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Il banchetto di Circe. La cronaca nera e l’animalesca perversione della cultura politica italiana
A meno che anche le vostre orecchie non siano state riempite di cera come quelle degli hetairoi omerici, sarete a conoscenza del fatto che in questi giorni ad occupare le sale c’è Odyssey di C. Nolan. Tra le molte immagini che il regista ha voluto restituire all’epica omerica, ce ne sono alcune che meritano di essere trattenute, ma solo una o due rimangono impresse negli occhi in virtù della loro vivida presa sull’immaginario. Tra queste, l’interpretazione nolaniana del banchetto dei compagni di Odisseo nella casa Circe. Invece che rappresentare un sortilegio da strega, o l’effetto di qualche magica pozione, il regista inglese sceglie di mostrare una Circe quasi demiurgica, intenta a plasmare con le proprie mani la trasformazione degli uomini in animali. Un espediente certamente ben riuscito, capace di catturare la sensibilità della maga verso l’intrinseca bestialità dei suoi uomini. Circe, infatti, non violenta la natura dei compagni di Odisseo: si limita ad assecondarla. Il banchetto è imbandito, il vino dolce; così la metamorfosi assume la forma di uno sviluppo spontaneo, quasi inevitabile, con la maga che non trasforma i marinai, ma, piuttosto, li rivela. Poco dopo, infatti, spiega allo stesso Odisseo, accordo in aiuto, che la ferocia che ha contraddistinto i suoi uomini in battaglia non è frutto del suo comando o della disciplina: la bestialità era intrinseca, desiderosa di emergere alla prima occasione. E, infatti, nessuno viene davvero trasformato contro la propria volontà: il porcile è soltanto la forma finalmente adeguata di un desiderio che già grufolava. Se l’epos della cultura greca ci affascina dopo millenni è perché le sue scene descrivono ancora con esattezza quasi clinica lo stato presente: ad esempio, lo stato della cultura politica degli italiani. Un Paese il cui popolo si è seduto da tempo al banchetto di Circe e che, con encomiabile puntualità, continua a chiedere il bis. Per comprendere la nostra mutazione rimane una sola domanda: qual è il nostro mangime?
Sin dall’alba della contemporaneità, un grosso aiuto a capire chi siamo viene dai media: basta accendere il televisore o scrollare il feed. Da mesi, persino con maggiore enfasi rispetto al passato, l’Italia e gli italiani hanno il talento di dividersi su quella che può essere considerata la sbobba dell’informazione. Nell’ordine: un gioielliere che spara a dei rapinatori; una coppia di genitori barcollanti tra la sanità e l’insanità mentale che decide di crescere i figli nel bosco, l’ennesimo caso di violenza consumato tra le mura domestiche, sino a risalire allo zenit dell’irrilevanza: Garlasco. Il feuilleton giudiziario capace di distogliere venti milioni di teste da qualsiasi altra cosa stia accadendo nel resto del mondo. Mondo in cui, nel frattempo, per l’appunto, accadono parecchie cose. Le guerre che stanno ridisegnando l’ordine mondiale sono state derubricate a rumore di fondo, buone al più per un trafiletto tra un’intercettazione e una perizia, tra un commento di un sedicente opinionista e un comunicato della procura della sperduta provincia. Intanto, mentre scrivo, si è aperta l’offerta con cui Poste – già salita al controllo di TIM dopo aver rilevato le quote di Cassa depositi e prestiti e di Vivendi – punta a rilevarne per intero ciò che resta e a ritirarla dalla Borsa: l’atto conclusivo della parabola dell’ex monopolista pubblico delle telecomunicazioni, il gioiello industriale che la stagione delle privatizzazioni ha prima consegnato ai capitani coraggiosi, poi caricato di debiti, quindi smembrato della sua rete – finita al fondo americano KKR – e infine restituito, esausto, a un perimetro solo in apparenza parastatale. In apparenza, perché l’operazione che sembra riportare TIM in mano pubblica fa in realtà l’esatto contrario: per finanziarla lo Stato vende un altro bel 14% di Poste, scendendo dal 64% al 50%+ un’azione, con i grandi fondi globali – BlackRock, Vanguard, State Street – che convertendo le loro vecchie azioni TIM in titoli Poste arriveranno a pesare circa il 18% del nuovo colosso. Trent’anni di svendita si chiudono così, con lo Stato che indietreggia mentre la retorica del campione nazionale copre l’ingresso di Larry Fink nel cuore del risparmio postale, dei pagamenti e dell’identità digitale di una delle prime economia del mondo (almeno per ora). Trent’anni di svendita del patrimonio industriale pubblico si chiudono così, nell’indifferenza generale: non un talk show, non una piazza, non un moto d’indignazione, a stento una notizia. Ventiquattro ore di dibattito sui residui delle unghie di un indagato valgono più dell’intera politica industriale della Repubblica e delle dirimenti conseguenze per il bilancio pubblico e per lo Stato sociale nei prossimi anni.
