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Bologna 1980: la lunga ombra della strategia della tensione
Quest’anno si celebra il quarantaseiesimo anniversario della strage di Bologna, con la consueta manifestazione nel capoluogo emiliano in ricordo delle vittime di quella giornata nefasta, non solo per la città ma per l’Italia intera. Quel 2 agosto ha infatti condizionato irrimediabilmente il futuro della Repubblica. Tra gli studi dedicati alla strategia della tensione, il più recente è quello di Miguel Gotor, L’omicidio di Piersanti Mattarella. L’Italia nel mirino: Palermo, Ustica, Bologna (1979-1980). L’autore coglie il pretesto dell’indagine sull’omicidio del 6 gennaio 1980 per allargare lo sguardo storico a un’intera stagione in cui l’anti-Stato, lo Stato parallelo, ha tramato per ipotecare i destini del Paese. All’omicidio Mattarella, Gotor collega le stragi di Ustica e di Bologna. Attorno ai tre episodi si muovono gli stessi protagonisti: gruppi neofascisti, loggia massonica P2, servizi segreti italiani, che l’autore rifiuta di definire deviati perché a tramare erano vertici importanti di tali apparati, forze della Nato, politici e petrolieri statunitensi interessati a impedire che in Italia si ventilasse l’ipotesi di un approdo del Pci al governo, mafia e politici italiani che si distribuivano tra circoli mafiosi e piduisti. Dalla narrazione di Gotor emerge una palude melmosa che tirava le fila della politica interna ed estera italiana e che difficilmente consente di considerare il nostro un Paese sovrano. Sebbene non si sia mai arrivati a un regime militare come in Cile o in Grecia, l’azione dello Stato parallelo, rappresentato dai soggetti elencati, alternò tentativi di golpe a una strategia stragista. Se i primi erano lo specchietto per le allodole, che poteva illudere dell’esistenza di un regime democratico dotato degli anticorpi necessari a respingere gli attacchi alla democrazia, la seconda andò invece a segno. Il 1980 rappresenta la ripresa di quella strategia stragista che aveva caratterizzato la storia italiana tra il 1969 e il 1974 e che aveva come obiettivo lo scivolamento del Paese verso un assetto ostile alle ragioni della democrazia costituzionale di massa.
Tornando alla tesi che trapela dalla ricostruzione di Gotor, se consideriamo che un ventennio della storia italiana è stato caratterizzato dalla figura di un membro della P2, più volte presidente del Consiglio, e che l’obiettivo di scongiurare l’ipotesi di un accesso al governo del Partito comunista italiano si è concretizzato con la dissoluzione dello stesso partito e dell’alternativa comunista in Italia, possiamo allora affermare che l’esito della stagione stragista non si è concluso con la vittoria e il consolidamento della democrazia, ma con quella dei protagonisti della strategia della tensione.
La vicenda italiana va inquadrata in quella globale che ha visto, a livello internazionale, il profilarsi di quella che è stata chiamata la rivolta delle élite, culminata con il trionfo dei principi neoliberali e del capitalismo più sfrenato. Ma se negli Stati Uniti e nei Paesi del Nord Europa, come ricostruiscono sia Marco D’Eramo (Dominio. La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi) sia i francesi Pierre Dardot e Christian Laval (La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista), si è proceduto attraverso una rivoluzione silenziosa, con l’occupazione lenta e inesorabile dei gangli deputati alla costruzione dell’egemonia da parte delle élite, nel caso italiano è stato necessario tessere una trama eversiva, occulta ai più. In ciò viene confermata l’anomalia italica, che vede l’affermarsi della borghesia capitalista attraverso metodi non democratici. Era già successo all’indomani della fine della Prima guerra mondiale, come ha lumeggiato con dovizia di argomentazioni Clara Mattei (Operazione austerità. Come gli economisti hanno aperto la strada al fascismo), mettendo a confronto i casi inglese e italiano. In una fase in cui sembrava implodere l’opzione capitalista, la borghesia reagì in modi diversi a seconda dei Paesi. Se in Inghilterra il capitalismo poté riaffermarsi senza un esercizio esplicito della violenza, ma attraverso politiche di austerità tese ad affamare la popolazione per stemperarne gli impeti rivoluzionari, in una democrazia liberale giovane e immatura come quella italiana si dovette ricorrere alla carta dell’autoritarismo fascista. Analogamente, una volta che il fascismo fu sconfitto e reso illegale, si ricorse alle trame occulte per interrompere una stagione di compromesso tra capitale e lavoro che avrebbe potuto culminare con l’accesso del Partito comunista alle stanze del potere. In questa ottica va vista l’eversione atlantica nel nostro Paese a sovranità limitata (richiamo il titolo di un libro del 1991 di Gianni e Antonio Cipriani, Sovranità limitata. Storia dell’eversione atlantica in Italia, la cui tesi viene confermata dalla ricostruzione di Gotor).
L’Italia non rappresenta un’anomalia nel panorama internazionale, che ha visto negli ultimi quarant’anni il trionfo delle logiche neoliberali e il conseguente spostamento della politica dei Paesi a capitalismo avanzato in senso tecnocratico e post-democratico. Ma le modalità con cui tali logiche si sono affermate collocano il nostro Paese non tanto tra i regimi liberali del Nord Europa, quanto in quella fascia di Paesi mediterranei che va dalla Grecia alla Spagna e che, in quel torno di anni del Novecento, viveva esperienze dittatoriali (l’auspicio di Junio Valerio Borghese di sterminare i comunisti italiani richiama il “metodo Giacarta” usato dagli Stati Uniti in Indonesia e in Sud America). La strategia della tensione è servita a raggiungere determinati risultati senza mutare la forma democratica del Paese. Ma se la forma è rimasta immutata, la sostanza è cambiata notevolmente. Non è un caso che gli eredi del neofascismo italiano siano stati sdoganati politicamente da un aderente alla loggia P2 e che siano oggi al governo. Non è un caso che il rapporto del 1975 della Commissione Trilaterale si sia pienamente dispiegato, nei due tornanti storici del 1978 e del biennio 1992-1993, sotto forma di vincolo esterno liberal-tecnocratico, con la complicità dei post-comunisti e dei post-democristiani. Sono i due volti del nuovo autoritarismo, tecnocratico, emergenzialista o postfascista che sia, avverso alle ragioni del lavoro e della piena partecipazione democratica, che sfocia nei diversi tentativi di modifica diretta o indiretta dell’impianto costituzionale e che, negli auspici dell’attuale Governo, dovrebbe culminare con il mutamento della forma di governo da parlamentare a presidenziale.
Insomma, il progetto di rivoluzione passiva, fondato sulla progressiva neutralizzazione delle masse e sulla svalorizzazione della democrazia sociale – eterno obiettivo dell’autoritarismo di matrice fascista – non viene meno. Ricordare Bologna 1980 significa anche prendere consapevolezza di questi pericoli, per provare a rilanciare la difesa del Paese all’insegna di un autentico antifascismo e di una piena sovranità democratica.
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