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Proteste contro i fondi immobiliari, silenzio sulle scelte del Campidoglio: gli sfrattati per morosità esclusi dal “bando speciale ERP”


28 Ago , 2026| e
| 2026 | Visioni

Nel dibattito polarizzato sulle responsabilità dei fondi immobiliari nella questione casa, e più in generale dentro una narrazione che spesso contrappone in modo schematico pubblico e privato, rischiano di passare in secondo piano proprio le scelte concrete dell’Amministrazione capitolina. Tra queste c’è il primo bando speciale per l’assegnazione degli alloggi provenienti dalle acquisizioni Enasarco, che l’Unione Inquilini, una delle poche realtà se non l’unica, ha denunciato per i suoi effetti sugli sfrattati per morosità. La procedura, infatti, lascia fuori proprio queste famiglie, che secondo quanto denunciato dall’organizzazione rappresentano oltre il 75% degli sfratti emessi o in corso.

Ed è proprio da qui che dovrebbe partire una discussione seria sul cosiddetto “modello Roma”: non dalle dichiarazioni del politico di turno, ma dalle scelte concrete e dai criteri con cui si decide chi può accedere a una casa pubblica e chi, invece, resta escluso.

Non basta raccontare una città che difende il diritto alla casa. Bisogna guardare a quello che viene concretamente fatto quando una famiglia perde l’abitazione, quando non riesce più a sostenere un affitto di mercato e quando chiede una risposta al sistema pubblico.

Il diritto alla casa va difeso tanto rispetto alle scelte dei grandi fondi immobiliari quanto rispetto a quelle, al limite del discriminatorio, portate avanti da Roma Capitale. È giusto denunciare la finanziarizzazione del mercato immobiliare, l’aumento incontrollato degli affitti e il ruolo assunto dai grandi operatori privati, ma contemporaneamente occorre guardare alle politiche del Campidoglio e alle risposte che l’Amministrazione offre alle migliaia di famiglie che vivono  una situazione di difficoltà abitativa.

Ed è proprio qui che il nuovo bando assume un significato che va molto oltre i 25 appartamenti messi a disposizione. Non stiamo parlando soltanto di un piccolo bando speciale, ma di una scelta che racconta l’impostazione delle politiche abitative della città.

In cinque anni di governo di Roma Capitale non è stato costruito un meccanismo strutturale capace di accompagnare le famiglie che ricevono uno sfratto, sostenerle prima dell’esecuzione e garantire loro una soluzione abitativa nel momento in cui perdono la casa. E oggi il primo bando speciale non colma questa mancanza: al contrario, la rende ancora più evidente, perché una parte enorme degli sfrattati viene esclusa già all’ingresso.

Il bando è infatti rivolto alle famiglie già presenti nella graduatoria ERP che abbiano ricevuto uno sfratto esecutivo nei dodici mesi precedenti o che abbiano già lasciato l’immobile negli ultimi cinque anni, ma soltanto quando lo sfratto sia avvenuto per “cause non imputabili al conduttore”. A queste si aggiungono le donne vittime di violenza.

Quelle poche parole, “cause non imputabili al conduttore”, producono un effetto molto concreto: chi ha perso la casa perché non è più riuscito a pagare l’affitto resta fuori. Ed è proprio questa scelta che l’Unione Inquilini ha contestato, definendo l’esclusione degli sfrattati per morosità una discriminazione preventiva e una forma di demonizzazione della povertà.

Il problema non riguarda una categoria marginale. La morosità rappresenta la grande maggioranza degli sfratti e costituisce uno dei volti più evidenti dell’attuale crisi abitativa. Dietro uno sfratto per morosità possono esserci la perdita del lavoro, un contratto non rinnovato, una separazione, la riduzione del reddito familiare o, semplicemente, un canone diventato insostenibile.

Non riuscire più a pagare un affitto di mercato non significa non essere in grado di sostenere il costo di una casa popolare.

Ed è proprio il bando a dimostrarlo, perché prevede già una verifica della capacità economica della famiglia che dovrà entrare nell’alloggio. Esiste, quindi, già uno sbarramento economico diretto a verificare che l’assegnatario sia in grado di sostenere il canone ERP e le spese.

Una famiglia che non riesce a pagare 900 o 1.000 euro al mese sul mercato privato può essere perfettamente in grado di sostenere un canone ERP. Eppure, quella stessa famiglia viene esclusa non sulla base della propria situazione economica attuale, ma perché in passato è diventata morosa.

È questo il passaggio politico più significativo del bando: la morosità smette di essere letta come uno degli effetti della crisi abitativa e diventa una responsabilità individuale. Chi non ha potuto pagare l’affitto viene separato da chi ha perso la casa per altre ragioni e viene collocato, di fatto, in una categoria meno meritevole di tutela.

