La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.

Natalino Irti, addio al grande giurista-umanista


14 Giu , 2026|
| 2026 | Visioni

Diritto, mercato, tecnica e sovranità nella crisi della globalizzazione

Natalino Irti non è stato soltanto un grande giurista del diritto civile italiano. È stato qualcosa di più raro: un pensatore della forma politica, un interprete della modernità giuridica, un osservatore severo del rapporto tra mercato, Stato, tecnica e sovranità. Nato ad Avezzano nel 1936 e morto a Roma nel 2026, Irti apparteneva a quella generazione di studiosi per i quali il diritto non era un insieme di procedure, sentenze e commi, ma una delle grandi strutture attraverso cui una civiltà dà forma al conflitto, alla proprietà, alla libertà, all’autorità e alla convivenza.

La sua opera, da L’ordine giuridico del mercato a Norma e luoghi, da Il diritto incalcolabile a La tenaglia, fino ai dialoghi con Emanuele Severino e Massimo Cacciari, ha posto una questione oggi decisiva: che cosa resta del diritto quando il mercato pretende di diventare globale, quando la tecnica supera la politica, quando le imprese si muovono oltre i confini e quando gli Stati sembrano perdere il controllo dei processi economici che pure continuano ad avere bisogno della loro forza?

Irti aveva visto prima di molti altri che la globalizzazione non cancellava lo Stato. Lo indeboliva, lo aggirava, lo metteva in concorrenza con altri Stati, ma non riusciva a sostituirlo. Il mercato può immaginarsi senza confini, ma i contratti devono essere eseguiti da qualche parte. La finanza può correre da un continente all’altro, ma le crisi bancarie vengono poi pagate e gestite dentro ordinamenti concreti. Le imprese globali possono scegliere il luogo fiscale, societario e produttivo più conveniente, ma quando sorge un conflitto tornano davanti a un giudice, a un’autorità, a una norma, a un apparato coercitivo.

È qui il punto centrale del pensiero di Irti: il diritto non galleggia nel vuoto. Ha bisogno di luoghi. Ha bisogno di un potere che decida. Ha bisogno di un territorio, di un confine, di una giurisdizione, di una forza capace di rendere effettiva la parola della legge. La globalizzazione ha promesso un’economia liberata dalla geografia, ma il diritto, prima o poi, riconduce ogni rapporto a uno spazio determinato. È la lezione del geodiritto: non esiste norma senza luogo, non esiste mercato senza ordine, non esiste libertà economica senza una struttura giuridica che la protegga.

Il mercato non abolisce lo Stato: lo usa

La grande illusione degli ultimi decenni è stata credere che il mercato globale potesse diventare un ordine autosufficiente. Secondo questa visione, gli Stati sarebbero stati residui del passato, sovrastrutture lente, ingombranti, incapaci di stare al passo con l’innovazione, la finanza, le piattaforme digitali, le catene mondiali del valore. Il mondo nuovo avrebbe avuto bisogno di meno politica, meno confini, meno sovranità, più concorrenza, più arbitrati privati, più regole flessibili.

Irti rovescia questa illusione. Il mercato non vive contro il diritto. Vive dentro il diritto. Anche quando pretende di liberarsene, ne ha bisogno. Ha bisogno di proprietà riconosciuta, contratti vincolanti, credito tutelato, responsabilità definite, garanzie processuali, tribunali, polizia, esecuzione forzata. Il mercato può disprezzare lo Stato quando lo Stato pone limiti, ma lo invoca quando deve proteggere profitti, brevetti, infrastrutture, banche, investimenti e catene logistiche.

Da qui nasce una delle intuizioni più forti di Irti: non c’è soltanto un ordine giuridico del mercato, c’è anche un mercato degli ordini giuridici. Gli Stati competono tra loro offrendo norme, regimi fiscali, tutele societarie, flessibilità del lavoro, protezione degli investimenti, procedure rapide, vincoli ambientali più o meno severi. Le imprese non scelgono soltanto dove produrre. Scelgono dove vivere giuridicamente. Scelgono l’ordinamento più conveniente, la disciplina più favorevole, il foro più utile, la tassazione più leggera.

