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L’eclissi della realtà


11 Ago , 2026|
| 2026 | Visioni

Oggi percepiamo la realtà quasi esclusivamente tramite le informazioni, e a esserne responsabile è prima di tutto la sua digitalizzazione. Le informazioni si mettono davanti alla realtà, e così facendo ci impediscono di esperire la presenza in chiave ante-predicativa. L’informazione è un’entità predicativa in quanto significa e ri-presenta, rappresenta qualcosa. La comunicazione digitale si esaurisce nello scambio informativo, motivo per cui le manca qualsiasi contatto, qualsiasi presenza diretta.

Noi percepiamo anche i rumori in base al loro significato, interpretandoli. Per esempio: il vicino sta facendo un buco nel muro. Ma è possibile anche una percezione diversissima. Potremmo percepire i rumori sulla base del loro silenzio, escludendo qualsiasi forma di significato. Percepirli cioè attraverso il silenzio, attraverso il vuoto, quindi senza secondi fini come nella preghiera, nell’attenzione quale sforzo negativo.

“Ogni minimo rumore arricchisce il silenzio. C’è un silenzio dei galli, un silenzio della scure, un silenzio dei grilli, uno dei cani che chi è in compagnia non può mai sentire perché questi rumori non riescono a farsi strada fino a lui. I rumori sono timorosi: vanno a cercare solo il solitario” (W. Benjamin).

Le informazioni non sono timide, bensì insistenti.

S’impongono alla percezione, e nel farlo ci rendono sordi nei confronti delle cose che sono timorose, si ritirano nel silenzio, nell’assenza di suoni. La “comunicazione” è diametralmente contrapposta al silenzio: non consente quella solitudine in cui udremmo persino il tacere della scure.

Di norma, percepiamo le cose anche in base al loro significato quotidiano. Per dirla con Heidegger, la scure è un “mezzo” (Zeug), un utensile che è al servizio di uno scopo, un per-fare (um-zu). E la servibilità a contraddistinguere il mezzo. Esso non tace, poiché dice sempre qualcosa, oppure indica. Noi lo percepiamo in base al suo significato, cioè alla sua funzione.

Impugniamo la scure per abbattere alberi. E questo per-fare a caratterizzare i mezzi. Heidegger chiama per-fare a caratterizzare i mezzi. Heidegger chiama “significatività” (Bedeutsamkeit) il nesso funzionale cui essi devono il loro significato. Nel mondo inteso come “significatività” non vi è più il silenzio delle cose, poiché queste ultime restano portatrici di una funzione, di un significato [e di un modello normativo astratto]. Tutto finisce subordinato al per-fare. Al mondo costituito dal per-fare, subordinato cioè a questo nesso funzionale, manca il silenzio. Il Dasein heideggeriano (indicazione ontologica dell’essere umano) non può quindi udire il silenzio della scure. Se essa tace, non è più un “mezzo”.

Nella sua celebre Lettera di Lord Chandos, secondo Hugo von Hofmannsthal “le parole si sono messe davanti alle cose”. Le parole chiassose ci rendono sordi dinanzi al silenzio delle cose. La lettera di Lord Chandos parla di un’esperienza epifanica di presenza innescata dalle cose: oggetti poco appariscenti come un innaffiatoio, un sasso ricoperto di muschio o un erpice abbandonato su un campo assumono di punto in bianco un “carattere tanto elevato e commovente” da sconvolgere l’osservatore con un “flusso di divino sentire, che cresce soave e repentino”. Non sono più semplici “mezzi”. Questa presenza esperita direttamente, ante-predicativa, spinge l’osservatore a pensare “in un materiale che è più immediato, più fluido, più ardente delle parole”. Questo magico rapporto col mondo è dominato non dalla rappresentazione, bensì dal contatto diretto, dalla presenza non mediata.

Brano tratto da “Parlare di Dio. Un dialogo con Simone Weil”, Nottetempo (2026), pp. 74-76.

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