Il grave problema che tutti noi affrontiamo è che la lettura più comoda di questa asimmetria è anche la più sbagliata: l’idea della manipolazione mediatica, distrazione di massa, o il vecchio e sempre verde panem et circenses. È un’interpretazione consolatoria perché presuppone una vittima: un popolo buono, sano, a cui qualcuno – i media, il potere, l’editore, l’algoritmo ecc. – somministra un veleno. In primis, questa visione dimentica che ogni vittima è in un rapporto di potere e che ogni rapporto di potere produce, a lungo andare, godimento tanto per il carnefice quanto per la vittima. Meno psicoanaliticamente, la verità assai meno accettabile è che la domanda precede e soverchia l’offerta. Questa informazione è desiderata, prima di tutto, da noi (un plurale maiestatis pruriginoso). La politica, in questo, ha imposto davvero poco. In queste ore ha chiuso i battenti uno dei grandi progetti comunicativi del potere italiano: Striscia la Notizia. Dall’idea di un giornalismo innocuo, che sceglie i suoi bersagli per resa comica e non per rilevanza; dal conflitto orizzontale innescate a “tapirate” contro il vicino antipatico, il vigile fannullone, il truffatore da poco o il VIP che si rovina con le sue mani; sino alla dissacrazione delle istituzioni e dei suoi membri, Striscia è stato davvero un esperimento riuscito di depoliticizzazione condotto dall’alto. La sua retorica repubblico-revanscista nei confronti della politica, descritta come un teatrino (o bagaglino) di cialtroni ha assestato, nel lungo post Mani Pulite, il colpo decisivo alle legittimità e al valore della res pubblica aprendo la strada all’egemonia berlusconiana e poi alle varie ondate di cd. populismo. Ma, nel caso del feticcio della cronaca, il mondo mediale, da venditore scrupoloso, si è limitato ad adattarsi, imparando a insistere (giustamente) sulle modalità che il pubblico premia. Ed i politici – ormai degli influencer meno abili soggetti, per incapacità, al drafting legislativo dei lobbisti – si sono adattati anche loro. Così il question time si è fatto salotto criminologico, i leader commentano le perizie come un tempo commentavano i trattati e, addirittura, si tenta di persuadere un popolo che va a votare per un referendum costituzionale che con una certa riforma «non si avranno più casi come quello di Garlasco» (telefonare a Giorgia Meloni per chiarimenti). Anche in questo caso, essi non sono i colpevoli: semplicemente hanno capito – loro sì – dove abita il desiderio dell’elettore. I decreti sicurezza intitolati alle vittime, le fattispecie penali coniate a caldo sull’onda del caso di giornata, le passerelle ministeriali sui luoghi del delitto non sono incidenti di percorso: sono la forma matura di una rappresentanza che ha smesso di mediare interessi, di articolare i corpi interni al soggetto collettivo, per limitarsi a rispecchiare pulsioni. Credevamo si legiferasse per costruire ordinamenti e disciplinare la condotta tra individui; oggi, in realtà, si legifera per congedare emozioni: così muore la Politica, machiavellicamente intesa.