Questa è la vera rivoluzione della globalizzazione: non la fine del diritto, ma la sua trasformazione in fattore competitivo. Lo Stato non scompare; viene messo sul mercato. Le norme diventano infrastrutture di attrazione economica. I sistemi giuridici diventano prodotti. Le sovranità diventano offerte differenziate rivolte al capitale mobile.

Il risultato è una perdita di centralità della politica. La legge, che dovrebbe esprimere una decisione collettiva, si adatta sempre più spesso alla pressione dei mercati. Il Parlamento non decide soltanto ciò che ritiene giusto; decide anche ciò che teme necessario per non perdere investimenti, imprese, capitali, credito internazionale. La sovranità non viene abolita: viene condizionata.

Cacciari, Irti e la domanda sul diritto

Il confronto tra Irti e Massimo Cacciari aiuta a comprendere la profondità filosofica di questa diagnosi. In Elogio del diritto, il giurista e il filosofo tornano alle radici dell’esperienza occidentale: nomos, giustizia, autorità, legge, città, conflitto. Non si tratta di archeologia culturale. Si tratta di capire perché l’Occidente abbia pensato il diritto non come semplice comando, ma come forma della convivenza e misura della potenza.

Cacciari ha spesso insistito sulla crisi dell’Europa come spazio politico incompiuto, sospeso tra economia integrata e decisione politica debole. Irti, da giurista, arriva a una conclusione parallela: non basta avere un mercato comune, non basta avere regole comuni, non basta avere procedure. Senza una decisione politica capace di fondare e difendere l’ordine giuridico, la norma rischia di diventare amministrazione senza sovranità.

Qui Irti e Cacciari si incontrano su un punto decisivo: il diritto non può essere ridotto a tecnica neutrale. La norma non è un algoritmo. La legge non è soltanto gestione efficiente dell’esistente. Ogni norma decide, include, esclude, protegge, sacrifica, ordina. Dietro ogni diritto c’è una domanda politica: quale forma di vita vogliamo difendere? Quale limite poniamo al potere economico? Quale rapporto costruiamo tra libertà individuale, interesse collettivo e destino della comunità?

In questo senso, Irti non difende lo Stato come reliquia novecentesca. Difende la necessità di una forma. Nessuna civiltà vive senza forma. Nessun ordine dura senza confini. Nessuna economia produce stabilità se non incontra un potere capace di dire sì e no, di stabilire regole, di imporre responsabilità.

Severino, la tecnica e il destino del diritto

Il dialogo con Emanuele Severino porta il discorso ancora più in profondità. Severino vedeva nella tecnica la potenza dominante del nostro tempo, la forza destinata a subordinare ogni altro scopo alla propria crescita illimitata. La tecnica non è semplicemente un insieme di strumenti: è una logica, un destino, una volontà di potenziamento continuo.

Irti, da giurista, si misura con questa sfida. Se la tecnica accelera oltre la politica, che cosa può fare il diritto? Può ancora governare i processi o arriva sempre dopo, come una toppa normativa su fenomeni già compiuti? La domanda riguarda oggi l’intelligenza artificiale, le piattaforme digitali, la sorveglianza algoritmica, la proprietà dei dati, la guerra cibernetica, la biotecnologia, la finanza automatizzata.

La tecnica promette efficienza, ma sposta il potere in luoghi opachi. Le decisioni non vengono più prese soltanto da governi, parlamenti e giudici, ma da architetture digitali, sistemi automatici, infrastrutture private, piattaforme globali. Il diritto fatica a inseguire questa velocità. Quando arriva, spesso trova già consolidati nuovi rapporti di forza.

Eppure proprio qui torna la lezione di Irti. Anche il digitale ha bisogno di luoghi. I dati stanno in centri di calcolo. Le piattaforme hanno sedi fiscali. Gli algoritmi producono effetti su persone concrete. Le imprese tecnologiche firmano contratti, possiedono beni, rispondono a giurisdizioni, subiscono sanzioni, negoziano con Stati. La rete sembra senza territorio, ma la sua potenza si appoggia su infrastrutture materiali, energia, cavi, satelliti, server, norme, autorizzazioni.

