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L’Unione Europea limita la protezione ai profughi ucraini renitenti alla leva: serve carne da cannone?
Da ragazza, quando studiavo al liceo e mi imbattevo nei testi greci che raccontavano la pesante ingerenza dei gruppi dirigenti spartani in ogni fase della vita dei cittadini, inorridivo. Pensavo a quanto dovesse essere gravosa la limitazione delle libertà cui quegli uomini erano sottoposti: a Sparta, infatti, la formazione del cittadino era interamente orientata alle esigenze della polis e della guerra, tanto che la vita individuale finiva quasi sempre per cedere il passo a quella collettiva. Poi, però, mi dicevo che il senso di appartenenza, di partecipazione e di condivisione dovesse essere prevalente e che l’idea stessa di una libertà individuale, così come oggi la intendiamo, probabilmente non fosse nemmeno contemplata dalla maggior parte dei cittadini.
Peraltro, anche Atene, tradizionalmente considerata la culla della democrazia e della libertà politica, conosceva limiti che oggi giudicheremmo assai severi. La cittadinanza era riservata a una ristretta minoranza di uomini liberi; donne, schiavi e meteci ne erano esclusi, e i doveri verso la polis prevalevano spesso sulle aspirazioni individuali. La partecipazione alla guerra, ad esempio, non riguardava gli schiavi, ma proprio coloro che godevano dei diritti di cittadinanza e poteva dunque considerarsi una sorta di privilegio, oltre che un dovere, combattere per difendere la comunità politica cui si apparteneva. Certo, questo è quanto sappiamo dai racconti degli storici, più o meno vicini al potere del loro tempo, e dall’inevitabile propaganda di cui ogni governo, antico o moderno, si serve.
Va detto che affrontare una guerra era cosa calibrata sulla misura dell’uomo, del suo coraggio e della sua forza, prima ancora che su quella delle armi, e che le battaglie della Prima e della Seconda guerra mondiale sono imparagonabili con quelle dell’antichità greca e romana, del Medioevo o del Rinascimento. Nelle guerre moderne, però, la tecnologia bellica ha profondamente trasformato il ruolo del combattente, rendendo la vita umana assai più vulnerabile di quanto non fosse nei conflitti del passato. In questa prospettiva, la partecipazione a uno scontro del quale quasi certamente si sarà vittima pone la questione su un piano diverso, che mette in discussione la necessità stessa di combattere in un’epoca nella quale il passato avrebbe già dovuto insegnare molto.
Eppure, mai come in questi anni stiamo assistendo a un aumento esponenziale del numero dei conflitti e il mondo appare diviso tra aggressori e aggrediti, in un equilibrio peraltro assai precario. Che la politica estera degli Stati Uniti fosse tradizionalmente improntata a un marcato interventismo militare e all’ossessione per il nemico esterno era cosa nota. Quello che forse non si sarebbe potuto prevedere è che anche l’Unione Europea, pur con modalità e motivazioni differenti, facesse della difesa da presunte minacce esterne e del riarmo il proprio orizzonte politico, fino a subordinare perfino alcune misure di tutela umanitaria alle esigenze della guerra.
È notizia di qualche giorno fa che il Consiglio dell’Unione Europea abbia deciso di prorogare fino al 2028 la protezione temporanea per i profughi ucraini, stabilendo però che, per i nuovi richiedenti, essa sarà concessa soltanto a chi risulti in regola con gli obblighi militari previsti dalla legislazione ucraina. La misura non riguarda coloro che già beneficiano della protezione temporanea, ma nasce dall’intento di conciliare il sostegno ai profughi con l’interesse dell’Europa a consentire all’Ucraina di mantenere la propria capacità di difesa. È una scelta che apre inevitabilmente interrogativi sul rapporto tra tutela dei rifugiati, libertà individuale e doveri imposti dallo Stato.
È ormai noto che i volontari sono in calo e che l’arruolamento, spesso denunciato come arbitrario, viene non di rado ottenuto con la forza e con arresti coercitivi. La barbarie, dunque, non è solo una prerogativa di quei Paesi che ci ostiniamo a considerare lontani dalla nostra “civiltà”. Cosa c’è, infatti, di civile nel costringere un essere umano a indossare una divisa e a imbracciare le armi per uccidere un altro uomo in tutto e per tutto simile a lui, se è vero quanto scriveva Brecht, e cioè che «fra i vinti la povera gente fa sempre la fame e fra i vincitori la povera gente fa la fame lo stesso»?
Tutti gli ordinamenti occidentali proclamano la libertà dell’individuo come un valore fondamentale. Come può chiedersi oggi a quello stesso individuo di sacrificare la propria vita per rispettare decisioni politiche e militari sulle quali non ha alcun controllo? È davvero irragionevole scegliere la fuga di fronte alla violenza, quando questa rappresenta la negazione stessa della vita?
A me non pare folle sottrarsi alla guerra. Mi paiono invece ancora attualissime le parole di Boris Vian:
«Per cui, se servirà del sangue ad ogni costo, andate a dare il vostro, se vi divertirà. Io il mio lo tengo stretto. Non voglio regalarlo. Sono nato per vivere, non per morire.»
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