La Fionda è anche su Telegram.
Clicca qui per entrare e rimanere aggiornato.

Le aporie dell’integrazione al tempo della crisi del liberal-capitalismo


30 Lug , 2026|
| 2026 | Visioni

Esercizi intellettuali che lasciano una sensazione di strano disagio, come fossero, in fondo, attività di un pensiero sterile, movimenti cerebrali che non risolvono un problema che ci soffoca, un girare intorno a prese di posizione della coscienza individuale; sostenere o stigmatizzare posizioni politiche mai pienamente convinte e convincenti, spesso grida che alimentano clientele, o propaganda interna all’anima che appaga e acquieta il nostro personalissimo rapporto con la giustizia, oppure con il timore di un confronto con un dio vendicatore.

Ma soprattutto, c’è da dire, tutto questo affannarsi intorno alla questione dei rapporti con i popoli immigrati non coglie mai il cuore di un fenomeno che non può essere compreso attraverso un pensiero semplice, ma che richiede un’interpretazione complessa e, per tanti versi, scomoda.

Questa è la sensazione che lascia addosso il dibattito intorno al tema dell’immigrazione nel nostro Paese: mai sincero, sempre ambiguo, ma soprattutto confuso.

Le società cambiano, si trasformano e si evolvono; la nostra lo sta facendo con un’intensità e una rapidità senza precedenti rispetto ai normali ritmi della storia. È una trasformazione che investe ogni dimensione della vita collettiva: sociale, politica, civile, ma anche il sistema dei valori, delle credenze e dei riferimenti condivisi.

Ritenere tuttavia, da un lato, che le comunità immigrate in Italia siano responsabili dell’indebolimento della nostra identità nazionale o, dall’altro, che interi popoli possano essere pienamente inclusi nel nostro tessuto sociale, apportandovi nuovi valori e fondendosi armoniosamente con la nostra tradizione, significa cadere, in entrambi i casi, nel medesimo grande equivoco.

Lo spazio vuoto

Una cultura, per potersi percepire a rischio, deve prima sussistere, insistere. Ugualmente e parallelamente, per poter includere e integrare altri popoli, una civiltà deve prosperare e fiorire, essere forte e sicura di sé. Ma la civiltà italiana si sta smarrendo e, in larga misura, si è già smarrita nel processo di autoconsunzione dell’Occidente, cosicché le due opposte reazioni al fenomeno migratorio — quella respingente e impaurita e quella accogliente e inclusiva — risultano entrambe incapaci di una visione limpida, simili ai popoli di una terra semiabbandonata e arida, travolti dall’arrivo di giovani forze di gente affamata.

In altre parole, le cause del nostro annichilimento culturale non possono essere imputate ai popoli immigrati, poiché la nostra civiltà è entrata già da tempo in una fase di declino, per effetto di dinamiche e responsabilità interne. E, paradossalmente, è proprio l’erosione del nostro tessuto simbolico e valoriale a compromettere i processi di integrazione. Una comunità priva di un’identità condivisa, incapace di trasmettere valori, riferimenti e forme di appartenenza, difficilmente può integrare chi arriva. I popoli immigrati finiscono così per inserirsi in uno spazio sociale progressivamente desertificato, nel quale non trovano un patrimonio comune sufficientemente vitale da accoglierli e assimilarli, ma gruppi umani sempre più disuniti. Le diverse tradizioni non si incontrano mai in una sintesi condivisa, bensì si giustappongono in una società multiculturale stratificata, caratterizzata dalla coesistenza di gruppi distinti più che da una reale integrazione.¹

L’interesse del padrone

Appare chiaro, allora, come questa emergenza vada guardata in un quadro più ampio e più complesso. Per farlo occorre capire chi ha avuto e ha ancora oggi interesse a smuovere queste masse di uomini.

