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Al-Qaws: organizzazione LGBTQ+ palestinese che sfida occupazione e pinkwashing
Al-Qaws for Sexual and Gender Diversity in Palestinian Society è la principale organizzazione palestinese impegnata nella tutela dei diritti della comunità LGBTQ+. Nata nel 2001 come progetto locale e divenuta nel 2007 una ONG indipendente, opera tra Gerusalemme Est, Cisgiordania e le comunità palestinesi all’interno di Israele. Si definisce come organizzazione queer-femminista e anticoloniale, proprio per sottolineare come la lotta contro le discriminazioni legate al sesso e al genere non può essere scissa dal contesto (e contrasto) dell’occupazione (illegittima) israeliana. In tal senso si parla di disarticolare non solo le oppressioni sessuali e di genere, ma di qualunque forma di restrizione dei diritti, comprese quelle di tipo coloniale, con l’obiettivo di dare vita a una società palestinese più giusta, inclusiva e consapevole.
Al-Qaws opera su tre livelli: individuale, comunitario e sociale. Promuove spazi di dialogo e confronto (eventi, centri culturali, gruppi di supporto, e così via), una hotline per il supporto psicologico e sociale, attività di formazione con scuole e istituzioni, campagne informative, produzioni culturali (arte, musica, altri eventi). Non si parla tanto di accettazione o eguaglianza secondo il modello occidentale, quanto di ridefinire il linguaggio e le categorie riferite alla sessualità.
Stando ai report elaborati internamente e ad alcune analisi accademiche, Al-Qaws ha ottenuto sinora alcuni importanti risultati: dalla creazione di un discorso autonomo palestinese sulle tematiche LGBTQ+, all’abbattimento di alcuni stereotipi circa la presunta arretratezza della società su tali tematiche, fermo restando l’approccio differente rispetto ai paradigmi occidentali. Inoltre, si è spesa per campagne volte a denunciare i crimini di guerra e le violazioni dei diritti umani, collegando la questione LGBTQ+ alla più ampia lotta per la giustizia e la pace.
In effetti, Al-Qaws insiste molto sul fatto che la sessualità non può essere scissa dal contesto politico, tenuto conto che la violenza coloniale israeliana incide direttamente sulle vite delle persone appartenenti alle comunità LGBTQ+ palestinesi. La repressione colpisce queste persone, come il resto della popolazione araba, con arresti, ricatti e sorveglianza di massa, il che serve anche a demistificare l’immagine di uno stato ebraico “salvatore” delle persone LGBTQ+ di etnia araba.
Il contrasto al fenomeno del cosiddetto pinkwashing – una strategia comunicativa che mira a presentare Israele come una sorta di paradiso per la comunità LGBTQ+ – non è estranea alla volontà di distogliere l’attenzione dalle violazioni dei diritti umani nei territori occupati, e di ripulire un’immagine internazionale fortemente compromessa, specie negli ultimi anni. In concreto, Al-Qaws ha promosso una campagna di boicottaggio in occasione di Eurovision 2019, ha prodotto materiali educativi per sottolineare i legami tra il pinkwashing e l’apparato coloniale e ha attivato forme di collaborazione con movimenti globali per la tutela dei diritti LGBTQ+ e per la giustizia in Palestina.
Nel 2019 l’Autorità Palestinese vietò temporaneamente le attività di Al-Qaws in Cisgiordania, salvo poi ritirare il provvedimento per effetto delle proteste pubbliche, anche se da allora l’organizzazione denuncia una sottile repressione sotto forma di intimidazioni individuali.
In ultima analisi una lotta per nulla semplice, che ha il merito indiscusso di lottare contro molti stereotipi, non estranei alla società nel cui ambito si trova ad operare, ma che ha sancito anche un altro importante principio: le più grandi e importanti battaglie non possono mai essere scisse dal contesto in cui vengono promosse. A maggior ragione, non possono divenire lo strumento per celare crimini o violenze di ogni genere.
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