Eppure, come noto, la storia insegna, ma ha non ha scolari. L’anniversario della morte di un grande maestro e studioso di cultura politica come Mario Caciagli offre però un momento di pericolosa riflessione. Ancora negli anni Dieci, il politologo toscano era uno dei pochi capace di colmare il divario fra la ricerca politologica sulla cultura politica e il discorso pubblico, anche grazie ai suoi numerosi interventi sulla carta stampata. Sedici anni fa, Caciagli pubblicava un libretto tanto agile quanto impietoso: Fra Arlecchino e Pulcinella. La cultura politica degli italiani nell’Età di Berlusconi (2010). In breve, Arlecchino, con il suo abito di brandelli, incarnava la frammentazione territoriale delle nostre culture politiche; Pulcinella ne incarnava la deriva: la maschera era l’effige dell’italiano che «disattendendo le regole e cercando soltanto il proprio tornaconto, crede di essere “furbo”», salvo poi finire regolarmente gabbato da padroni che apprendono, di stagione in stagione, tecniche sempre nuove di asservimento. Il suo portato principale può essere riassunto nell’importanza della “serietà”. Con un libro agile, divertente, Caciagli voleva invitare gli italiani a smettere di essere maschere di carnevale ridicole e patetiche (in veneziano o in napoletano, ossia da nord a sud, poco importa) e a trasformarsi dopo quasi due secoli d’Italia in cittadini piuttosto che restare abitanti di uno stato. La soluzione era sempre la stessa, ossia quella dettata dai suoi studi sulla fase più fulgida della cultura politica rossa toscana: partecipare, essere coinvolti, studiare privatamente i temi e i dossier dello stato e discuterli nelle sedi; trovare un noi; comprendere che lo Stato non è qualcosa che ti disciplina (non solo), ma qualcosa che ti appartiene, da preservare e curare. Il finale del libro dava un segnale di speranza, ma era anche un avvertimento sui pericoli della deriva di un processo in corso, avviatosi a partire, naturalmente, dalla bulimia giustizialista di Mani Pulite. Una situazione critica, dunque, sebbene non ancora un certificato di morte. La diagnosi di Caciagli era vera ai tempi del berlusconismo. A noi oggi la fortuna di contemplare quella decadenza, la versione peggiorata e, soprattutto, ormai assimilata: la furbizia pretesa non ha più bisogno del suo interprete carismatico, non è più uno stile imposto dall’alto che si può imputare a un uomo e alle sue televisioni. Il pulcinellismo e l’arlecchinismo sono stati interiorizzati e divenuti struttura di personalità. Il metabolizzare la furbizia come unica grammatica del rapporto con lo Stato e con la Legge ha contribuito, alla lunga, alla normalizzazione di una struttura precisa: il cittadino perverso (e sadico). Questo passaggio merita di essere scandito, perché segna la distanza tra la diagnosi di allora e la condizione di oggi. Il Pulcinella di Caciagli era considerato come artefatto, come una tattica: disattende la regola per un vantaggio, ma nel farlo la riconosce – inevitabilmente. Persino il furbo classico, insomma, resta un soggetto della Legge – sia pure un soggetto “infedele”; sapeva che cosa stava aggirando, e, per questo, pretendeva da parte degli altri il rispetto della Legge e delle convenzioni – pena il venir meno del suo stesso vantaggio. Tuttavia, il suo erede, l’italiano odierno, ha compiuto il passo ulteriore: ha smesso di aggirare la norma per un tornaconto e ha cominciato a godere direttamente della sua sospensione. Non chiede più solo di farla franca; chiede lo spettacolo permanente di una Legge che inciampa come manifesto della sua insensatezza. La furbizia, da mezzo, si è fatta fine e, in questo, ha cambiato statuto psichico: nella perversione la furbizia politicamente amorale non è più calcolo, ma godimento.