La grande e selvaggia cavalcata del capitalismo nella direzione dell’accumulazione compulsiva di ricchezza nasce all’inizio degli anni Settanta e trova una sua formulazione quasi escatologica nelle parole del rapporto della Commissione Trilaterale del 1975², dove, per la prima volta nella storia, spogliatasi di ogni pudore, un’espressione del potere capitalistico teorizzava e formulava per iscritto la necessità di una “diminuzione della democrazia”. Si veniva da decenni di boom economico, in un sistema di confronto con il modello sovietico che, pur allora perdente davanti allo scintillio della propaganda hollywoodiana, aveva tuttavia favorito, in Italia più che altrove, un impianto politico-economico di tipo redistributivo e un mercato del lavoro dove era preponderante la forza della politica e della concertazione sindacale. La “democrazia”, il demone da combattere per la Commissione Trilaterale, significava allora costo del lavoro, sindacati forti, lavoratori responsabilizzati, un popolo istruito, ottimista, unito e impegnato politicamente.

Non è questo il luogo per ripercorrere le tristi vicende e le responsabilità che hanno portato all’annientamento organizzato della politica in Italia e nel resto dell’Occidente; questo breve preambolo si rende tuttavia necessario per inquadrare lo schema sociale in cui si innesta progressivamente il fenomeno migratorio.

Colonie, diritti, crimini sociali e destabilizzazione

Il gioco è semplice: masse di uomini in miseria, che non conoscono nient’altro che lo sfruttamento, vengono spinte dalla guerra e dalla povertà strutturale, tipica dei popoli colonizzati per secoli, in direzione dell’Europa, verso il miraggio di una vita migliore; portano in dote solo il bisogno, il ricatto della fame e della disperazione: gente che accetta qualsiasi tipo di contratto, stipendi da fame, orari di lavoro fuori controllo, nessun diritto, nessuna tutela.

Questo crea concorrenza al ribasso, liquefazione di diritti acquisiti in decenni di lotta politica e povertà. E quando un popolo deve dedicare tutto il proprio tempo al sostentamento, non ha più né spazio né interesse per studiare, pensare, riunirsi, occuparsi dello sviluppo della propria società.

Nel frattempo, agisce incessantemente una propaganda falsamente filantropica che sposta l’asse della politica dai grandi temi sociali, quali il diritto a una vera autonomia delle ex colonie, il diritto alla pace e all’autodeterminazione, ma anche il diritto a non emigrare, mentre si abbandona la patria e il popolo al corso degli eventi e si dirotta il discorso pubblico verso i soli temi civili e interni, tra i quali il diritto all’accoglienza e all’integrazione, scaricando qualsiasi tensione sociale verso il basso.

Guardando l’Italia e, più in generale, l’Europa di oggi, a pochi decenni dall’inizio del processo di immigrazione massiva, le cause che hanno condotto il nostro Paese e gran parte dell’Europa alla grave situazione attuale sono molteplici.

I popoli europei, e quello italiano in particolare, hanno subito trasformazioni profonde su diversi fronti; tuttavia, lo spostamento di masse di persone provenienti da contesti più poveri verso l’Occidente ne è una componente significativa.

Siamo passati dal vivere in una società animata da un vivace fermento politico e intellettuale a un ecosistema sociale apparentemente neutro, che non tenta neanche più di elaborare risposte di carattere collettivo ai problemi del presente. Un ambiente che appare pacificato, ma che in realtà è rigidamente controllato: una vittoria culturale del neoliberismo talmente pervasiva da rendere quasi impensabile persino la formazione di una coscienza critica di tipo eretico-socialista. In questo contesto, i diritti dei lavoratori si sono progressivamente erosi, i salari hanno perso potere d’acquisto fino a ridursi, per molti, a livelli di mera sussistenza, mentre una parte crescente della ricchezza delle famiglie, accumulata in decenni, si è concentrata nelle mani di un numero sempre più ristretto di individui già ricchi.

