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Il potere di veto non si tocca. Perché difendere l’unanimità in Europa


1 Set , 2026|
| 2026 | Sassi nello stagno

Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Lussemburgo, Paesi Bassi, Romania, Spagna e Svezia hanno sottoscritto una lettera indirizzata a Kaja Kallas per chiedere di superare, almeno in alcuni ambiti, la regola dell’unanimità nella politica estera dell’Unione europea.

Singolare, peraltro, l’entusiasmo di Lussemburgo e Paesi Bassi per il superamento dell’unanimità: quando si tratta di politica estera, evidentemente, la sovranità nazionale diventa un intralcio; quando si parla di armonizzazione fiscale, molto meno.

In sostanza, oggi, in sede di Consiglio dell’UE, sulle principali decisioni di politica estera soggette all’unanimità, un singolo Stato può impedirne l’adozione; con il ricorso alla maggioranza qualificata, invece, il suo voto contrario non sarebbe più, di per sé, sufficiente a bloccare la decisione.

Una proposta ovviamente rilanciata in Italia dalle vestali più fanatiche del «pilota automatico» tecnocratico e atlantista, da Carlo Calenda a diversi esponenti del cosiddetto «campo largo».

Ha fatto bene, questa volta, il governo Meloni a non sottoscrivere l’iniziativa. Lo critichiamo spesso e continueremo a farlo, ma quando assume una posizione condivisibile non abbiamo difficoltà a riconoscerlo. E su questo punto l’invito è semplice: mantenere la barra dritta.

Perché non è una questione tecnica. È una questione eminentemente politica e democratica.

Dopo aver già fortemente condizionato la capacità degli Stati nazionali di determinare autonomamente le proprie politiche economiche e sociali, si vorrebbe che il processo di integrazione europea compisse un altro, pericoloso passo: sottrarre alle democrazie nazionali anche la possibilità di decidere autonomamente sulle questioni fondamentali di politica estera e di sicurezza. E, a completare il quadro, la ricorrente invocazione di un «esercito europeo», anch’esso affidato a un apparato tecnocratico dalla scarsa legittimazione democratica.

Sarebbe la consacrazione della post-democrazia europea, oggi per di più in piena ubriacatura bellicista.

Del resto, lo sappiamo, e c’è chi l’ha spiegato in modo impeccabile: non saremmo di fronte a una novità, ma all’ulteriore avanzamento di una logica che ha segnato profondamente la costruzione europea. Il vincolo esterno ha infatti sottratto al circuito democratico nazionale le leve fondamentali della politica monetaria, fiscale e di bilancio, senza che queste venissero opportunamente replicate a livello comunitario. L’Unione europea e l’eurozona hanno così rappresentato, e rappresentano tuttora, un potente fattore di impoverimento materiale e spirituale del nostro Paese, privando l’Italia di vitalità non solo sul piano della crescita economica, ma anche su quello politico e democratico. Con il superamento dell’unanimità, questa stessa logica finirebbe per estendersi a una sfera ancora più delicata, quella della politica estera e della sicurezza.

A giustificare questo continuo trasferimento di potere dal livello nazionale a quello europeo ricorre sempre il medesimo argomento: fuori da una sempre maggiore integrazione vi sarebbero soltanto isolamento, marginalità e subalternità. È vero piuttosto il contrario: nella sua attuale configurazione, l’Europa a 27 non solo non è nelle condizioni di poter sviluppare una soggettività politica autonoma, ma agisce anche come fattore che limita e deprime il protagonismo dei singoli Stati membri.

Una condizione destinata ad accentuarsi ulteriormente se si procederà verso nuovi allargamenti, senza considerare – ribadiamolo ancora una volta – che quello che si guadagna in larghezza ed estensione si perde inevitabilmente in intensità e profondità, cioè in consapevolezza della propria identità, dei propri scopi e dei propri interessi.

Ed è precisamente qui che il problema del superamento dell’unanimità rivela tutta la sua portata. Quale politica estera comune può realmente esprimere un’Europa di ventisette Stati con storie, collocazioni geografiche, interessi economici, sensibilità strategiche e tradizioni diplomatiche profondamente differenti?

La postura geopolitica della Polonia, ad esempio, coincide ben poco con quella dell’Italia; quella dei Paesi baltici è profondamente diversa da quella della Spagna o della Grecia; la percezione della Russia che si ha a Varsavia o a Tallinn non può essere automaticamente trasformata nella percezione dell’intero continente.