Perverso, come abbiamo già avuto modo di spiegare, in senso strutturale e non moralistico. Senza addentrarci sulla trasformazione della struttura perversa operata da Lacan rispetto alla tradizione freudiana, per i nostri scopi è importante capire il rapporto scopico che alimenta il feticcio della cronaca per il cittadino perverso. In breve, il perverso si presta a diventare inevitabilmente voyeur dell’orrore e del fallimento della Legge che detesta perché non cerca semplicemente di vedere: egli cerca nel campo visivo ciò che non può vedersi, lo sguardo (le regard) come oggetto caduto – vuole vedere la mancanza. Nel Seminario XI Lacan spiega perfettamente come ciò che il voyeur spia dietro la persiana non è il corpo esposto ma il punto in cui la scena si sottrae; simmetricamente, il suo godimento culmina nel momento in cui viene scoperto a guardare, cioè quando lo sguardo dell’Altro lo riduce a oggetto: questo è il suo vero intento. Il voyeur perverso si fa oggetto, si de-umanizza (e depoliticizza) per permettere l’apparizione dello sguardo nel campo dell’Altro: restituisce all’Altro lo sguardo come oggetto di godimento, occupando lui la posizione di objet petit a – oggetto del desiderio. Questa complessa relazione con il simbolico della Legge mostra come il perverso contemporaneo abbia, in qualche modo, un certo desiderio di partecipazione attraverso la contesa politica: ma questa partecipazione è ormai declinata solo come occasione e modalità di godimento privato. Privato della capacità di astrazione intellettuale dall’impero dell’immagine e del video, così come di mediazione delle situazioni complesse grazie a quarant’anni di demolizione dei corpi intermedi, del pensiero critico e incattivito della instabilità della sua esistenza, il perverso si animalizza nel suo rintanarsi nella cronaca nera: il suo rapporto con la complessità della Legge e del Politico viene così mediato in maniera soddisfacente da aneddoti di devastazione del corpo (vissuto) capaci di mantenere una sorta di legame sociale alimentato dai brividi d’interesse dello splatter. Da quel materiale si estraggono poi i dilemmi dicotomici scadenti su cui monetizzano gli sciacalli di questa mutazione psichica: legittima difesa o monopolio statale della forza; autonomia educativa o tutela dei minori; mostro o martire; colpevolista o innocentista ecc. Dilemmi perfetti per il pressapochismo irragionevole del perverso devoto al suo feticcio sotto forma di podcast true-crime, perché non richiedono conoscenza, non comportano conseguenza e garantiscono a chiunque una posizione su cui inveire.
Così, per tutti, la contesa politica è ridotta a degustazione: si assaggia un caso, ci si accapiglia, si passa al successivo. Un’ultima conseguenza è, naturalmente, il sadismo: in tale regime tutto ciò che non sanguina, che non è legato al brivido dell’istinto di morte, è derubricato a noia. La riforma fiscale è noia; il contratto collettivo è noia; la cessione di un asset strategico è noia mortale: la difficoltà, così come la sofferenza, per meritare attenzione, deve darsi in forma di corpo straziato. Il dolore altrui diventa così intrattenimento serale, mentre la complessità su ciò che è vivo ma non sensibile un difetto di sceneggiatura. La trasformazione del sistema di broadcasting ha permesso, infine, anche il ricorso ad una lingua cucita su misura. Questo è, ovviamente, il linguaggio della fine delle ideologie, della fine dei conflitti, del “loro”; ma, soprattutto, del suo gemello più giovane, lo “psicologhese”: una neolingua nata sul DSM dei positivisti e diffusasi su Instagram. Un dizionario fatta di narcisisti, tossici, borderline, schizotipici, attaccamento ansioso/evitante, red flag ecc.: un capolavoro linguistico atto a oscurare ogni causa strutturale, ogni conflitto, ogni rapporto di potere. Dove c’era una questione sociale ora c’è un profilo psicologico; dove c’era il conflitto di classe dovuto alle condizioni materiali (banalmente tra chi legge questo articolo da un lettino in prima fila e chi da una stanza senza aria condizionata), un trauma; dove c’era la politica, ora c’è, purtroppo, una diagnosi operata da un presunto divulgatore, più spesso un/a giovane psicologo/a – categoria di tecnici che il nostro sistema universitario ha deciso di produrre in quantità industriale – in quindici secondi di reel. Una lingua che permette di parlare ininterrottamente di violenza senza nominare mai una sola delle sue condizioni, così da poter parlare di tutto senza dover rispondere di niente. È qui, probabilmente, che la scena di Nolan smette di essere suggestione cinematografica. La perversione agisce esattamente come Circe: plasma manualmente, ma silentemente, gli uomini in animali mentre sono nel pieno della loro bestialità. Non li corrompe: li coglie nell’atto, dà forma stabile a ciò che già stavano facendo, come un meccanismo di feedback positivo si alimenta della sua stessa reiterazione. La cronaca nera, gli scomparsi, i fatti di morte così morbosamente inseguiti, incarnano alla perfezione il famelico bisogno del perverso voyeurista: ogni caso è un banchetto; ogni banchetto una metamorfosi. Così, ad ogni metamorfosi il ritorno alla posizione eretta e al logos si fa un po’ più improbabile. Il true crime come genere nazionale non è il sintomo di una società che ha paura del crimine – come qualche giustapposizione incompetente rivendica (telefonare alla popolare Rivista Studio): è il rituale di una società a cui è rimasto solo quel tipo di crimine per potersi dire qualcosa. In questo modo, i suoi appuntamenti hanno assunto la cadenza e la funzione che furono della liturgia: il caso del giorno come vangelo festivo e prima notizia; l’opinionista come officiante, la requisitoria social come comunione dei fedeli. La secolarizzazione, mi sembra evidente, non ha abolito il bisogno di rito: lo ha soltanto trasferito in (un giorno in) procura.
