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Yves Lacoste, il geografo che restituì il mondo alla realtà
Le carte come strumenti di potere
La morte di Yves Lacoste, scomparso a Bourg-la-Reine il 20 giugno 2026 all’età di 96 anni, chiude una stagione della cultura strategica francese. Non scompare soltanto un geografo. Scompare l’uomo che ha costretto la Francia accademica, diplomatica e militare a guardare di nuovo le carte non come oggetti scolastici, ma come strumenti di potere. Lacoste ha restituito alla geografia la sua funzione originaria: spiegare perché gli uomini combattono per i territori, perché gli Stati tracciano confini, perché gli imperi cercano porti, stretti, montagne, fiumi, deserti, risorse e vie di comunicazione.
Per decenni la parola geopolitica era rimasta sospetta, contaminata dal ricordo della geopolitica tedesca e dall’uso ideologico che il nazismo ne aveva fatto. Lacoste ebbe il coraggio di liberarla da quella prigione. Non per ripulirla in modo artificiale, ma per riportarla al suo significato più concreto: la rivalità di potere su uno spazio. In questo senso la sua opera è stata una ribellione contro l’illusione di un mondo governato solo dal diritto, dai mercati e dalle istituzioni internazionali. Il mondo, diceva in sostanza Lacoste, resta fatto di terre, popoli, frontiere, accessi, risorse e memorie.
Il Mediterraneo come scuola del reale
Nato a Fès nel 1929, cresciuto tra Marocco, Algeria e Francia, Lacoste imparò presto che lo spazio non è mai neutrale. Il padre geologo gli offrì il primo contatto con le mappe, i rilievi, i giacimenti, le piste e i deserti. La geografia, nella sua infanzia, non fu mai una materia astratta. Fu subito il modo in cui il potere cercava risorse e organizzava territori.
L’esperienza algerina fu decisiva. Nel 1952, primo all’aggregazione di geografia, scelse di insegnare ad Algeri, nel pieno delle tensioni coloniali. Lì vide la distanza tra il discorso ufficiale della Francia e la realtà della dominazione. Vide quartieri separati, popolazioni separate, diritti separati. Capì che la colonizzazione non era solo un fatto politico o militare, ma una costruzione spaziale: chi occupa, organizza; chi organizza, domina; chi domina, disegna carte.
Da questa matrice nascerà la sua riflessione sul sottosviluppo. Nei suoi lavori degli anni Cinquanta e Sessanta, Lacoste intuì che la povertà dei Paesi del Sud non poteva essere spiegata soltanto con l’economia. Dipendeva anche dalla collocazione geografica, dall’accesso alle rotte, dalla disponibilità di risorse, dalla dipendenza dalle potenze industriali, dalla subordinazione delle economie locali a centri decisionali lontani. Era già una lettura geoeconomica del mondo, prima ancora che il termine diventasse abituale.
La geografia serve prima di tutto a fare la guerra
Nel 1976 Lacoste pubblicò il libro che avrebbe segnato un’epoca: La geografia serve prima di tutto a fare la guerra. Il titolo fu uno scandalo perché diceva ad alta voce ciò che molti preferivano tacere. Gli Stati non hanno mai commissionato carte per amore della conoscenza pura. Le hanno usate per conquistare, amministrare, tassare, sorvegliare, difendere e colpire. Una carta può essere più importante di un discorso parlamentare, perché mostra ciò che il potere vuole possedere o impedire agli altri di possedere.
Quella frase oggi appare quasi ovvia. Ma negli anni Settanta colpì come una provocazione. La geografia universitaria francese si era rifugiata in una neutralità rassicurante: paesaggi, rilievi, regioni, fiumi, agricolture. Lacoste rimise al centro la guerra, la potenza, la conquista, la rappresentazione del territorio. Non era militarismo. Era realismo. Negare il rapporto fra geografia e guerra significava consegnare quel sapere a chi lo usava comunque, ma senza controllo critico.
La fondazione della rivista Hérodote nello stesso anno completò la sua rivoluzione. Lacoste creò uno spazio intellettuale nel quale geografi, storici, militari, diplomatici, giornalisti e ricercatori potevano tornare a ragionare insieme sui rapporti di forza. Fu una rottura con l’università chiusa su sé stessa e con il commento politico disincarnato. La geopolitica tornava a essere metodo, non slogan.
