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Sotto quel cielo che chiaman di Dio: addio a Francesco Guccini 


6 Ago , 2026|
| 2026 | Voci

È morto Francesco Guccini, una figura di artista inimitabile. Per comprenderne lo spirito e la grandezza, basta un piccolo aneddoto di vita vissuta: un gruppo di “ragazzotti” bolognesi, tra cui il mio, qualche tempo fa “attentò” alla sua agognata solitudine bussando e ribussando al suo casolare di campagna. Non stava già troppo bene, ma “il Maestrone” non si scompose e li accolse benevolmente assieme ai suoi inseparabili gatti, intrattenendosi piacevolmente a parlare di canzoni e arte per un po’…

Tantissime le sue canzoni che vengono alla mente ora e che fanno ancora riflettere e commuovere. Si pensi solo alla tenerezza de “Il vecchio e il bambino”, che ipotizzava già i cambiamenti catastrofici che ci stanno attraversando… Bellissimo poi il suo testamento poetico “L’albero ed io”:

Questo brano, pubblicato nel 1970 nell’album Due anni dopo, è certamente uno dei testi più intensi della discografia di Guccini. Racconta il desiderio dell’autore di ricongiungersi alla natura dopo la morte per diventare un tutt’uno con un albero e continuare a vivere il ciclo delle stagioni (inverno, primavera ed estate) in una sorta di comunione eterna con il mondo e il creato.

Ma lasciamo parlare il testo nella sua interezza:

“Quando il mio ultimo giorno verrà dopo il mio ultimo sguardo sul mondo,
non voglio pietra su questo mio corpo, perchè pesante mi sembrerà.
Cercate un albero giovane e forte, quello sarà il posto mio;
voglio tornare anche dopo la morte sotto quel cielo che chiaman di Dio.

Ed in inverno nel lungo riposo, ancora vivo, alla pianta vicino,
come dormendo, starò fiducioso nel mio risveglio in un qualche mattino.
E a primavera, fra mille richiami, ancora vivi saremo di nuovo
e innalzerò le mie dita di rami verso quel cielo così misterioso.

Ed in estate, se il vento raccoglie l’invito fatto da ogni gemma fiorita,
sventoleremo bandiere di foglie e canteremo canzoni di vita.
E così, assieme, vivremo in eterno qua sulla terra, l’albero e io
sempre svettanti, in estate e in inverno contro quel cielo che dicon di Dio”.



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