Tutte queste posizioni, per quanto rumorosamente contrapposte dai loro alfieri, sono sintomo di una struttura perversa perché accomunate da una medesima aspirazione: l’abdicazione alla Legge (del singolo e dello stato). È la lezione che la psicoanalisi non si stanca di ripeterci: il perverso non ignora la norma per utilità; la conosce benissimo e la sfida per desiderio di oltraggio; semplicemente non la assume perché ne fa strumento di godimento. È il meccanismo del diniego (Verleugnung) opposto alla vecchia sana rimozione (Verdrängung) nevrotica: so bene che esiste un ordinamento con le sue strutture. Eppure, voglio che questo non conti, perché innaturale: il processo vero è quello che si celebra in piazza e in prima serata, in maniera animalesca, o, meglio, “naturale” e la verità (che non esiste) non deve mai coincidere con la sentenza. La postura del Politico rispetto agli uomini, ossia il diritto, viene negato. I casi di cronaca affascinano un paese perverso precisamente perché rappresentano il fallimento del simbolico, l’inciampo della Legge – il grande sogno del vecchio semplice furbo. Non a caso, la proposta che immancabilmente se ne ricava consiste o in un superamento della norma — più castrazione chimica, più arresti, più pistole nei cassetti per legittima difesa contro uno stato che non ci tutela — o nell’eccezionalità del caso, che sospende ogni regola generale: in entrambe le versioni si tratta di una sottrazione dello spazio dello Stato. Ogni podcast crime è un piccolo referendum contro la mediazione giuridica; ogni show che ricostruisce vicende giudiziarie sordide è un tribunale speciale che si deve insediare sulle rovine di quello ordinario.
Le conseguenze sono davanti agli occhi. Fin quando l’interesse dei cittadini sarà rivolto a questo squallore, fin quando sarà possibile distogliere venti milioni di teste verso Garlasco, incantare la maggioranza con la cronaca di un caso perché «poteva essere mia figlia/o», la nostra migliore opzioni sarà l’inefficacia del ribellismo da piazza degli ultimi vent’anni: indignazione, protesta, nessuna articolazione. La sequenza è quella arcinota – i girotondi, i vaffa-day, i forconi, le piazze che si riempiono in un pomeriggio e si svuotano in una notte senza lasciare dietro di sé un’organizzazione, una rivendicazione, un ceto dirigente. Non è sfortuna: è fisiologia della cultura politica italiana. Dove il discorso, il legame sociale sostenuto dalla parola, è consumo privato di godimento, anche la protesta non può che essere che consumo, più intenso e più rumoroso, ma ugualmente solubile. In breve, dove ci sono perversi, non può esserci politica democratica – mentre invece l’arbitrio dell’autoritarismo dei ricchi si trova nel suo elemento naturale. Il ciclo è ormai collaudato: il perverso si gode il suo feticcio odierno e, così facendo, spoglia un altro po’ la crosta dello Stato – sottrae una issue alla Legge per affidarla alla consuetudine, al senso comune, al modo naturale, non mediato da quell’artificio assolutista che è la Politica ed il suo Stato. E qui sta la banalità che nessuna diretta da tribunale racconterà mai: mentre quella «poteva essere tua figlia/o», questo è già il tuo Stato, i tuoi concittadini, il tuo welfare: si sceglie di poter piangere per una possibilità e si resta muti davanti a un fatto compiuto.