Proprio a questo livello emerge il problema di fondo dell’integrazione per come è stata concretamente pensata e costruita: una dinamica priva di una vera fase fondativa (quella che normalmente coincide con eventi storici dirompenti), non esistendo peraltro un demos europeo capace di porsi come soggetto motore del processo costituente. Un percorso che ha proceduto dunque per rimozioni e autoinganni, sottovalutando, ad esempio, il peso delle singole identità storico-culturali, nell’illusione che l’unità politica potesse «cadere dal cielo» come semplice effetto di una crescente interdipendenza giuridica ed economica. Ed è proprio il mancato riconoscimento di questo dato a costituire il limite strutturale della prospettiva degli immaginifici «Stati Uniti d’Europa»: la pretesa di costruire un’unità politica in assenza di quei presupposti prepolitici e metapolitici che solo il tempo e il cumulo di determinate circostanze storiche possono produrre.

Se manca una reale comunità politica europea, quindi, il passaggio dall’unanimità alla regola della maggioranza non produce magicamente un «interesse europeo»: consente semplicemente a una maggioranza di Stati – o, più realisticamente, ai Paesi capaci, per varie ragioni e in una determinata fase, di orientare le istituzioni dell’Unione – di imporre la propria linea agli altri. E di farlo, si badi, in una sfera propriamente esistenziale della decisione politica, come quella che riguarda le grandi scelte di politica estera, che, più di altre, devono rimanere nella disponibilità dei processi democratici attraverso i quali una comunità determina il proprio destino.

E qui arriviamo al punto decisivo. Nell’attuale contesto, superare l’unanimità significherebbe soprattutto rimuovere uno degli ultimi ostacoli istituzionali a una linea europea sempre più orientata verso il riarmo e lo scontro permanente con la Russia.

Come è sempre più evidente, il vuoto di un’Europa senza anima e senza futuro viene riempito dall’azione rovinosa di un ceto di governanti-burocrati privo di visione strategica e di senso storico-dialettico, ma fortemente omogeneo nei propri riferimenti e nelle proprie appartenenze: un universo nel quale atlantismo e liberal-tecnocrazia vengono assunti come orizzonti indiscutibili. Un orientamento nel quale convergono gli interessi strategici degli Stati europei più influenti e, sempre più, quelli di un enorme complesso militare-industriale e finanziario il cui baricentro rimane saldamente collocato nell’Anglosfera e che trova nel riarmo una straordinaria occasione di espansione.

Lo diciamo spesso: si chiama «più Europa» un processo che significa, nei fatti, meno politica democratica, meno politiche pubbliche a sostegno del lavoro e del welfare e, sul piano internazionale, meno diplomazia e ricerca della pace, sostituite dalla logica del riarmo, delle sanzioni e della contrapposizione permanente.

Tutto ciò non significa condannare la proiezione europea dell’Italia in quanto tale. Significa, al contrario, ripensarla radicalmente: disfare e tornare indietro, per poi immaginare forme di collaborazione diverse, ispirate alle ragioni della pace, della sovranità democratica e della giustizia sociale, e limitate a un nucleo ristretto di nazioni «apparentate», più o meno coincidente con l’area dei Paesi fondatori.

L’unanimità certamente rallenta. Costringe a discutere, negoziare, mediare, trovare compromessi. Ma quando si decide di guerra e pace, sanzioni e sicurezza nazionale, questa lentezza è tutto fuorché un difetto.

Si obietterà, naturalmente, che la regola della maggioranza è connaturata al metodo democratico. Verissimo. Il piccolo particolare è che l’Unione europea rimane un inedito coacervo politico-istituzionale, che non si lascia ricondurre a nessuna delle grandi forme politiche che la storia ha conosciuto (Stato, città e impero). Una peculiarità che, come abbiamo sperimentato, rappresenta un problema più che un pregio. E che, soprattutto, rende l’Unione radicalmente altra rispetto al modello secondonovecentesco dello Stato democratico-costituzionale. Né essa costituisce uno spazio politico dotato di un interesse geopolitico e geoeconomico unitario.

E forse sarebbe ora di smettere di considerare il suo carattere intergovernativo come una sorta di peccato originale da espiare. Almeno sulle grandi questioni che investono l’esistenza e le esigenze fondamentali dei popoli europei, esso rappresenta piuttosto un presidio, proprio perché consente agli Stati, e dunque alle comunità politiche storicamente e democraticamente costituite, di conservare l’ultima parola.

Ecco allora che, in un’Europa così configurata, l’unanimità non è un residuo del passato da eliminare. È un principio di realtà. E, oggi più che mai, una garanzia di pace, sicurezza e democrazia.

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