, e simili. Il testo fornisce un’elencazione di casi in cui, se non si arriva alla vera e propria censura, si esercita comunque una tutela cautelativa (come un’avvertenza apposta a una statua greca, per cui i criteri estetici ellenici esprimerebbero una posizione razzista…) per evitare che tali residui del passato esercitino ancora una nefasta influenza. Alcuni casi appaiono davvero grotteschi, come la pretesa di decolonizzare la botanica cambiando i nomi delle piante che richiamano personaggi legati all’imperialismo.
Una parte importante dell’argomento di Furedi è diretta a dimostrare che, lungi dall’essere riconducibili soltanto alla pressione di gruppi politicizzati, tali politiche culturali sono state fatte proprie dai vertici delle stesse istituzioni culturali: direzioni di musei, associazioni nazionali di storici, sindacati, ministeri. Questa è una delle parti del testo più stridenti con l’opinione dominante, almeno in Italia, dove battaglie simili sono considerate patrimonio di una sinistra radicale, cioè di frange davvero marginali nel complesso delle forze politiche, mentre l’autore mostra come tali idee siano state fatte proprie dalla parte maggioritaria dell’establishment culturale, almeno nei paesi anglosassoni, segnatamente nel Regno Unito.
Quello che colpisce maggiormente del testo è il suo carattere battagliero. Le pagine non hanno nulla della compostezza aristocraticamente rassegnata dei commentatori conservatori che lamentano la decadenza dei nostri tempi. Furedi non vede solo delle tendenze spontanee: vede un nemico, vede un’agenda politica da contrastare attivamente e infatti il sottotitolo dell’edizione originale suona come una chiamata alle armi: Why the West Must Fight for Its History.
Questo potrebbe incidere pesantemente sulla ricezione del testo: un posizionamento di tal genere rischia di essere etichettato come identitario o conservatore. Pensiamo alle controversie in merito a film o serie che fanno impersonare figure dell’antichità classica ad attori di colore: è preminente il metodo (l’anacronismo) o il merito (l’istanza “multietnica”)? La stragrande maggioranza dei casi stigmatizzati nel libro corrisponde a battaglie dell’agenda progressista.
Anche per questo motivo il capitolo che, per lo scrivente, solleva il discorso da una polemica un po’ riduttiva è il quinto: Identità e passato. In esso l’autore mette in campo penetranti analisi sul rapporto fra i due elementi, come lo studio del 1974 di Peter Berger o i saggi dello psicologo Erik Erikson. Il tema che emerge è l’indebolimento delle identità personali nel mondo post-1945, nel contesto di quella che un altro studioso ha definito “stasi frenetica”: “la sensazione che, mentre tutto sembra cambiare più velocemente, non sia più possibile un cambiamento reale o strutturale”, e l’individuo subisce la necessità di adeguarsi a ritmi crescenti. In questo panorama l’identità non è più scontata e, anziché discendere dal corso stesso delle cose, deve venire decisa; insomma diventa un fattore politicizzato.
Questa linea esplicativa pare molto proficua e, in effetti, inverte la sequenza causa-effetto che pare profilarsi in altre parti del libro, dove tutti i problemi sembrano scaturire da una progettualità delle élite woke. In tal modo l’identità e la sua crisi divengono una conseguenza a valle di coordinate di sviluppo strutturali, anziché essere il fattore causale primo.
Questo effettivamente pare più calzante con uno sguardo spassionato alla contemporaneità. I casi enumerati di anacronismo woke elencati negli altri capitoli danno una parvenza di onnipresenza ma, al di fuori del mondo accademico e politicizzato, è dubbio che siano così condivisi. Quante persone accetterebbero che Elisabetta I fosse trans? Forse non molte. Mentre invece i segni del presentismo sono ovunque.
Nel contesto italiano, per esempio, la battaglia sul passato ha riguardato soprattutto il fascismo e le foibe, col progressismo schierato con la memoria storica della Resistenza partigiana e dell’antifascismo più che nella ricerca di figure trans nel remoto passato. Eppure nella nostra società serpeggia uno scollamento dalla storia nazionale, tanto dagli elementi più patriottico-identitari quanto da quelli antifascisti.
Una conferma pare essere nel fatto che la reinvenzione anacronistica del passato non è un’esclusività woke, ma viene praticata anche nel campo opposto per dare solidità e legittimità a istanze conservatrici recenti, secondo il processo che è stato definito “invenzione della tradizione”, sebbene queste ultime ricevano meno visibilità.
Insomma, la conclusione che riteniamo più valida è che la deriva investa tutti e che ognuno si costruisca la propria scialuppa; in altre parole il presentismo è un fenomeno trasversale e ciascuna parte si ricostruisce un passato conforme al proprio specifico progetto identitario.
Forse questa interpretazione non verrebbe accettata dall’autore, preso dalla foga di contrastare tutte le derive woke, ma a noi pare che il portato più importante del libro consista in questo: una perdita, da parte dell’intera società, della capacità di radicarsi in una visione condivisa del passato per poter costruire un futuro migliore. Del resto anche Orwell ammoniva che “chi controlla il passato controlla il futuro; chi controlla il presente controlla il passato”.
La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!






