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L’abbondanza che ci lascia affamati
Perché una società capace di produrre tutto continua a generare scarsità, ansia e insufficienza.
Nel mito raccontato da Ovidio, Erisittone viene condannato a una fame insaziabile, che cresce con il mangiare. Ogni boccone, invece di placare il bisogno, lo acuisce. Consuma le proprie ricchezze, vende tutto ciò che possiede – compresa sua figlia – e finisce per divorare sé stesso.
È difficile immaginare una metafora più adatta alla nostra epoca.
Viviamo in società capace di produrre una quantità di beni, conoscenze e opportunità che lungo gran parte della storia umana sarebbe apparsa inconcepibile. La produttività è cresciuta, la tecnica ha ridotto il tempo necessario allo svolgimento di numerose attività, le merci hanno invaso ogni spazio dell’esistenza e una parte significativa della popolazione occidentale dispone di opportunità un tempo riservate a una minoranza.
Eppure continuiamo a sentirci mancanti.
Non abbastanza sicuri, non abbastanza desiderabili, non abbastanza realizzati, non abbastanza produttivi. Persino il tempo libero deve essere impiegato bene, il corpo deve essere ottimizzato, l’esperienza deve diventare memorabile e la vita deve dimostrare continuamente di possedere un significato.
È da questa contraddizione che nasce Quel pane che non sazia. Scarsità, bisogni e crisi dell’uomo nell’età dell’abbondanza.
Il libro non vuole sostenere che la scarsità materiale sia scomparsa. Sarebbe assurdo affermarlo in società attraversate da diseguaglianze profonde, precarietà, povertà e insicurezza abitativa. La questione è diversa: possediamo ormai capacità produttive sufficienti a ridurre radicalmente il peso della necessità, ma continuiamo a organizzare il lavoro, la distribuzione e le relazioni sociali come se la penuria costituisse ancora il destino inevitabile dell’umanità.
La scarsità, perciò, sopravvive. Ma non soltanto dove mancano reddito, casa o cure. Sopravvive anche sotto forma di una soggettività educata a percepirsi permanentemente insufficiente.
I bisogni non sono immobili
Si parla spesso dei bisogni come se fossero elementi naturali, sempre uguali a sé stessi. Prima verrebbero i bisogni essenziali, poi quelli superiori: prima il pane, poi la cultura; prima la casa, poi il riconoscimento; prima la sopravvivenza, poi il desiderio.
Ma la storia umana non procede attraverso compartimenti separati e ordinati in tal modo.
Un bisogno non è semplicemente la mancanza di un oggetto. È il rapporto tra un soggetto e un oggetto. Quando cambia il soggetto, cambia anche il bisogno; quando cambia l’oggetto, cambia ciò che possiamo domandargli.
Il cibo non è mai soltanto nutrimento. È gusto, appartenenza, memoria, distinzione, rapporto con il corpo, scelta morale. La casa non è soltanto riparo: è autonomia, intimità, sicurezza biografica, posizione sociale. Il viaggio non è soltanto spostamento, ma esperienza, identità, riconoscimento. Lo smartphone non soddisfa semplicemente un antico bisogno di comunicazione: modifica la nostra esperienza della presenza, del silenzio, dell’amicizia e della disponibilità.
La produzione non risponde dunque a un soggetto già formato e dotato di bisogni immutabili. Contribuisce a produrre quel soggetto, le sue aspettative e il linguaggio attraverso il quale impara a desiderare.
Questo non significa che la pubblicità inventi dal nulla bisogni falsi, né che esista un’autorità capace di stabilire quali siano i desideri autentici. Significa, piuttosto, che il rapporto con gli oggetti è storicamente costruito e che la soddisfazione non coincide mai interamente con il semplice possesso.
Un’automobile può offrire mobilità e piacere, ma può essere caricata anche del compito di confermare il nostro valore. Un viaggio può essere realmente bello e, nello stesso tempo, diventare una prova da esibire per dimostrare che la nostra vita è interessante. Uno strumento di comunicazione può avvicinarci agli altri e renderci più dipendenti dalla loro conferma.
L’oggetto soddisfa una funzione, ma non necessariamente placa la domanda simbolica, cioè di senso, di cui lo graviamo.
La nuova scarsità
La società dell’abbondanza non elimina la mancanza. La moltiplica e la sposta.
La scarsità contemporanea riguarda sempre meno soltanto le cose e sempre più anche il tempo, la sicurezza, la cura, il riconoscimento e la possibilità di costruire legami durevoli.
Abbiamo accesso a una quantità crescente di mezzi di comunicazione, ma il tempo per ascoltarsi diminuisce. Possiamo consumare più esperienze, ma spesso non abbiamo il tempo di elaborarle. Possiamo lavorare ovunque, ma proprio per questo il lavoro invade ogni luogo. Possiamo scegliere continuamente, ma ogni scelta sembra ricordarci tutte le possibilità che stiamo perdendo.
La mancanza non riguarda più soltanto ciò che non possediamo. Investe ciò che siamo.
Non siamo mai abbastanza efficienti, attraenti, equilibrati, informati, interessanti o spontanei. Perfino la spontaneità diventa una prestazione. Il soggetto contemporaneo non deve soltanto obbedire: deve realizzarsi, reinventarsi e trasformare ogni difficoltà in un’occasione di crescita.
La coercizione si presenta così come libertà individuale.
Se falliamo, la causa non viene cercata nelle condizioni del lavoro, nell’insicurezza economica o nell’impoverimento dei legami. Il fallimento diventa personale: non abbiamo saputo organizzarci, comunicare, investire su noi stessi, regolare le emozioni o diventare la nostra migliore versione possibile.