Dopo cinque anni nei quali non è stato costruito un sistema efficace di assistenza capace di accompagnare le famiglie dallo sfratto a una nuova soluzione abitativa, questo bando chiude il cerchio: alla mancanza di una risposta strutturale dopo la perdita della casa si aggiunge ora un criterio che penalizza proprio chi l’ha persa perché non aveva più i soldi per pagare.

E tutto questo avviene in una città nella quale oltre 17.000 famiglie sono in attesa di una casa popolare, nuclei già inseriti nel sistema dell’ERP e che aspettano da Roma Capitale una risposta abitativa. Davanti a numeri di questa dimensione, ogni scelta sui criteri di assegnazione assume un significato che non può essere ridotto a una questione tecnica.

Il bando finisce così per selezionare anche il tipo di disagio ritenuto meritevole di tutela. Viene considerato in modo diverso chi perde la casa per una causa indipendente dalla propria volontà e chi, invece, non è più riuscito a sostenere il canone. Ma proprio quest’ultimo può trovarsi oggi nelle condizioni economiche per pagare un affitto ERP e, nonostante questo, resta escluso dalla possibilità di accedere al bando.

Questo approccio diventa ancora più significativo se inserito nel quadro generale delle politiche abitative romane. Una politica pubblica dovrebbe intervenire prima che lo sfratto venga eseguito, accompagnare le famiglie durante la crisi e garantire una soluzione quando la perdita della casa diventa inevitabile. Se questa rete non esiste e, alla fine del percorso, anche l’accesso agli alloggi pubblici viene ristretto sulla base della causa dello sfratto, il diritto alla casa rischia di rimanere una dichiarazione di principio.

È anche per questo che il dibattito romano dovrebbe essere meno selettivo: le iniziative contro i fondi immobiliari e la finanziarizzazione della casa sono battaglie giuste e necessarie, ma restano inevitabilmente incomplete se non vengono accompagnate da un’analoga attenzione alle decisioni assunte da Roma Capitale.

Non si può denunciare il mercato quando espelle le famiglie e poi ignorare un sistema pubblico che, dopo lo sfratto, non offre alcuna reale assistenza e arriva persino a escludere quelle stesse famiglie dai successivi bandi per l’assegnazione di una casa popolare.

Allo stesso modo, proclamare davanti alle telecamere che il diritto alla casa sia assoluto perde ogni credibilità se, al momento di tradurre quel principio in un bando, proprio chi non ha più potuto permettersi un affitto viene considerato meno meritevole di tutela.

È qui che emerge una delle contraddizioni delle politiche liberali sulla casa: denunciare gli effetti del mercato senza mettere realmente in discussione i criteri con cui quello stesso mercato seleziona le persone. Il povero continua a essere tutelato finché la sua condizione non viene considerata “imputabile”. Quando invece quella povertà produce morosità, debiti e sfratto, la tutela si restringe.

Il “modello Roma”, se davvero si vuole utilizzare questa espressione, dovrebbe essere giudicato a partire da questi fatti e non dalle dichiarazioni pubbliche.

Perché il diritto alla casa non si misura nelle conferenze stampa, ma nel momento in cui una famiglia riceve uno sfratto e deve sapere dove andrà a vivere dopo l’esecuzione. E da questo punto di vista, dopo cinque anni, il sistema continua a lasciare un vuoto enorme.

Il primo bando speciale Enasarco non colma quel vuoto, ma lo certifica: continuare a denunciare le responsabilità dei grandi operatori immobiliari è necessario, ma non basta, perché mentre una parte della città manifesta davanti alle sedi dei fondi immobiliari, Roma Capitale decide concretamente chi potrà accedere agli alloggi acquistati con risorse pubbliche e chi, invece, dovrà continuare ad aspettare.

La denuncia dei fondi immobiliari è necessaria, ma rischia di diventare una scelta di comodità, o comunque una lettura parziale del problema, se non è accompagnata dalla stessa durezza nel giudicare le scelte di chi governa Roma.

Sarebbe il caso, quindi, di manifestare non soltanto sotto le sedi dei fondi immobiliari, ma anche davanti alle istituzioni che con quei fondi interloquiscono, ne accompagnano le operazioni e, nello stesso tempo, adottano politiche abitative che finiscono per escludere proprio una parte dei cittadini più fragili.

Il diritto alla casa non va difeso soltanto a favore di telecamera e contro la speculazione privata, ma anche da politiche pubbliche che, invece di dare una risposta alla povertà, finiscono per selezionare quali poveri siano meritevoli di tutela.

Di: e

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