Il geodiritto diventa allora anche geodiritto digitale. La domanda non è più soltanto dove vale una legge, ma chi controlla lo spazio giuridico della tecnica. Chi decide sulle piattaforme? Chi possiede i dati? Chi impone le regole agli algoritmi? Chi può sanzionare un gigante tecnologico? Chi stabilisce se un sistema automatico può decidere su credito, lavoro, informazione, guerra, sicurezza?

Il diritto incalcolabile e la crisi della certezza

Un altro punto centrale del pensiero di Irti è la crisi della calcolabilità del diritto. Il capitalismo moderno ha bisogno di prevedibilità. L’impresa investe se può calcolare rischi e conseguenze. Il cittadino obbedisce se può sapere in anticipo che cosa è lecito e che cosa non lo è. Lo Stato funziona se la norma è stabile, conoscibile, applicabile.

La modernità giuridica aveva costruito questa prevedibilità attraverso la fattispecie: una descrizione astratta del fatto e una conseguenza giuridica prestabilita. Se accade questo, allora segue quello. Il diritto diventava così una forma di razionalità pubblica. Permetteva agli attori sociali di orientarsi, programmare, investire, difendersi.

Irti vede invece crescere un diritto sempre più elastico, mobile, incerto, fatto di clausole generali, principi vaghi, bilanciamenti continui, valori indeterminati. Un diritto che lascia sempre più spazio all’interprete, al giudice, all’autorità amministrativa, al caso concreto. Questo può apparire più umano, più flessibile, più adatto alla complessità. Ma produce anche un effetto inquietante: rende meno prevedibile l’ordinamento.

Quando il diritto diventa incalcolabile, anche il mercato perde un suo fondamento. È il paradosso del nostro tempo. Il mercato chiede flessibilità, ma vive di certezza. Chiede deregolazione, ma pretende tutela. Chiede Stati leggeri, ma vuole apparati forti quando deve difendere contratti, brevetti, investimenti, proprietà e credito.

La crisi della prevedibilità non è un problema da specialisti. È una questione politica. Un diritto troppo incerto aumenta il potere di chi può pagare consulenti, arbitri, avvocati, reti di influenza, accesso privilegiato alle istituzioni. L’incertezza giuridica non colpisce tutti allo stesso modo. Per i forti è uno spazio di manovra. Per i deboli è una condanna.

La nuova legge mercantile e il ritorno della forza

Irti diffidava dell’idea di una nuova legge mercantile globale capace di sostituire lo Stato. Le imprese possono scrivere contratti sofisticati, affidarsi ad arbitrati internazionali, costruire regole private, creare consuetudini commerciali. Ma alla fine, quando una decisione deve essere eseguita contro chi resiste, serve una forza. E quella forza resta statale.

È qui che torna Hobbes. I patti senza spada non bastano. Le parole non creano ordine se nessuno può imporne il rispetto. Il diritto non è pura persuasione. È anche coercizione legittima. Senza questa dimensione, l’ordinamento diventa promessa, moralità, tecnica contrattuale, ma non pieno diritto.

Questa intuizione è oggi visibile ovunque. Nelle sanzioni economiche, nei sequestri patrimoniali, nei dazi, nel controllo delle esportazioni tecnologiche, nella protezione delle infrastrutture critiche, nella guerra commerciale, nella disciplina delle piattaforme, nella lotta per i semiconduttori, nel controllo delle materie prime. Gli Stati sono tornati. Non sempre come Stati sociali, non sempre come Stati democraticamente forti, ma come Stati strategici, regolatori, sanzionatori, protettori, coercitivi.

La globalizzazione aveva promesso un mondo post-statale. La storia recente ha mostrato il contrario. Pandemie, guerre, crisi energetiche, inflazione, collasso delle catene logistiche, rivalità tra Stati Uniti e Cina, guerra in Ucraina, ritorno del protezionismo industriale: tutto ha riportato al centro il potere pubblico. Quando il mercato entra in crisi, non chiama altri mercati. Chiama lo Stato.

