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Si fa presto a dire sicurezza
Giorni fa, dovendo aspettare qualche tempo l’arrivo del treno alla stazione Termini, mi sono messo a contare il numero di poliziotti, carabinieri, soldati e guardie giurate in servizio. Ne ho contati 30 in pochi minuti. A questi vanno aggiunti i numerosi addetti alla sicurezza di Trenitalia. Va inoltre considerato l’apparato organizzativo che sta a monte, moltiplicato per i vari corpi.
Arrivato a Bologna, ho di nuovo contato. È stato facile. Erano tutti lì, sul primo binario: una dozzina. Ma se fossi andato in Piazza Maggiore avrei trovato almeno due auto: una dei Carabinieri e una della Polizia, a farsi compagnia.
Così, incuriosito, sono andato a cercare quanti sono in generale gli addetti alla sicurezza. Ebbene, si supera il mezzo milione. Un agente armato ogni dodici cittadini! Esclusi, come già scritto, quelli interni alle stesse aziende.
Scopro l’acqua calda se affermo che la sicurezza è diventata un business economico: basti vedere le innumerevoli pubblicità dei sistemi di sicurezza per le abitazioni. Ma l’affare è ovviamente anche politico. Da decenni, infatti, la questione è in cima alla propaganda politica.
Stante l’impatto economico e politico, ha dunque senso chiedersi quale sia il rapporto costi-benefici, al fine di verificare se il modello attuale sia efficace, quali siano le eventuali criticità e se esistano alternative migliori.
Queste osservazioni e domande mi sono sorte mettendo a confronto la situazione italiana con quanto visto nei viaggi all’estero compiuti ultimamente in Europa: Russia, Cechia, Francia, Svizzera. Paesi che, come si vede, sono assai diversi. Ebbene, in nessuno di questi Paesi ho notato una tale massiccia presenza delle forze dell’ordine nelle stazioni, nelle strade e nelle piazze. A Pilsen (Repubblica Ceca) ho visitato la sinagoga, una delle più grandi del mondo. C’erano solo la bigliettaia e l’addetto alle pulizie! A Bologna, invece, da decenni c’è fissa, tutto il giorno e per sette giorni su sette, una camionetta con due soldati. Al contempo, in nessuno di questi Paesi sono visibili, più di tanto, situazioni di disagio di qualche tipo, come invece accade da noi.
Allora ha senso chiedersi se tutta questa ostentazione di agenti armati sia finalizzata a reprimere la criminalità o abbia, semplicemente e solamente, lo scopo psicologico e propagandistico di rassicurare i cittadini.
Alcune risposte al riguardo ce le forniscono i dati presentati nell’annuale inaugurazione dell’Anno giudiziario. Altre sono rintracciabili in recenti interviste di Gabrielli, ex capo della Polizia, autore del libro Contro la paura. Un manifesto per una sicurezza democratica.
I dati inerenti ai vari reati presentati mostrano un aumento dell’1,7%. Di questi, il 44% sono reati di strada: scippi, furti e altri ancora, comprese le violenze sessuali. Le grandi città sono particolarmente colpite da questo fenomeno. Nella mia città, Bologna, si registra un +9,6%. Questi dati sono significativi perché riguardano i reati che colpiscono potenzialmente i cittadini comuni. Ed è questo il motivo per cui sono molto importanti sul piano sociale e politico.
I tipi di reato ci dicono due cose importanti. La prima è che sono causati dall’aumento della povertà e del disagio sociale e giovanile. Inoltre, come è facilmente intuibile, i reati sono commessi per quasi il 47% da immigrati. Non a caso essi rappresentano gran parte della popolazione carceraria.
Tutto questo avviene in un trend che vede invece gli omicidi diminuire. L’Italia risulta essere il Paese più sicuro d’Europa. Dal 1992 al 2024 i maschi uccisi sono diminuiti dal 3,9‰ allo 0,8‰ e le donne dallo 0,8‰ allo 0,6‰. In quest’ultimo caso, ciò che tuttavia rende gli omicidi particolarmente allarmanti è il legame con il maschilismo ancora presente.
Al contrario, l’Italia è in testa per quanto riguarda i furti di auto e nelle abitazioni. Per non parlare, ovviamente, dei delitti legati alla droga, in crescita pluridecennale.
Se questa è la realtà dei fatti, la domanda è: la politica dei governi italiani di centro-destra e centro-sinistra mira ad affrontare i problemi o semplicemente a tranquillizzare i cittadini sul piano psicologico, ostentando la visibilità delle forze dell’ordine? A fare propaganda, insomma?
Per il centro-destra il tema della sicurezza è concepito come una campagna elettorale gratuita e continua. Basti seguire gli sproloqui di Salvini e, ora, di Vannacci. Oppure contare i Decreti Sicurezza sfornati dal governo Meloni a ogni truce evento che abbia suscitato nell’opinione pubblica un certo tasso di reazione emotiva.
Il centrosinistra, al solito, dice tutto e il suo contrario. Si potrebbero sintetizzare i due approcci in questo modo: far finta di fare, far finta di dire.