C’è, infine, un’ultima conseguenza: essa è la più grave ed il motivo per per cui questa configurazione è politicamente sterile. Il perverso non può creare legami orizzontali, dunque politico democratici (né di altro tipo). Il legame di classe, il legame di gruppo, persino il vecchio legame di categoria gli sono strutturalmente preclusi. Un legame sociale di qualsiasi natura è sempre una costruzione: il perverso è troppo impegnato a disprezzare l’assunzione di responsabilità, il giuramento che permette la creazione di ogni legame e la responsabilità che comporta. Poiché ogni legame implica un patto, una legge – tutte cose a cui ha rinunciato. Può aggregarsi, certo, specialmente con altri perversi: oggi lo fa nelle mute dei commenti, persino nelle processioni davanti alle villette e nei pellegrinaggi sui luoghi del delitto. Ma la muta non è un gruppo: è una somma di godimenti solitari che si sfiorano senza toccarsi: si scioglie non appena il feticcio si esaurisce, in attesa del prossimo. Per avere speranza tocca sperare in un apprendistato che nessuno ci regalerà: imparare a farsi colpire e impressionare da qualcosa di diverso rispetto allo stupore e al sangue di una vittima. Bisogna, innanzitutto, dismettere il lessico dello psicologhese, che impedisce ogni relazione sincretica e sincronica (Synchronizität)tra eventi e più persone: solo così si può uscire dallo schema del ragionamento diadico, e assolutamente inutile, vittima/carnefice. Nella prassi, interessarsi a qualcosa di più di un podcast sul mostro di Firenze la sera in cui si torna a casa dal lavoro, o dei video commenti nei confronti dell’ultima puntata di “Chi l’ha visto?” potrebbe essere un buon inizio. Ma, soprattutto, bisogna imparare ad articolare la propria sofferenza e le sue cause e, una volta fatto, a riconoscersi intesa e accordo con coloro che soffrono per cause e motivi simili. E, naturalmente e inevitabilmente, a escludere gli altri. Nessun gruppo può nascere senza un atto di decisione (letteralmente tagliare fuori), senza recidere: non si tratta di essere esclusivi, ma di riconoscere – e tenere a distanza – coloro che possono permettersi di feticizzare l’empatia coltivando un interesse morboso per una vittima di crimine, da chi invece un crimine silente lo subisce ogni giorno: sotto forma di salario che manca, di quartiere abbandonato, di servizi negati, di pronto soccorso che chiude. È questa la torsione che tiene insieme le figure di questo paese: il perverso vero, che gode dello sguardo sul sangue altrui, e il precario, che il sangue non lo versa ma lo perde ogni giorno, non sono due popoli diversi. Essi sono, semplicemente, la stessa espropriazione osservata da due lati. Al primo il consumo e la merce hanno sottratto la capacità di vedere e accettare il mondo: da una parte, è spinto a negarlo dalla sua cecità; dall’altra, non può scivolare nel solipsismo psicotico e per questo lo rende reale quel tanto che basta, eradicando le dinamiche e le contraddizioni e concentrandosi sulle affascinanti sofferenze episodica altrui. Al secondo, banalmente, il dolore è rimasto intatto, visto il suo mancato accesso alla merce, ma l’interesse per gli stessi fatti – anche in virtù della leadership di consumo mediatico dettata da coloro che orientano i consumi – ne fa l’unica materia da cui sembra poter ancora nascere un legame. Per tutti coloro che affrontano questi crimini e dolori, però, non vi è alcun bisogno dell’eccezionalismo del sangue: è sufficiente imparare a interessarsi al valore delle lacrime. Certo, avranno forse un colore meno scarlatto e, per questo, saranno meno adatte alle dirette e ai servizi; ma sono la prova silente e incontestabile della sensibilità all’ingiustizia dell’uomo. L’unico vero tratto che ci rende veramente umani e al quale non possiamo abdicare.
Nell’Odissea vi è un elemento che salva dalla magia di Circe: il moly, l’antidoto che Ermes consegna a Odisseo prima del banchetto. I greci erano soliti discutere quale pianta avesse il potere di evitare di trasformarti in bestia: ritengo che noi possiamo permetterci di essere meno botanici, ma più precisi. Il moly è la sensibilità del demos verso sé stesso; l’antidoto è la parola che tiene, il patto che accettiamo di vincolarci, la “necessità assunta come libertà” per citare Hegel. È la Legge assunta e garantita dalla sacralità del Politico e della sua storia: tutto ciò che un perverso ha imparato a maledire. Finché non torneremo a portarlo con noi, potremo anche continuare a sederci al banchetto da uomini… ne usciremo sempre e comunque grugnendo e camminando a quattro zampe.
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