La società produce il disagio e poi ci vende gli strumenti individuali per adattarci a esso e conviverci.
Lavorare di più in una società più produttiva
La contraddizione diventa ancora più evidente nel rapporto con il lavoro.
L’aumento della produttività avrebbe potuto tradursi in una progressiva riduzione del tempo necessario alla produzione. Era questa, in fondo, una delle promesse della modernità: liberare gli esseri umani dalla fatica, permettere loro di dedicarsi alla conoscenza, alla cura, alle relazioni e alla partecipazione politica.
È accaduto solo in parte.
La produttività è aumentata, ma il lavoro continua a occupare il centro dell’esistenza. In molti casi non lavoriamo meno: lavoriamo in modo più intenso, frammentato e invasivo. La tecnologia non libera automaticamente tempo; spesso rende possibile colonizzarlo integralmente.
Il problema non è soltanto quantitativo. Una parte crescente delle attività economiche sembra destinata a compensare danni prodotti dalla stessa organizzazione sociale.
Crescono i servizi contro lo stress mentre il lavoro diventa più stressante. Si moltiplicano le piattaforme che fanno risparmiare tempo perché non abbiamo più tempo per cucinare, acquistare o incontrarci. Aumentano i servizi privati perché si impoveriscono le strutture pubbliche. Si investe nella regolazione individuale del disagio mentre restano intatte le condizioni che lo generano.
Il circuito economico può funzionare perfettamente. Esistono domanda, occupazione e consumo. Ma la produzione rischia di curare privatamente ferite che essa stessa séguita a riaprire collettivamente, cioè a danno di tutta la società.
Una società può diventare più ricca e, contemporaneamente, più povera di tempo, sicurezza e beni comuni.
Non una critica dell’abbondanza
La risposta non può essere una nostalgia per la povertà o per una società più semplice che, in realtà, non è mai esistita.
Il problema non è che desideriamo troppo. Né che abbiamo troppi bisogni. L’espansione dei bisogni rappresenta anche un’espansione dell’umano: desiderare conoscenza, autonomia, esperienza, libertà e riconoscimento è una conquista storica, non una degenerazione.
La questione è come il desiderio viene organizzato.
Quando ogni bisogno deve esprimersi nella forma di una domanda individuale, quando ogni mancanza deve trovare una merce corrispondente e ogni problema sociale viene tradotto in una responsabilità privata, l’abbondanza smette di essere una possibilità di emancipazione e diventa una macchina di insufficienza.
Non occorre ridurre i desideri, ma sottrarli alla compulsione. Non rinunciare alla ricchezza, ma trasformarla in tempo, sicurezza e libertà concreta.
La vera domanda politica è quindi questa: che cosa facciamo dell’abbondanza che siamo capaci di produrre?
Un’altra idea di ricchezza
Una società più ricca non è necessariamente quella nella quale ogni individuo possiede più merci. È quella nella quale la ricchezza prodotta diventa infrastruttura comune della libertà.
Sanità, istruzione, trasporti, abitazione, servizi di cura, biblioteche, spazi pubblici, associazioni, luoghi nei quali incontrarsi senza essere obbligati a consumare: tutto ciò non costituisce un residuo improduttivo, ma la sostanza concreta di una vita meno dipendente dal mercato.
La ricchezza pubblica riduce la necessità di acquistare individualmente protezione, mobilità, educazione e sicurezza. Rende possibile una libertà che non coincide soltanto con la capacità di scegliere tra prodotti differenti.
Anche la riduzione dell’orario di lavoro non dovrebbe essere considerata una concessione marginale. È il modo più diretto di ricavare la libertà dalla produttività.
Ma il tempo liberato non si traduce automaticamente in una vita migliore. Può essere riassorbito dalla solitudine, dal consumo e da nuove forme di prestazione. Ha dunque bisogno di istituzioni, pratiche e luoghi nei quali possa diventare cura, partecipazione, formazione e cooperazione.
Non basta liberare gli individui dal lavoro. Occorre costruire un mondo nel quale possano fare qualcosa della libertà conquistata.
Un problema antropologico e politico
Marx scriveva che l’umanità si pone soltanto i problemi per i quali le condizioni materiali di una soluzione esistono già, o almeno si stanno formando.
Il problema dell’abbondanza è precisamente uno di questi.
Per gran parte della storia umana, la questione dominante è stata produrre abbastanza per sopravvivere. Oggi disponiamo almeno potenzialmente dei mezzi per ridurre il lavoro necessario e garantirci una vita dignitosa. Per la prima volta possiamo porci pienamente la domanda su come trasformare la ricchezza materiale in libertà, relazioni e mondo comune.
La soluzione, tuttavia, non è contenuta automaticamente nello sviluppo tecnico.
Possiamo utilizzare l’automazione per ridurre il lavoro oppure per aumentare la precarietà. Possiamo impiegare la conoscenza per ampliare i beni comuni oppure per estrarre valore da ogni istante della vita. Possiamo usare l’abbondanza per liberarci dalla necessità oppure per produrre nuovi bisogni di adattamento, competizione e consumo.
Il passaggio dall’abbondanza alla libertà è una scelta politica.
Ed è anche una trasformazione antropologica. Richiede individui capaci di cooperare, tollerare i limiti, abitare il tempo e riconoscere che nessuna merce può sostituire interamente la relazione con l’altro.
Non abbiamo necessità di imparare a desiderare di meno. Dobbiamo piuttosto imparare a desiderare senza divorare il mondo e senza finire, come Erisittone, per divorare noi stessi.
Quel pane che non sazia. Scarsità, bisogni e crisi dell’uomo nell’età dell’abbondanza, di Massimiliano Civino, è disponibile in formato Kindle e cartaceo su Amazon.it:
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