Geopolitica della norma e guerra economica

La lezione di Irti è essenziale anche per comprendere la guerra economica contemporanea. Oggi la potenza non si misura soltanto con divisioni corazzate, portaerei o missili. Si misura anche con la capacità di produrre norme, imporre standard, controllare giurisdizioni, stabilire regole finanziarie, definire sanzioni, orientare catene produttive, decidere chi può accedere a una tecnologia e chi ne deve restare escluso.

Il diritto diventa strumento di potenza. Gli Stati Uniti lo hanno capito da tempo, usando la centralità del dollaro, il sistema finanziario, le norme extraterritoriali, il controllo delle tecnologie sensibili. L’Unione Europea cerca di farlo attraverso regolamenti, standard ambientali, disciplina digitale, concorrenza e protezione dei dati. La Cina lo fa combinando pianificazione industriale, controllo politico, standard tecnologici e proiezione infrastrutturale. La Russia, sotto sanzioni, cerca di costruire circuiti alternativi, accordi bilaterali, canali energetici e spazi normativi meno dipendenti dall’Occidente.

In questo scenario, il geodiritto non è una categoria astratta. È il campo di battaglia silenzioso della competizione globale. Le norme viaggiano insieme alle merci, ai capitali, ai dati, ai brevetti, ai sistemi di pagamento, ai cavi sottomarini, alle piattaforme digitali. Chi controlla la norma controlla una parte dell’economia. Chi subisce la norma altrui subisce anche una forma di dipendenza strategica.

Per questo gli Stati deboli non sono soltanto quelli senza esercito. Sono quelli che non riescono a difendere il proprio spazio giuridico. Sono quelli costretti a modificare leggi, fiscalità, lavoro, ambiente, giustizia e politica industriale per compiacere investitori esterni o potenze dominanti. La subordinazione giuridica diventa subordinazione economica.

L’Europa davanti alla propria incompiutezza

Il pensiero di Irti parla in modo particolare all’Europa. L’Unione Europea è un grande spazio normativo, forse il più sofisticato del mondo. Produce regole, standard, procedure, vincoli, discipline tecniche. Ma fatica a trasformare questa potenza regolativa in vera sovranità politica. Ha mercato, moneta, burocrazia, diritto, ma non sempre decisione strategica.

Qui il confronto con Cacciari diventa decisivo. L’Europa vive da decenni nella tensione tra unità economica e frammentazione politica. Vuole essere potenza normativa, ma spesso non riesce a essere potenza geopolitica. Vuole difendere valori universali, ma dipende militarmente dagli Stati Uniti, energeticamente da fornitori esterni, tecnologicamente da piattaforme non europee, industrialmente da filiere globali vulnerabili.

Irti avrebbe visto in questa condizione una forma di squilibrio tra norma e decisione. Il diritto europeo è forte quando regola, ma debole quando deve decidere il destino. La tecnica giuridica è avanzata, ma la volontà politica resta incerta. L’Europa produce ordinamento, ma fatica a produrre sovranità.

È il grande problema del nostro tempo: non basta avere regole se non si ha una comunità politica capace di assumerne il costo. Non basta scrivere valori se non si possiedono strumenti per difenderli. Non basta parlare di autonomia strategica se poi la sicurezza, l’energia, la tecnologia e la finanza restano dipendenti da altri.

La politica contro il nichilismo amministrativo

In La tenaglia, Irti difende l’ideologia politica non come fanatismo, ma come capacità di indicare fini. Senza ideologia, resta soltanto amministrazione. Si governa l’esistente senza chiedersi dove andare. Si risponde all’emergenza senza costruire un ordine. Si trasforma la politica in gestione tecnica del presente.

È una diagnosi durissima e attualissima. Le società contemporanee sembrano spesso governate da procedure, mercati, algoritmi, vincoli contabili, emergenze permanenti. La politica arretra perché non osa più indicare una direzione. Ma quando la politica arretra, il vuoto viene occupato da altre forze: il mercato, la tecnica, la burocrazia, la religione radicale, l’identitarismo, il potere privato.

