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L’Accordo Iran-USA: la commedia che nessuno vorrebbe vedere


29 Giu , 2026|
| 2026 | Visioni

Sulle prime pagine di questi giorni si è fatto un gran parlare dei negoziati in corso tra USA e Iran –  in Svizzera, a Lucerna –, che hanno rappresentato per Washington il tentativo di sterilizzare un fronte già perso in partenza. Il risultato ottenuto – uno stop del programma nucleare in cambio di sblocco parziale dei fondi congelati e revoca parziale delle sanzioni, oltre che rimborsi per i danni provocati – non è una vittoria, ma una dilazione: rimanda il momento in cui i nodi strutturali, ancora presenti in sottofondo, verranno al pettine. Non è neppure assodato che si arriverà a chiudere il punto sul nucleare, vista l’estensione dei negoziati per altri 60 giorni (ritengo che dietro questa proroga vi sia stata una richiesta statunitense, dato che ormai il Re è Nudo). Ora che “l’Accordo” è cosa fatta, la firma di Trump appare un coup de théâtre riuscito male e ridicolo.

I nodi sono tanti e forse … gordiani. Il primo è geopolitico: anche se l’Iran “venisse contenuto” sulla questione nucleare, resterebbe il fattore della resistenza asimmetrica (Houthi, Hezbollah, milizie irachene) e la Cina rimarrebbe in posizione di osservatrice, pronta ad offrire acquisti massicci di petrolio (scontato) e accordi commerciali in yuan a Teheran. Il secondo è economico: ogni concessione alimenta la percezione che l’egemonia USA sia negoziabile a prezzo di saldo, accelerando la diversificazione delle riserve globali e minando la domanda di Treasuries. Il terzo è sistemico: l’intera architettura del debito USA poggia sulla credibilità della potenza militare, dunque un accordo “al ribasso” la incrina, mentre un fallimento totale (disfatta bellica) la prosciuga. In entrambi i casi, il risultato è lo stesso: gli USA guadagnano del tempo, non la soluzione.

Questa impasse logora credibilità e risorse, mentre la Cina accumula vantaggi e il dollaro perde presa. BRICS e accordi bilaterali prospettano alternative alla valuta di riserva: come la sterlina dopo Suez e il fiorino prima del declino olandese, il dominio monetario tramonta quando la potenza militare non ne garantisce più l’egemonia. Roma subì lo stesso collasso: guerre periferiche in Partia e Persia svalutarono il denario, l’economia si frammentò, e le legioni non poterono più essere pagate. Oggi gli USA bluffano sull’AI, promettendo un “winner takes all” con data center voraci di energia e acqua, ma la resistenza locale (NIMBY, imposte sui consumi) cresce. Senza controllo su catene di fornitura e materie prime, il vantaggio tecnologico si erode, come a Roma quando le province smisero di inviare grano.

La finanziabilità del debito USA (oltre 34.000 miliardi) si regge sulla fiducia nella potenza militare e sul ruolo del dollaro. Se il primo pilastro si incrina e il secondo si sgretola, il costo del debito sale a spirale: tassi più alti → più emissioni → inflazione → meno fiducia. L’AI doveva portare la “crescita di produttività” necessaria per uscire dal debito, come il boom informatico degli anni ’90. Purtroppo, però, i data center consumano gas, uranio, litio, acqua – risorse che gli USA non controllano più unilateralmente nelle quantità necessarie. L’antica Roma pensava che diritto e strade bastassero: quando i barbari tagliarono le rotte del grano, l’impero collassò. Il “grano” dell’AI è rappresentato da minerali critici ed energia a basso costo: se gli USA non li controllano, la scommessa tecnologica diventa un’emorragia che accelera la crisi di fiducia nel dollaro e la non finanziabilità del debito.

Il confronto con l’Iran è un vicolo cieco per gli USA: ogni esito – guerra aperta, stallo o ritiro – logora la loro credibilità e le loro risorse. Il dollaro perde presa, mentre BRICS e accordi bilaterali prospettano alternative. La minore presa geopolitica rende il bluff sull’AI insostenibile: pur tralasciando l’obsolescenza delle produzioni stoccate in magazzino, senza controllo su catene di fornitura e materie prime il vantaggio tecnologico si erode, come accadde nell’antica Roma quando le legioni non potevano più essere pagate.

Il vicolo cieco Iran-USA è una cartina di tornasole della trappola strategica americana. Un conflitto diretto prosciugherebbe risorse in un teatro secondario, distogliendo l’attenzione dall’Indo-Pacifico e regalando spazio di iniziativa alla Cina. Un ritiro umiliante certificherebbe la fine della deterrenza USA in Medio Oriente. In entrambi i casi, Washington perde: la sua parola vale meno, il suo ombrello di sicurezza si svaluta, e il debito pubblico diventa sempre più difficile da finanziare.

