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L’Occidente in piena crisi esistenziale
L’imposizione al mondo dei cosiddetti valori occidentali si traduce in un insieme di poteri culturali, economici e militari esportati, spesso senza chiedere il consenso dei destinatari. Il verbo consumistico, la mercificazione, il mercato globale. Le monocolture, la standardizzazione e la delocalizzazione delle produzioni. L’idolatria della competizione, l’appropriazione delle materie indispensabili a garantire lo stile di vita e il dominio dell’Occidente. E, ancora, l’accentramento decisionale in capo a soggetti che oltrepassano gli Stati, servendosi degli Stati stessi.
Tutto ciò determina conflitti e violenze ed è propedeutico alle guerre. Un trasferimento coattivo, a volte ratificato da accordi dietro i quali si nascondono sudditanza e dipendenze storiche. A conferma del fatto che non esistono rapporti realmente paritari: anzi, anche l’apparenza di governi legittimamente eletti serve a garantire sfere di influenza, libero accesso ai capitali e sfruttamento delle risorse, in cambio di privilegi riservati agli esecutivi locali e in nome di una democrazia ridotta a farsa.
Altre volte i potentati locali sono corrotti, frutto di golpe o, peggio ancora, amministrano in modo autoritario, ma tutto questo conta relativamente. Da sempre, soprattutto l’Anglosfera, se ne è servita per i propri interessi geopolitici, per fomentare disordini, magari finanziando qualche cellula fondamentalista, fino a quando queste, potenziate da denaro e armi, non si sono rivolte contro di loro, perché non disposte a tollerare ingerenze esterne sul proprio modo di governare. Si pensi al fallimento della ventennale esperienza afghana, conclusasi con il ritorno dei talebani al potere.
Si impongono così, ad esempio, costumi figli di interpretazioni fanatiche dell’Islam, come la sharia; altrove, come in Nordafrica, si ricatta lo stesso Occidente attraverso la questione migratoria. Disperati trattati come merce di scambio, sui quali lucrano Stati e milizie, scafisti, ONG e pseudo-organizzazioni filantropiche.
Anche all’interno delle nostre democrazie, al di là del colore degli esecutivi, è in atto un cambiamento. Sembra che il classico equilibrio fra i poteri sia saltato. Le Costituzioni e il diritto internazionale sono costantemente sotto attacco. Tutti utilizzano le emergenze per far passare determinati provvedimenti. Sottoposte a riforme regressive, che ci riportano indietro di parecchi anni, le legislazioni risentono di idee retrive, miranti a reprimere e impedire, accentrando il potere in poche mani.
La ragione illuministica e lo Stato di diritto vengono fatti fuori dalla razionalità tecnico-scientifica e da poteri autoritari in concorrenza tra loro. Il sapere scientifico, anziché essere filtrato da quelle sedimentazioni che si chiamano deontologia ed etica, diventa dogma e si sostituisce alla legge intesa come espressione del fare politico: si pensi alla gestione pandemica.
Esecutivi liberisti, tinti di progressismo elitario, e governi della reazione, divisi nell’alternanza gestionale ma perfettamente interscambiabili, che appunto eseguono secondo diktat calati dall’alto. Perché niente deve mutare. E nulla può turbare la stabilità di un sistema che si spinge sempre più oltre e utilizza tutti i mezzi – le guerre e il controllo tecnologico – per aggiornare l’imperialismo.
Sinistrati e conservatori sono pronti a seppellire ogni forma di dialogo con le alterità. Sordi alle voci che provengono da fuori del continente, fanno carta straccia del multipolarismo: per loro conta soltanto l’egemonia armata ed economica di chi non riconosce gli altri.
Un Occidente unito nella strategia, ma mai così diviso quanto alla propria rilevanza politica all’interno dello scacchiere internazionale. Da una parte, un’America suprematista, lacerata al suo interno e in piena psicosi, che provoca e impone le proprie regole, basate sulla forza anziché sul diritto e sulle leggi, interne e internazionali, che puntualmente disattende. Come fa l’alleato sionista genocidario. Dall’altra, l’Europa dell’Unione mercantilistica, che autoimplode riversando sulle nazioni le proprie macerie. Pronta ad accogliere rigurgiti razzisti pur di garantire la stabilità della sua stessa classe dirigente, che colonizza ed espelle gli indesiderati.
La questione migratoria, da affrontare certamente in maniera realista e sostenibile, viene, ancora una volta, usata e abusata per ragioni di bieco tornaconto elettorale. Ossessioni e chiusure pseudo-identitarie dietro cui trincerare il proprio vuoto. Normative che rispondono a una logica di controllo generalizzato in nome di un’idea ristretta di sicurezza che pure non si riesce a garantire.
L’Occidente non è più la culla del secolo dei Lumi e non può nemmeno rappresentare il punto di riferimento per i modelli costituzionali. Con i diritti in costante regressione, è incapace di calarsi nella realtà e di interpretarne i mutamenti. La legge viene ridotta a puro strumento di repressione.
L’Occidente attraversa una profonda crisi esistenziale.
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