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Una lettura filosofica della finale dei mondiali di calcio


21 Lug , 2026|
| 2026 | Visioni

Il calcio, si sa, è lo sport del mondo, capace, con le sue suggestioni, di andare ben al di là della pura dimensione ludica e sportiva che pure gli appartiene: sovente, infatti, si è fatto e continua a farsi catalizzatore di storia, cultura e identità per i popoli. Forse esagerando, si potrebbe addirittura dire che il calcio fa parte o, in qualche modo, riesce a smuovere una parte della costituzione materiale di una nazione.

Il Mondiale, in tal senso, incarna la sublimazione di tutto questo discorso. Da quasi un secolo scandisce il costume delle nazioni; hegelianamente, osiamo dire che rappresenta parte della loro «seconda natura». Numerosi potrebbero essere gli esempi a suffragio di una tale tesi: pensiamo soltanto a cosa significhi ancora oggi, per l’Italia, la vittoria del Mondiale del 1982, simbolo anche dello scrollarsi di dosso, da parte di una nazione, dell’orrore del terrorismo.

Ma lasciamo il passato alle terre del passato e soffermiamoci sull’oggi. Ebbene, cosa ci dice la vittoria della Spagna sull’Argentina di domenica? Ci dice che, in tutte le cose, l’agire secondo una propria identità, modellata e portata avanti negli anni, è un fattore di successo, nello sport come nella vita.

Inutile girarci intorno: la Spagna ha vinto perché incarna l’ennesimo – qualcuno potrà dire l’ultimo e definitivo – stadio di una cultura calcistica ben determinata, sviluppata da più di un quarto di secolo, prima nei club – pensiamo soltanto al Barcellona – e poi nella nazionale.

E dunque, cosa ci suggerisce tutto questo? È una lezione che dallo sport, dal calcio, può trapassare nella politica, nelle istituzioni? A nostro giudizio sì. Lungi dal fare azzardati parallelismi, è tuttavia indubbio che, quando si segue una propria via e la si persegue con determinazione, Nike, la dea della Vittoria e del successo, ci arride.

Fuor di metafora, cosa può insegnare la vittoria della Spagna al centrosinistra in Italia, al cosiddetto campo largo? Qui non vogliamo strumentalizzare una vittoria che deve essere innanzitutto, e prima di tutto, perimetrata al campo dello sport – ciò sarebbe sciocco e ingenuo –; nondimeno, come accennato, quella vittoria ci insegna qualcosa, lascia un residuo di senso: nello sport come nella vita, chi persegue le proprie idee, avendo un disegno di coerenza, alla fine vince, lontano dai tatticismi, lontano dai calcoli che possono durare il tempo di una partita o di una campagna elettorale.

Al di là delle suggestioni, forse sbagliate o, come detto, probabilmente troppo azzardate, un senso in ciò che si è detto c’è. E chi vuole capire, capisca.

Di:

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