La commedia però va avanti: “Show must go on”! Infatti, mentre il mondo osserva questa lenta agonia strategica, i media mainstream continuano a raccontare la favola dell’accordo “storico” siglato in diretta da Trump, come se si trattasse di un trionfo diplomatico degno di Camp David. La firma simbolica – trasmessa in mondovisione con tanto di sorrisi e strette di mano – è stata presentata come un capolavoro di realpolitik, quando invece appare sempre più evidente che il Re è nudo e nessuno ha il coraggio di dirlo.

Il pubblico, ormai disorientato da anni di narrazioni contraddittorie, non può non cogliere l’incoerenza comica dello scenario. Da un lato, ci si riempie la bocca con la “minaccia esistenziale” rappresentata dal programma nucleare iraniano; dall’altro, si firma un accordo che non risolve nulla, che anzi rimanda il problema di soli 60 giorni, come se il tempo potesse magicamente sciogliere nodi che affondano le radici in decenni di ostilità. È come se un vigile del fuoco, davanti a una casa in fiamme, annunciasse di aver “risolto” l’incendio spegnendo una candela in soggiorno mentre il tetto continua a bruciare.

La performance è tanto più grottesca se si considera il contesto: gli stessi media che oggi osannano l’accordo sono quelli che, solo pochi mesi fa, dipingevano l’Iran come un nemico implacabile da annientare. Il pubblico, almeno quella parte che non ha la memoria corta, si chiede legittimamente: ma allora era vera la minaccia? Oppure era solo l’ennesimo spettacolo di propaganda per giustificare costose campagne militari e distrarre l’opinione pubblica dai veri problemi – il debito fuori controllo, l’inflazione galoppante, la crisi del dollaro?

La risposta, ovviamente, è che la recita è sempre stata questa: un teatrino in cui il “cattivo” di turno viene costruito e poi smontato a seconda delle esigenze di bilancio del Pentagono e delle necessità elettorali della Casa Bianca. Il pubblico, che paga il conto di questa farsa in termini di tasse, inflazione e declino del potere d’acquisto, non può fare a meno di notare che, mentre i presidenti firmano accordi e i media li celebrano, la Cina continua a comprare oro, la Russia a vendere petrolio in rubli e l’India a tracciare rotte commerciali che aggirano il dollaro.

E poi c’è l’AI, la nuova salvezza tecnologica che dovrebbe “crescere fuori” dal debito. Ma anche qui la narrazione mediatica è un capolavoro di incoerenza: da un lato, ci dicono che l’AI rivoluzionerà l’economia mondiale; dall’altro, scopriamo che i data center consumano energia come piccole nazioni e richiedono minerali rari che gli USA non controllano. È come se l’antica Roma avesse annunciato di aver inventato una nuova tecnica agricola che avrebbe sfamato l’impero, ma si fosse poi scoperto che il grano doveva comunque arrivare dall’Egitto e che le rotte marittime erano ormai in mano ai pirati.

Il ridicolo della situazione è che il pubblico – che non è del tutto stupido – si accorge che i media trattano queste contraddizioni come se fossero dettagli trascurabili, mentre continuano a servire la solita pappa della “leadership americana”, dell’ “eccezionalismo” e dei “valori democratici” da difendere (quest’ultimo punto è ormai divenuto paradossale e assolutamente risibile). Quando però il valore del dollaro scende, quando il costo della vita sale, quando il debito pubblico supera ogni limite immaginabile, e quando la firma di un accordo con l’Iran viene presentata come un successo mentre tutto intorno crolla, anche il più fedele spettatore della recita inizia a chiedersi: ma stiamo scherzando?

La risposta è che purtroppo non stiamo scherzando. Stiamo assistendo alla fase tragicomica del declino di una potenza che non vuole ammettere di essere in declino. Come tutti i grandi imperi della storia, gli USA si aggrappano a rituali, simboli e narrazioni che non corrispondono più alla realtà. La firma da parte di Trump dell’accordo con l’Iran è il perfetto equivalente del trionfo romano che celebrava una vittoria in realtà disastrosa, o della dichiarazione di Mussolini sull'”Asse Roma-Berlino” mentre l’Italia sprofondava nella crisi. È la commedia dell’impero che recita la propria grandezza mentre il palcoscenico crolla.

Il pubblico, che paga il biglietto di questa farsa con il proprio benessere, non può fare a meno di notare che, mentre i media continuano a buttare fumo negli occhi, la realtà è implacabile: il dollaro si indebolisce, il debito cresce, la Cina avanza, e gli accordi con l’Iran sono solo il primo atto di una tragedia che nessuno ha il coraggio di chiamare con il suo nome.