Il teatro delle frontiere

Perciò, in un Paese non più unito e che spesso risulta essere soltanto un insieme sempre più frammentato di singoli individui³, disgregato nella propria forza produttiva, rarefatto sul piano socio-culturale e dove l’unica forma di integrazione rimasta è il lavoro, il processo di giustapposizione di culture differenti genera inevitabili tensioni sociali, un senso diffuso di insicurezza e la percezione di una minaccia alla propria identità.

A questa tavola apparecchiata dal grande capitale, anche i guitti del teatro politico riescono a nutrirsi. Terzomondisti improvvisati e dispensatori di sentenze sociologiche e sentimentali si spendono in un panimmigratismo funzionale a un potere che riserva loro persino seggi al Parlamento europeo, mentre gruppi politici necrofagi, che, come sciacalli, si avventano sui resti di carneficine sociali, trovano spesso in esse l’unico nutrimento delle ragioni della loro stessa esistenza.

Il pudore morale confina il dibattito entro i limiti della questione dell’immigrazione irregolare, fino a invocare la cosiddetta “remigrazione”, quando risulta intimamente evidente che gli irregolari sono solo un sottoprodotto, lo scarto di un processo economico: una quota minima, ricattabile, sacrificabile e, all’occorrenza, persino riciclabile all’interno di un sistema ormai stabilizzato e difficilmente reversibile nel breve periodo.

Ma tutto questo è soltanto teatro. Il sistema continuerà a domandare manodopera schiavile, e in quantità sempre maggiori, alimentando un esercito di lavoratori precari e disoccupati, una forza lavoro di riserva pronta a sostituire chiunque rifiuti condizioni di sfruttamento e non accetti il ricatto occupazionale.

Come da copione, tutte le forze politiche che si richiamano alla tradizione della destra, oggi affiancate da generali di Divisione entrati in politica, sembrano ormai relegate in un vicolo cieco. Da un lato rispondono alle istanze del capitale, di cui tutelano ontologicamente gli interessi; dall’altro cercano di intercettare il malessere del segmento più radicale e truculento del corpo sociale, di cui si propongono storicamente come interpreti, in una contraddizione che diventa l’esplicitazione plastica del declino irreversibile del sistema neoliberale dell’intero Occidente.

Parallelamente, comandanti di navi ONG e, con essi, tutte le forze politiche che, a parole, si richiamano alla tradizione della sinistra rappresentano, pur nell’apparente contrapposizione, espressioni del medesimo assetto economico, la cui sopravvivenza necessita strutturalmente di un costante afflusso di manodopera migrante.

Già nel marzo del 2011 Massimo D’Alema⁴ dichiarava che l’Europa avrebbe avuto bisogno di trenta milioni di lavoratori immigrati entro il 2026, una cifra che non si è rivelata poi lontana dagli sviluppi successivi.

Il ruolo dell’Italia

Pensare oggi l’Occidente come uno spazio multiculturale, ossia perseguire una moltiplicazione delle differenze culturali, significa concepirlo come un luogo di definitiva alienazione. Immaginarlo, in prospettiva, come un punto d’incontro tra culture, un plasma nel quale l’unica identità realmente riconosciuta sia quella liberista, angloamericana e anglofona, e l’unico elemento unificante sia il consumo, significherà presto riscoprire quanto affermava Pasolini: «La tolleranza dell’ideologia edonistica voluta dal nuovo potere è la peggiore delle repressioni della storia umana».⁵ Una società fondata, per volontà del potere capitalistico, su ciò che è effimero anziché sostanziale finisce inevitabilmente per diventare una società priva di autentici riferimenti, incapace di offrire niente se non il ricordo di una ricchezza ormai passata.

L’equivoco richiamato in apertura riguarda dunque la reale forza della cultura occidentale e la sua capacità di assorbire gli urti che l’attuale sistema impone.

L’Italia, tuttavia, non coincide con l’Occidente. Ne fa miseramente parte, ma la civiltà italiana non può essere ridotta a quella occidentale nel suo complesso.

