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In morte di Pasquale Andriotta
Ieri Pasquale Andriotta, corriere di 42 anni, ha perso la vita durante una consegna nel suo ultimo giorno di contratto con un’azienda che lavora in appalto con BRT a Piacenza.
Si è sentito male mentre era impegnato a scaricare il furgone. Ha perso i sensi ed è andato in arresto cardiaco, accasciandosi a terra. È scattato subito l’allarme e sul posto sono arrivati l’automedica del 118 e un’ambulanza della Croce Rossa.
I sanitari hanno lavorato a lungo per rianimarlo e stabilizzarne le condizioni. I tentativi si sono però rivelati vani: è morto poco dopo l’arrivo in ospedale. Sul luogo della tragedia sono intervenuti anche i carabinieri, che hanno avviato gli accertamenti per ricostruire l’accaduto.
Iscritto alla CGIL, è morto in una giornata in cui i suoi colleghi della società fornitrice BRT di Piacenza-Caorso erano in sciopero per denunciare sovraccarichi, carenze di organico e turni insostenibili. Era l’ultimo giorno del suo contratto a termine non ancora rinnovato, come da prassi… La FILT CGIL di Piacenza ha espresso “profondo cordoglio”, a cui ci uniamo. Il sindacato ha chiesto di fare luce sull’organizzazione del lavoro di quella mattina: quanti addetti in servizio, quante consegne assegnate, in particolare se l’assenza degli scioperanti avesse aumentato i carichi per chi lavorava e quali misure fossero state prese a fronte delle alte temperature. Tutto sacrosanto e doveroso, ma tutto maledettamente ingiusto e scandaloso.
L’immancabile nota del gruppo di logistica, in questo caso BRT, ha espresso “profondo cordoglio” per la scomparsa di Andriotta, precisando che il corriere era dipendente di “una società fornitrice dell’azienda nell’area di Piacenza” e che la morte è stata provocata “da un improvviso malore”. È, come sempre in casi simili, rivelatrice della reale funzione della interminabile catena di committenza e ditte appaltatrici nel settore, in particolare dei trasporti: un micidiale dispositivo per abbattere i costi e nel contempo scaricare all’ultimo anello debole ogni responsabilità.
A chi non è capitato nelle assoluate giornate estive di scendere per offrire generi di conforto, come del caffè freddo o dell’acqua, e non trovare già più la persona? Se si fanno poche consegne, se cala la c.d. “produttività”, semplicemente non gli si rinnova il contratto in perenne scadenza. In un panorama informativo sconfortante, sempre più simile a quello dei rotocalchi, si è costretti a rimandare al film “Sorry We Missed You” di Ken Loach: una storia amara e non a lieto fine di una condizione sempre più diffusa, che ci restituisce l’istantanea delle odierne forme schiavistiche di lavoro di cui l’Occidente può menare vanto.
Servono quasi a niente i punti di “ristoro” che stanno spuntando come funghi in tutto il Paese, se non a dare sollievo per un attimo alle nostre coscienze, se non del tutto forcluse. In conformità a un concetto di lavoro come ciò che “fa accadere l’esistenza” (Marcuse) e non nelle forme degradate e disumane del “capitalismo crepuscolare”, servirebbe coraggio per adoperare la legge al fine di rendere illegali i principali mezzi di locomozione attualmente utilizzati e proibire che il servizio venga effettuato nelle ore più calde e proibitive. E da ultimo, ma per la verità sarebbe la prima cosa da fare in nome del principio — anch’esso dimenticato — di “piena e, soprattutto, buona occupazione”, rendere questi rapporti di lavoro da subito “dipendenti” e a “tempo indeterminato”.
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