Nazione, confini e sovranità
Uno dei meriti maggiori di Lacoste fu avere difeso il concetto di nazione quando quasi tutti lo consideravano superato. Alla fine della guerra fredda, l’Europa sognava la fine dei confini, la mondializzazione felice, il primato dell’economia sul territorio. Lacoste vedeva più lontano. Per lui la nazione non era un residuo folcloristico, ma il quadro dentro cui si formano solidarietà, appartenenze, obblighi collettivi e capacità di sacrificio.
Oggi la sua intuizione appare evidente. La guerra in Ucraina, il ritorno delle logiche imperiali, la competizione tra Stati Uniti e Cina, la corsa alle materie prime, le tensioni negli stretti marittimi, la militarizzazione dell’Artico e dei fondali oceanici dimostrano che la storia non ha cancellato la geografia. Al contrario, l’ha resa ancora più decisiva. Le catene produttive mondiali non sono sospese nel vuoto. Passano per porti, canali, corridoi ferroviari, gasdotti, cavi sottomarini, giacimenti e zone industriali. Ogni crisi geopolitica è anche una crisi geoeconomica.
Scenari economici e nuovo disordine mondiale
L’eredità di Lacoste diventa centrale in un’epoca in cui l’economia torna a essere territoriale. La concorrenza per le terre rare, il controllo delle rotte energetiche, la sicurezza alimentare, l’acqua, i corridoi commerciali e i cavi digitali mostrano che la globalizzazione non ha abolito lo spazio: lo ha reso più vulnerabile. Uno stretto bloccato, un porto bombardato, un gasdotto sabotato, una frontiera chiusa possono modificare prezzi, bilanci pubblici, strategie industriali e rapporti diplomatici.
Lacoste aiuta a capire che il mercato non galleggia sopra la politica. Ne dipende. Senza controllo delle rotte, non c’è commercio sicuro. Senza accesso all’energia, non c’è industria. Senza dominio dei nodi logistici, non c’è autonomia strategica. La geoeconomia contemporanea è la prosecuzione della geopolitica con altri strumenti.
Valutazione strategica militare
Dal punto di vista militare, la lezione lacostiana è ancora più chiara. Ogni guerra comincia con una carta. Prima si studiano le alture, i fiumi, le città, i ponti, le strade, le basi, le linee ferroviarie, i depositi, le zone industriali. Poi si decide dove colpire, dove resistere, dove avanzare. L’Ucraina lo dimostra ogni giorno: il fronte non è una linea astratta, ma un sistema di città, fiumi, colline, nodi logistici e profondità strategiche.
Lo stesso vale per il Medio Oriente, per il Mar Rosso, per il Golfo Persico, per la Cina meridionale. Gli stretti non sono dettagli geografici, ma interruttori del commercio mondiale. Le isole non sono solo terre emerse, ma piattaforme di controllo. I deserti non sono vuoti, ma spazi di manovra, transito e contrabbando. I confini non sono linee, ma zone di frizione.
Il geografo del secolo che ritorna
Lacoste non fu un profeta nel senso teatrale del termine. Non amava le formule facili. Amava le carte, il terreno, le contraddizioni, le rivalità locali, le memorie lunghe. Ma proprio per questo vide prima di altri ciò che oggi appare inevitabile: il mondo non è entrato in una pace perpetua, è tornato alla competizione fra potenze.
La sua definizione della geopolitica come confronto tra ragionamenti opposti su rivalità di potere territoriali resta una delle più solide del pensiero contemporaneo. In essa c’è tutto: lo Stato, la nazione, la guerra, l’economia, la memoria, la percezione dello spazio, la paura dell’accerchiamento, il desiderio di accesso, il bisogno di sicurezza.
Con Yves Lacoste se ne va uno degli ultimi grandi realisti francesi. Ma la sua lezione resta, forse più necessaria oggi che nel 1976. Le carte non bastano a spiegare tutto. Ma senza carte non si capisce quasi nulla.
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