Irti non invita a tornare alle ideologie chiuse del Novecento. Invita a recuperare la responsabilità della scelta. La politica è scelta tra fini diversi. Il diritto è la forma che stabilizza provvisoriamente quella scelta. La norma non elimina il conflitto, lo contiene. Non produce pace eterna, ma tregua ordinata. Non cancella i rapporti di forza, ma li porta dentro una forma riconoscibile.

Questa è la grandezza del diritto: non promette il paradiso, ma impedisce che il conflitto diventi pura violenza. Stabilisce confini. Distingue il lecito dall’illecito. Costringe il potere a parlare una lingua pubblica. Obbliga l’economia a riconoscere limiti. Trasforma la forza in autorità, almeno finché l’ordinamento conserva legittimità.

La lezione finale: chi decide?

Natalino Irti lascia una lezione severa. Il mondo contemporaneo ha creduto di poter sostituire la politica con il mercato, il diritto con la tecnica, lo Stato con la governance, la sovranità con la connessione globale. Ma ogni crisi ha mostrato il contrario. Quando crollano le banche, tornano gli Stati. Quando esplode una pandemia, tornano i confini. Quando scoppia una guerra, tornano gli eserciti. Quando le filiere si interrompono, torna la politica industriale. Quando le piattaforme diventano troppo potenti, torna la domanda sulla legge. Quando la tecnica pretende di decidere, torna la domanda sulla responsabilità.

Irti aveva compreso che la modernità non abolisce il conflitto. Lo sposta. Lo maschera. Lo riveste di parole nuove: mercato, concorrenza, innovazione, flessibilità, governance, piattaforma, algoritmo. Ma alla fine il conflitto torna sempre alla domanda originaria: chi decide?

Chi decide le regole del mercato? Chi decide i limiti della tecnica? Chi decide la tutela della persona? Chi decide il rapporto tra proprietà e lavoro? Chi decide se una norma deve difendere il capitale mobile o la comunità territoriale? Chi decide se lo Stato deve essere arbitro, spettatore o protagonista?

Il giurista di Avezzano ha risposto senza retorica: decide chi possiede una forma politica, una forza legittima, un ordinamento efficace, una sovranità capace di tradursi in norma. Non perché lo Stato sia perfetto. Non perché la sovranità sia innocente. Non perché il diritto sia sempre giusto. Ma perché, senza una forma capace di decidere, resta soltanto il dominio dei più forti, mascherato da libertà dei mercati o neutralità della tecnica.

Natalino Irti non è stato il nostalgico di un ordine perduto. È stato il diagnostico di un disordine nascente. Aveva capito che la globalizzazione non avrebbe abolito lo Stato, ma lo avrebbe costretto a mutare pelle. Aveva capito che il mercato globale non avrebbe eliminato il diritto, ma lo avrebbe trasformato in campo di competizione. Aveva capito che la tecnica non avrebbe reso inutile la politica, ma avrebbe reso ancora più urgente la domanda sui fini.

Per questo il suo pensiero parla al presente più di quanto non parli al passato. In un’epoca di guerre economiche, piattaforme digitali, sanzioni, intelligenza artificiale, crisi delle democrazie e ritorno delle potenze, Irti ci ricorda che nessun ordine umano vive senza diritto, nessun diritto vive senza luogo, nessun luogo vive senza decisione politica.

E quando il mondo crede di essere ormai oltre lo Stato, scopre che lo Stato era ancora lì: ferito, indebolito, contestato, talvolta impotente, ma ancora necessario. Perché il mercato può correre, la tecnica può accelerare, la finanza può spostarsi, le piattaforme possono espandersi. Ma quando bisogna decidere, garantire, punire, proteggere, delimitare, si torna sempre alla stessa soglia: quella del diritto, della sovranità e della forza pubblica.

È questa, forse, la lezione più attuale di Natalino Irti: la civiltà giuridica non consiste nel cancellare il conflitto, ma nel dargli una forma. E quando quella forma si dissolve, non nasce la libertà assoluta. Nasce il potere nudo.

Di:

La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!