Arriviamo quindi finalmente al momento che tutti gli sceneggiatori di questa tragicommedia hanno cercato di rimandare il più a lungo possibile: il momento in cui si alza il sipario e il bluff viene smascherato! Questo sarà il giorno in cui i mercati finanziari, come un pubblico che ha assistito a uno spettacolo troppo a lungo, si alzeranno in silenzio e abbandoneranno la sala. Perché il crollo dei mercati non sarà un incidente, non sarà un “cigno nero” imprevedibile, non sarà il frutto di fattori esogeni. Sarà semplicemente l’atto finale della recita: il momento in cui il bluff viene smascherato e il Re si scopre completamente nudo.

Il meccanismo è inesorabile e segue una logica che nemmeno la migliore regia hollywoodiana potrebbe nascondere. Quando il debito USA avrà raggiunto un punto di non ritorno – ed è già vicino – e quando gli investitori internazionali inizieranno a chiedersi se i Treasuries siano ancora un investimento sicuro, la domanda di dollari crollerà. I tassi d’interesse schizzeranno verso l’alto, il costo del servizio del debito divorerà qualsiasi spazio per manovre di alleggerimento fiscale e la Fed si troverà di fronte a un dilemma che nessuna stampante di denaro può risolvere: stampare ancora più dollari, alimentando un’inflazione devastante, o lasciare che il sistema collassi sotto il peso dei propri debiti.

In quel momento, il bluff dell’AI sarà smascherato per quello che è sempre stato: una favola raccontata per mantenere alta la fiducia in un futuro che non arriverà mai. Perché l’AI non è una soluzione, è un’ulteriore richiesta di risorse – energia, minerali, acqua – che gli USA non controllano più. Come Roma che credeva che le sue legioni potessero domare qualsiasi barbaro, gli USA credono che la loro tecnologia possa vincere qualsiasi sfida. Ma quando i data center si spegneranno per mancanza di energia, quando le catene di fornitura si interromperanno per mancanza di minerali, e quando il costo del denaro sarà diventato proibitivo, anche il più ottimista degli analisti dovrà ammettere che la festa è finita.

I mercati finanziari, che fino a quel momento avranno continuato a danzare al ritmo della musica della Fed, improvvisamente si fermeranno. Il crollo non sarà graduale, non sarà ordinato. Sarà un crollo verticale, come una valanga che viene giù dopo che l’ultimo fiocco di neve ha spezzato l’equilibrio. Le borse crolleranno, il dollaro perderà il 30-40% del suo valore in poche settimane, l’oro schizzerà verso l’alto, e le criptovalute – ironia della sorte – diventeranno improvvisamente il rifugio di chi cerca di sfuggire al naufragio.

E in quel momento il pubblico che ha pagato il biglietto per questa farsa con il proprio risparmio, con la propria pensione, con il proprio futuro, rimarrà ammutolito. Non ci saranno applausi, non ci saranno standing ovation. Ci sarà solo un silenzio di pietra, rotto dal frastuono dei mercati che crollano e dal pianto di chi ha creduto, fino all’ultimo, che la recita fosse vera.

Perché il crollo dei mercati finanziari sarà l’inevitabile “andata a vedere” del bluff americano. Sarà il momento in cui la finanza allegra e arrembante, che per decenni ha creato ricchezza virtuale su ricchezza virtuale, si scontrerà con la realtà fisica delle risorse limitate, del debito insostenibile e del potere declinante. Sarà il momento in cui i derivati, i CDO, i fondi speculativi e le strategie di carry trade si riveleranno per quello che sono sempre stati: castelli di carte costruiti su una montagna di debito che nessuno poteva realmente onorare.

Le ceneri di quel crollo seppelliranno non solo i mercati, ma anche le narrazioni che li hanno sostenuti. La favola dell’eccezionalismo americano, della leadership morale, della democrazia da esportare – tutto sarà spazzato via dalla furia dei mercati che si vendicheranno di essere stati presi in giro per troppo tempo. E in quel silenzio di pietra, sotto le ceneri dei mercati finanziari, il pubblico finalmente capirà: non c’era nessuna soluzione, nessun piano, nessuna strategia. C’era solo un bluff, portato avanti con tale arroganza da far dimenticare a tutti che, prima o poi, anche il bluff più audace viene smascherato.

E quando il sipario calerà definitivamente su questa tragicommedia, non ci sarà nessuno ad applaudire. La sala sarà vuota, i palchi saranno deserti, e solo il vento della storia soffierà tra le macerie di un impero che ha recitato la propria grandezza fino all’ultimo, dimenticando che la grandezza non si recita, si vive. O si perde.

Il pubblico, quello vero – fatto di persone comuni che hanno visto il proprio potere d’acquisto erodersi, i propri risparmi svanire, il proprio futuro diventare incerto – non applaudirà. Resterà in silenzio, come si resta in silenzio davanti a una tragedia che si è consumata lentamente sotto i propri occhi, mentre tutti gli attori sul palco continuavano a ripetere le loro battute come se niente fosse. E in quel silenzio, forse, risuonerà tra gli Statunitensi l’unica domanda che vale la pena porsi: “perché abbiamo applaudito così a lungo?”

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