Storicamente, l’Italia ha svolto un ruolo primario e trainante nell’elaborazione e nella diffusione di idee e visioni di portata universale; il pensiero, l’arte e la scienza italiani hanno esercitato, e continuano a esercitare, un ruolo di significato globale.

Negli ultimi decenni, il sistema che ha progressivamente condotto l’Occidente verso una liquefazione degli Stati nazionali all’interno di un assetto europeo germanocentrico e orientato principalmente alle logiche del capitale finanziario è riuscito a diffondere tra gli italiani la convinzione di essere semplici comparse nella storia del mondo: un Paese marginale, privo di una funzione storica rilevante, appartenente a una cultura ritenuta secondaria rispetto alla magnifica e progressiva superiorità di un modello europeo sempre più germanizzato.⁶

In questo quadro assume particolare rilievo la riflessione di Emmanuel Todd, espressa nel corso di una conferenza presso l’Università di Hiroshima, nel 2025, secondo cui l’Italia sarebbe «il Paese europeo meno a rischio di nichilismo».⁷ Secondo questa interpretazione, l’arte, altrove mortificata da fenomeni iconoclastici, conserva in Italia una funzione essenziale nella tutela della civiltà nazionale, fungendo da tramite tra la bellezza del creato e la società umana.

In una prospettiva necessariamente laica, tale visione può tradursi nella presa di coscienza, da parte del popolo italiano, del proprio ruolo nella storia del mondo e accompagnare un lavoro intellettuale di riconsiderazione dei diritti dei popoli e delle relazioni internazionali, in una discussione sulla natura della nostra civiltà e sulla sua compatibilità con il sistema neoliberale nel quale è stata progressivamente precipitata per effetto di interessi esterni.

L’Italia dispone ancora degli strumenti necessari per recuperare la propria identità culturale, la capacità creativa e il proprio ruolo storico. L’Italia può tornare a esercitare un’autonoma visione della politica, dell’economia e del destino collettivo.

Questa non solo è l’unica via realisticamente percorribile e ipotizzabile per una gestione equa del fenomeno migratorio, ma è anche la via, proprio perché fondata sul recupero di una solida identità culturale, più accogliente e più morale possibile.

Fonti e note

¹ Cfr. Giovanni Sartori, Pluralismo, multiculturalismo e estranei, BUR, 2002.

² Michel Crozier, Samuel P. Huntington, Joji Watanuki, The Crisis of Democracy. Report on the Governability of Democracies to the Trilateral Commission, 1975.

³ Cfr. Vincenzo Costa, Populismo senza popolo, Armando Editore, 2025.

http://www.massimodalema.it/doc/17528/immigrati-dalema-lampedusa-lunico-responsabile-e-il-governo-senza-lavoro-immigrati-non-pagheremmo-piu-le-pensioni.htm

⁵ Pier Paolo Pasolini, Acculturazione e acculturazione, 9 dicembre 1973, pubblicato sul Corriere della Sera con il titolo Sfida ai dirigenti della televisione.

⁶ Cfr. Gabriele Guzzi, Eurosuicidio, Fazi, 2025.

⁷ Emmanuel Todd, conferenza presso l’Università di Hiroshima (cfr. https://krisis.info/it/2025/11/temi/nichilismo/todd-perche-litalia-e-il-paese-europeo-meno-a-rischio-di-nichilismo/).

Di:

La Fionda è una rivista di battaglia politico-culturale che non ha alle spalle finanziatori di alcun tipo. I pensieri espressi nelle pagine del cartaceo, sul blog online e sui nostri social sono il frutto di un dibattito interno aperto, libero e autonomo. Aprendo il sito de La Fionda non sarai mai tempestato di pubblicità e pop up invasivi, a tutto beneficio dei nostri lettori. Se apprezzi il nostro lavoro e vuoi aiutarci a crescere e migliorare, sia a livello di contenuti che di iniziative, hai la possibilità di cliccare qui di seguito e offrirci un contributo. Un grazie enorme da tutta la redazione!