Si discute spesso e male di radici e identità. Anche in questo caso, il dibattito pubblico appare stritolato tra opposte e fallaci semplificazioni.
L’errore, in generale, è quello di ritenere che le “radici” di una comunità siano, da una parte, un qualcosa di dato, più o meno staticamente tramandato alle generazioni presenti, cui spetterebbe, parimenti, di trasmetterlo a quelle venture.
Dall’altra, che le stesse possano essere individuate in modo univoco, quali frutto di un lineare e ininterrotto processo. In realtà, nella lunga storia della civiltà italiana (ma il discorso vale anche per l’Europa) si sono avuti gli apporti più vari: la Grecia, Roma (quale?), il cristianesimo (“sincope” o continuazione dell’esperienza romana?); umanesimo, illuminismo, razionalismo, marxismo, ecc.
Inevitabilmente, ogni comunità, specie in presenza di moderne forme di potere centralizzato, é portata a selezionare parte del suo retaggio, a valorizzarlo e vivificarlo in vista delle finalità che si propone, a detrimento di altre. Ciò presuppone un momento volontaristico – sebbene non consensuale – attraverso l’adesione costante a una identità, difesa e svolta nel tempo e nello spazio.
Qui pensano di avere giuoco facile i decostruzionisti, nell’affermare allora che si tratterebbe di mere “invenzioni” (Hobsbawm), predisposte dal ceto dominante al fine di legittimare e conservare la propria posizione di potere entro “comunità immaginarie” (Anderson).
In realtà, se esiste senz’altro un momento volitivo, questo non “inventa”, ma attinge da esperienze storiche e culturali effettive, come in forme diverse é sempre avvenuto: lo dimostra il fatto che talune di esse, sebbene durature, abbiano lasciato tracce meno visibili, battute in breccia da processi tutt’altro che spontanei.
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