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Il burnout del guerriero
Alcuni decenni dopo la capitolazione del Giappone, il generale Claude Le Borgne ha scritto che la «guerra è morta a Hiroshima» il 6 agosto 1945, il giorno in cui viene sganciata la prima bomba atomica. Poche settimane prima, il 26 giugno, era stato firmato a San Franscisco da parte di 50 Paesi la Carta delle Nazioni Unite che entrerà in vigore il 24 ottobre dello stesso anno, dopo essere stata ratificata dai cinque membri fondatori (Cina, Francia, Unione Sovietica, Regno Unito e Stati Uniti) e dalla maggioranza degli altri firmatari.
In quella Carta, la Costituzione del mondo post seconda guerra mondiale, è scritto nel Preambolo, a lettere cubitali, che la guerra è un flagello e che ne è vietato l’uso e la minaccia nelle relazioni internazionali (art. 2). E poi che l’unico caso in cui l’uso della forza armata è legalmente ammesso è la legittima difesa individuale e collettiva, a seguito di un attacco armato (articolo 51). Così, ancora stancamente, viene insegnato nelle Scuole e nelle Università della Repubblica ad altrettanto, stanchi di chiacchere, improbabili studenti.
Nella primavera del 2026 si sono incontrati in Sicilia, in una località segreta, nelle campagne vicine alla base NATO di Comiso, tre anziani Signori. Nella prima loro “seduta”, appositamente convocata per esporre preliminarmente le loro convinzioni sulle cause della catastrofica crisi dell’ordine internazionale, vengono loro attribuiti dagli sherpa, che avevano meticolosamente preparato l’incontro. tre nomi di “fantasia”. Il benpensante, il giocatore e l’ayatollah. L’incontro è apparentemente un fallimento, i tre illustri “negoziatori” ripetono, continuamente, come in una cantilena, lo stesso mantra. Niente migliora tutto peggiora, dice il benpensante. Tutto accelera, risponde il giocatore. Ma come, replica il benpensante, non vedi che non ci sono più nemmeno le guerre di una volta, le guerre legali, le guerre giuste. L’unica virtù è la vittoria per annientamento, risponde il giocatore, mentre l’Ayatollah “finge” di essere morto…
Pochi mesi prima, alla fine del 2025, in parallelo alla stesura dellastatunitense National Security Strategy (NSS), il deputato repubblicano Tim Burchett presenta al Congresso il Cartel Marque and Reprisal Authorization Act, una proposta di legge per consentire al presidente Trump di rilasciare “Lettere di Corsa” (Letters of Marque) che autorizzano privati cittadini ad attaccare navi straniere. Uno strumento, utilizzato l’ultima volta nell’800, che consente a civili, mercenari privati, di attaccare, sequestrare e depredare imbarcazioni straniere: una legalizzazione dei “pirati” per condurre guerre commerciali e marittime.
La “retorica” della pirateria è stata sdoganata da The Donald. Nel quadro dell’applicazione pratica della sua dottrina e del controllo delle rotte marittime strategiche (come i blocchi navali e i sequestri di petroliere dirette verso paesi sanzionati come l’Iran o il Venezuela), Trump ha dichiarato pubblicamente: «La Marina degli Stati Uniti sta lavorando come i pirati durante il blocco… Abbiamo preso la nave, abbiamo preso il carico, ci siamo tenuti il petrolio. È un business redditizio». La sicurezza come “business”, il sequestro di risorse (petrolio) e l’uso della forza economica (tariffe e sanzioni aggressive) come opportunità di guadagno diretto per uno Stato, perseguito tramite tattiche corsare e monetizzazione dei sequestri marittimi.
L’analogia con la pirateria dei secoli XVI-XVIII è dichiarata e, con calcolato orgoglio, rivendicata. Anche allora la pirateria non era semplice criminalità disorganizzata, ma uno strumento geopolitico ed economico istituzionalizzato. E la pirateria è tornata ad essere uno strumento di guerra per condurre operazioni d’assalto militarizzato, aggirando vincoli dell’ordinamento internazionale e dei trattati multilaterali. Diritto unilaterale di scardinarli con tariffe, sanzioni, blocchi navali affidati alla governance di strutture (i moderni contractor privati) che combattono con tecnologie digitali, droni e intelligence predittiva e agiscono, al di fuori di ogni principio di legalità e di responsabilità. Come, un tempo, i cacciatori di taglie in alto mare.
Il 16 luglio del 2026 giunge nelle sale di oltre 70 paesi l’ultimo film di Nobert Nolan Ulisse. Un successo di critica, di pubblico, di incassi, circa 250 milioni di dollari, in meno di tre giorni. Nelle stesse ore escalation nel Golfo Persico e in Ucraina, in un alternarsi di battaglie sempre più tecnologiche, di minacce sempre più apocalittiche, di “negoziati senza negoziatori”. Un segno dei tempi.
Oggi la questione non è più se una guerra sia giusta o ingiusta, lecita o illecita, ma se sia realmente una guerra o non lo sia. L’interrogativo, al centro del saggio del 1938 di Carl Scmitt Il concetto discriminatorio di guerra, non ha ancora ricevuto una risposta convincente. Il concetto teologico di nemico assoluto e totale che sempre più permea il nostro immaginario, nelle relazioni internazionali come in quelle private, sta sempre più trasformando il nemico in un mostro disumano che non va solo sconfitto ma annientato. In cui l’ultimo uomo a provare vergogna è l’improbabile Ulisse di Noberl Nolan. È l’epoca delle guerre-non guerre, delle guerre fluide, ove il confine tra guerra e ciò che non lo è, diventa sempre più labile, come “sempre” accade quando a dominare è l’orizzonte manicheo che divide il mondo in buoni e cattivi, alimentando un odio totale, senza fondo, sino in fondo. Il burnout dell’improbabile Ulisse del regista inglese non ci salverà.
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