Gabrielli, in una recente intervista, afferma che non si deve alimentare la paura, non basta la repressione, l’indurimento penale è inefficace, i soldati in strada non servono a nulla, bisogna affrontare le cause e guardare al futuro. Inoltre, a proposito di integrazione, accusa il governo di aver eliminato l’insegnamento dell’italiano agli immigrati come esempio emblematico di insipienza e propaganda. Queste affermazioni, significative e ponderate, che provengono da un “informato sui fatti”, meritano alcune considerazioni. Cosa intende quando afferma che bisogna andare alle cause? Per rimuovere le cause interne, infatti, ci vuole una mezza rivoluzione, in quanto bisogna cambiare il modello economico e sociale basato su bassi salari, occupazione precaria, pochi diritti e taglio dei servizi sociali. Per quanto riguarda le cause internazionali, queste sono prodotte dalle politiche del sistema capitalista occidentale che tutti sostengono. Anche il prode Vannacci rientra nelle cause. Parla di re-immigrazione, ma lui personalmente ha contribuito, come generale NATO, a devastare molti dei Paesi da cui provengono gli immigrati: Afghanistan, Iraq, Yemen, Libia, Somalia e altri ancora.
Prima creano i problemi, poi li sfruttano condannandone gli effetti.
Il secondo aspetto riguarda la repressione. I poliziotti e i carabinieri non dovrebbero essere mandati a passeggiare nelle strade e nelle stazioni, ma a prevenire i reati. Possibile che non sappiano, grosso modo, chi sono i grossisti della droga, gli ambienti in cui maturano i furti? Com’è possibile che non siano a conoscenza di ciò che accade nei dintorni dell’agricoltura, visto quanto accade regolarmente al Sud? E non solo al Sud.
La presenza dello Stato è legittimata dalla conoscenza e dal controllo del territorio e di chi vi si muove. Ed è nei territori che la grande criminalità “mette a terra” i suoi affari sporchi. Lo Stato dovrebbe anche conoscere a menadito chi è senza fissa dimora, senza permesso di soggiorno, senza fonti di sostentamento, senza relazione con i servizi sociali.
In questo quadro entra anche la questione della liberalizzazione e depenalizzazione di certe droghe e delle politiche di riduzione del danno.
Utilizzati per la prevenzione, di poliziotti ne servono molti, ma molti di meno. Nelle strade, invece, ci dovrebbero essere i vigili e gli operatori sociali come interfaccia con i cittadini.
Ciò che manca, in effetti, è una cultura costituzionale dell’ordine pubblico e del ruolo delle forze dell’ordine. Alcune cose cominciarono a cambiare dopo il Sessantotto. Poi tutto è tornato come prima.
Volenti o nolenti, sul tema si incrocia la questione dell’immigrazione. Penso, tuttavia, che sia del tutto fuorviante porsi l’obiettivo di risolverla alla radice, viste le cause e le dimensioni del fenomeno. In primo luogo, allora, conta la narrazione: quali sono le cause, chi le crea e come le crea. Chi sfrutta le crea e poi le utilizza e strumentalizza. Questo modo di impostare la questione serve a combattere il razzismo in tutte le sue forme, poiché le cause e i colpevoli non sono le singole persone, ma il sistema. Ed è per questi motivi che il contrasto all’immigrazione clandestina non è razzista, ma esattamente il contrario. Non è certo con l’immigrazionismo dei ceti ZTL, a volte peloso e interessato, che si risolve il problema. Non lo si risolve nei Paesi d’origine, lo si peggiora nei Paesi di arrivo. Le nostre ambasciate dovrebbero fare intense campagne per scoraggiare l’emigrazione. In alcuni Paesi ci sono associazioni locali che operano con questo obiettivo. In questo senso i rimpatri possibili vanno fatti anche come deterrente all’immigrazione clandestina, altrimenti non avremo mai flussi regolari ma sanatorie continue. Va anche ricordato che chi arriva da noi non sono i poveri, che i soldi per il viaggio non li hanno, ma i ceti medi. Ceti medi che, se non gradiscono il loro Paese, dovrebbero porsi l’obiettivo del cambiamento e non della fuga.
Inoltre, il contenimento di questo fenomeno è il presupposto per attivare la capacità popolare e democratica di gestire i flussi e la relativa integrazione.
In caso contrario, la competizione sul lavoro, che oggi avviene in termini di segmentazione etnica nei vari settori produttivi, e soprattutto quella sui servizi (scuola, casa, sanità), non farà altro che favorire la destra, alimentando un circuito vizioso e, soprattutto, rendendo difficile l’unità di classe contro i comuni nemici interni e internazionali.
Un dato eclatante della reazione popolare all’immigrazione è stato fornito dai risultati dei referendum sul Jobs Act e sul dimezzamento dei tempi per ottenere la cittadinanza. Ebbene, tenendo pur conto che la partecipazione è stata del 30%, contro l’abrogazione del pacchetto precarietà ha votato SÌ quasi il 90%, mentre per la riduzione dei tempi per l’ottenimento della cittadinanza i SÌ sono calati al 65,5%. Il che vuol dire che, tolto quel 10% di destra che ha votato NO a entrambi, circa tre milioni di elettori si sono schierati contro la precarietà ma hanno posto un evidente problema sulla questione immigrazione. E questi sono persone di sinistra!
Poi ci si chiede perché aumenta l’astensionismo o non si riesce a costruire un soggetto politico di classe e popolare!!
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