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Oltre il woke: contro la destra e la sinistra realmente esistenti
L’intervento di Giuseppe Conte su Repubblica, nato sulla scia di alcune dichiarazioni di Alexandria Ocasio-Cortez, merita attenzione soprattutto per un motivo: individua alcuni limiti reali del cosiddetto “neoliberalismo progressista” senza cadere nella tentazione, oggi sempre più diffusa, di rovesciarne semplicemente il segno. La critica al woke, infatti, non viene tradotta nella riproposizione di un simmetrico culturalismo di destra. Il punto proposto da Conte è un altro: una forza progressista non può esaurire la propria funzione nella gestione delle differenze simboliche, lasciando in secondo piano le disuguaglianze materiali, la precarizzazione, la concentrazione del potere economico e il rapporto sempre più stretto tra tecnologia, grandi piattaforme e potere. È una direzione che merita di essere considerata, pur ritenendo necessario aggiungere un elemento. Abbandonare il woke non significa che le forme attraverso cui una società produce appartenenze, conflitti, rappresentazioni di sé e gerarchie simboliche possano essere semplicemente considerate una distrazione rispetto alla questione sociale. È proprio sulla relazione tra politica e dimensione antropologica, oltre che sul terreno dei rapporti tra classi e tra blocchi geopolitici, che si colloca il lavoro de la Fionda. Un linguaggio che può sembrare astratto, ma che pone due domande molto concrete: quali forme della soggettività contribuiscono al riprodursi della decadenza politica alla quale sembriamo condannati? E, viceversa, quale atto politico potrebbe smuovere il quadro e costruire un linguaggio capace di andare oltre gli opposti vittimismi, da “sinistra ZTL” e vannacciani? Uscire davvero dal woke non significa scegliere una diversa strategia elettorale o comunicativa per il “campo progressista”. Significa interrogarsi criticamente sulla conformazione sociale e culturale che quel paradigma ha contribuito a esprimere e, al tempo stesso, a plasmare. Significa anche provare a uscire dalle alternative già confezionate: non per essere «né di destra né di sinistra» o per cercare un ibrido tra le due polarizzazioni, ma per essere contro la destra e contro la sinistra realmente esistenti, con il coraggio di individuare le contraddizioni principali e di acquisire autonomia politica e culturale, a partire dalla quale nominare amici e nemici.
Queste tematiche sono comunque al centro dell’ultimo numero de La Fionda, Distrazioni di massa. Come il potere ci divide sul nulla. Ve ne proponiamo un estratto, tratto dall’editoriale iniziale di Diego Melegari, Un’apocalisse piccola piccola. Ricominciamento della storia e simulacri di politica. Buona lettura!
La cecità, oscillante tra l’aggressività e l’inconsapevolezza, con cui l’Occidente e l’Europa in particolare reagiscono alla transizione storica, non necessariamente irenica, in corso non è venata da piccole, molecolari, apocalissi antropologiche? Questo nostro contributo, lungi dal fornire una risposta, vorrebbe suggerire un’ipotesi di ricerca sulla dialettica tra la grande Apocalisse di un Mondo per molti versi già finito (paventata, ad esempio, dalle parole di un personaggio come Peter Thiel) e le piccole apocalissi di mondi, psicologici e identitari, che, paradossalmente, attraverso di esse cercano disperatamente di non finire. Il punto di partenza non può che essere la crisi dell’ordine internazionale liberale, con la sua promessa di una governance globale, fondata sull’interdipendenza economica, su istituzioni sovranazionali regolatrici e, naturalmente, sulla presenza di una potenza, gli USA, in grado di presentarsi come “egemone” (…) Nello specifico la saldatura tra “fine della storia” e “spazio liscio” della globalizzazione, probabilmente a partire dalla crisi del 2008 e con un vistoso boato in questi anni Venti, è di fatto irrimediabilmente ceduta, vittima di un’altra sfasatura, quella tra “globalismo” e “neoliberalismo”(…) Possiamo però ipotizzare che a livello di governance interna continui, quindi, a prevalere una razionalità neoliberale che tende a depoliticizzare i rapporti sociali, traducendo questioni collettive in problemi individuali, e conflitti strutturali in differenze di prestazione, merito o identità. (…) Ora, il neoliberalismo è stato più volte correttamente analizzato in termini di depoliticizzazione, anzi di una “politica di depoliticizzazione”. La spoliticizzazione, infatti, non è semplicemente assenza di politica, ma quasi una sua mutazione genetica: il conflitto non viene semplicemente eliminato, bensì ricodificato in forme che ne impediscono l’elaborazione collettiva. Sappiamo come la razionalità neoliberale, centrata sulla trasformazione del soggetto in “capitale umano” e sulla “concorrenza” come logica generale, conduca a leggere le disuguaglianze in termini di fallimenti individuali, a dissolvere i rapporti di potere in performances sul mercato, ad esprimere le tensioni attraverso dicotomie morali o culturali. Quello a cui assistiamo, infatti, è che di fronte alla ripoliticizzazione della dimensione internazionale, al fratturarsi del Mondo della globalizzazione neoliberale, il Politico ritorna all’interno della stessa depoliticizzazione, nella forma fantasmatica di micromondi, iperpoliticizzati e, al tempo stesso, chiusi al rischio di confrontarsi con interessi sociali più vasti e con un’immagine di Paese all’altezza del nuovo contesto. Il risultato è «un’eccitazione incessante ma dispersa», che sicuramente ben descrive alcuni tratti delle polarizzazioni odierne tra woke e anti-woke, tra neoprogressismo e neoreazione, tra simulacri di “destra” e “sinistra”. Entrambi i poli vivono di fatto nella paura che la storia continui, che cioè il mondo resti un luogo di invenzione, senza la possibilità di una riconciliazione finale, e, soprattutto, che esso non possa essere solubile nei termini della loro guerra fantasmatica. Le loro piccole apocalissi non mettono in scena tanto la fine del mondo storico, ma la tonalità affettiva, al tempo stesso depressa ed estremamente irritabile, dello svaporarsi dell’illusione della “fine della storia” (…) Questo tratto nel nostro caso si esprime nella mancata dialettica tra iperpoliticizzazione (basti pensare alla scelta del linguaggio come terreno di scontro privilegiato di certa cultura woke) e deficit di visione politica (si pensi, in questo caso, a come anche mobilitazioni nobili e riuscite – come quella in sostegno della Palestina o contro il riarmo – tendano a ritradursi in formule moralistiche e manchino quasi programmaticamente il piano politico generale, una proposta credibile sul piano nazionale e, quindi, la possibilità di parlare al di fuori del proprio micromondo di “virtuosi”(…). Parole come “pace”, “giustizia sociale”, “sovranità” hanno oggi il duplice compito di presentare un orizzonte progettuale, un orizzonte di senso, e, contemporaneamente, di non rimuovere il problema della fine che già attraversiamo, fornendone, invece, un’articolazione simbolica che possa trasformarla in principio di valorizzazione intersoggettiva, comunitaria, lontano tanto dal crollo psicologico quanto dalla radicalizzazione di nicchia. Ciò che si intravede è, infatti, l’esigenza di un diverso un rapporto con il tempo storico che non rinunci né alla tradizione né al progetto, ma li riconfiguri come dimensioni simultanee. La tradizione non come repertorio da conservare o da respingere, ma come materiale da riattivare; il progetto non come promessa astratta, ma come costruzione situata, capace di dare forma a ciò che già insiste nel presente.
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