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Incisività dell’imminente
Mi sono imbattuta nel concetto di asimmetria del tempo: il trascorrere del tempo non ha lo stesso vitale valore per una persona che vive in Europa rispetto a una persona che vive sotto le bombe di mezzo mondo.
Ne consegue una certa ingombrante esigenza di incisività dell’imminente – per altro il pericolo bombe sfiora ora anche l’Occidente in transizione dal Welfare al Warfare.i
Le statistiche indicano chiaramente che i cittadini italiani (e non solo) non vogliono la violenza della guerra come strategia di risoluzione dei conflitti in atto. Non vogliono vedere né i figli al fronte né i soldi pubblici dirottati dalla sanità alla spesa in armi; i cittadini vogliono che la risoluzione dei conflitti tra Stati possa avvenire tramite la mediazione e la diplomazia tra Stati – come sancito e finanziato dall’Ordinamento statale vigente.
Inoltre, l’approccio di guerra male si coniuga con l’auspicata riconversione ecologica, oggi anch’essa esigenza impellente per via dell’accelerato surriscaldamento climatico (come riportato scientificamente). Ogni bomba che esplode causa danni ecologici che oggi non potremmo permetterci. Saranno i popoli meno abbienti a pagarne i costi che si configurano salatissimi già ora.
Seppur dir se ne voglia – i media e le notizie brutte e dette male – esiste, è sempre esistita, e sempre esisterà per forza di cose, una reale e solida geografia della speranza, fatta di persone e comunità che ancora resistono, perché esistono secondo umanità, sparsa su tutti i territori. Sta a noi scegliere di prenderne parte e alimentarla.
Dunque “come fare?” – pare sia questa la domanda diffusa, smarcando il vecchio stratega.
Mi è stato chiesto di offrire saperi legati al pensiero Nonviolento, a cui integro il pensiero sistemico, secondo cui nelle rivendicazioni sociali la riproducibilità si configura come strategia cardine.
È chiara l’esigenza di pensare alla creazione di azioni visibili, accessibili e condivisibili.
In tal senso, ritengo che un buon esempio sia il precedente storico delle lotte ambientali degli anni 2017-2019, il quale è riuscito a portare la questione ambientale nel dibattito pubblico. Ricordo che l’ultima protesta mondiale per il clima ha portato milioni di persone in ognuna delle principali piazze di tutti e cinque i continenti – poi come sappiamo arrivò il Covid.
Indico il target che ne ritengo trampolino, quello di Fridays for Future: un appuntamento settimanale fisso, riconoscibile per via dei simboli chiari e delle parole d’ordine condivise, replicabile in ogni piazza delle sedi comunali, accessibile nello spazio pubblico e nel tempo che includeva una parte dell’orario dell’uscita da lavoro. Infatti, riusciva a dare esponenzialmente adito all’aggregazione che continuava in via informale durante la cena e la serata, permettendo conoscenza e fiducia tra i membri della comunità, utili per coordinarsi. Ecco come ritengo occorra stare uniti e comunicare le reticenze popolari alla guerra.
Altra questione è come cercare di tenerci insieme. La Comunicazione Nonviolenta (CNV) è un metodo che ci offre uno schema comunicativo, dunque di pensiero, per restare ancorati nel rispetto dell’umanità anche in condizioni difficili, con uno schema inizialmente semplice: 1.osservazione; 2.sentimento; 3.bisogno; 4.richiesta.
- Vediamo la situazione come una videocamera; esistono ancora canali di approfondimento che riportano la realtà dei fatti (diversa dall’interpretazione dei fatti) per offrire analisi accurate e indipendenti da interessi potenti.
- Riconosciamo i sentimenti. Sollecito ad esprimere pubblicamente i sentimenti che ci spingono alla reazione: “ci sentiamo disperati”. Parlare di quello che sentiamo durante le rivendicazioni di piazza, auto-connette al senso di quello che diciamo, ci legittima, ci mantiene onesti nell’espressione della nostra singolarità e ci connette tra membri.
- Ricolleghiamo i sentimenti ai bisogni. La CNV abbraccia le teorie di Maslow, secondo cui i bisogni sono universali, dunque uguali per tutti (il che ci accomuna). I bisogni non cambiano, le strategie per arrivarci sì. Individuare i bisogni (che sono sempre astratti, es. bisogno di dignità, bisogno di giustizia) legati alla scelta di contestazione all’approccio di guerra ci permetterebbe di attuare un processo creativo d’immaginazione di vie alternative al soddisfacimento di questi.
- Le richieste dovrebbero essere espresse in chiave positiva e non negativa, dicendo cioè cosa vorremmo e non cosa non vorremmo; al tempo presente per permettere un dialogo e una risposta non procrastinabile; chiare, semplici e contrattabili in seduta condivisa.
Agendo umile e reciproca compassione, potremmo magari ritornare a dialogare, reindividuare le priorità e uscire da questa situazione da sabbie mobili etico sociali in cui si trova il vecchio continente. Vi è potere solo se condiviso.
i Il termine “welfare” deriva dall’inglese e significa “benessere”, indicando politiche pubbliche volte a garantire diritti e protezione sociale, come salute, istruzione e previdenza, dal modello economico di John M. Keynes prende adito il welfare state o stato sociale. Il termine “warfare” è utilizzato nell’attuale dibattito per indicare la progressiva transizione dallo Stato sociale verso una forma di Stato in cui le politiche pubbliche sono sempre più volte all’ambito militare.
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