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Laude. Un progetto musicale sulle tracce di Jacopone


1 Set , 2026|
| 2026 | Visioni

La lauda rappresenta una delle radici fondative della poesia e della drammaturgia italiane e costituisce uno dei luoghi privilegiati in cui, nel Medioevo, parola poetica, musica e sentimento religioso si incontrano. Dalle origini francescane fino alla potenza espressiva di Jacopone da Todi, la sua storia consente dunque di ripercorrere un capitolo fondamentale dell’universo poetico-musicale italiano.

A offrire l’occasione per farlo è stato il colloquium Dal Cantico di frate Sole a Iacopone: i francescani e la lauda, tenuto all’Università di Roma “La Sapienza” da Francesco Zimei, docente dell’Università di Trento. Un tema che incontra anche il mio personale interesse per la messa in musica di alcune Laude di Jacopone da Todi, progetto sul quale tornerò nella parte conclusiva di questo articolo.

È il Cantico di frate Sole – o anche Cantico delle Creature – di San Francesco a inaugurare il percorso di questa forma poetico-devozionale. La notissima lauda francescana costituisce, infatti, il primo esempio di poesia spirituale in volgare: in essa confluiscono coralità, immediatezza espressiva e un’intensa partecipazione emotiva. Di struttura metrica semplice e intrise di uno spiccato spirito emotivo, le laude sono strettamente legate ai temi della devozione popolare: la Passione di Cristo, il dolore della Vergine, la vita dei santi, il peccato e la conversione. Le prime raccolte compaiono in manoscritti confraternali come il Laudario di Cortona, il Laudario Magliabechiano e il Laudario perugino della Compagnia dei Santissimi Simone e Fiorenzo, conservato nel codice A26 della Biblioteca Vallicelliana di Roma. Per la maggior parte degli studiosi, il genere possiede in sé una duplice natura: da un lato quella lirico-musicale, dall’altro quella dialogico-rappresentativa.

A conferire un’identità profonda e riconoscibile al genere è soprattutto Jacopone da Todi, la cui produzione introduce temi e toni assai distanti dal mondo francescano. Se Francesco aveva cantato la gioia cosmica e la fraternità universale, Jacopone spinge la lauda verso territori più aspri e drammatici. La sua lingua, densa e talvolta ruvida, si distingue per un furore espressivo che dà voce a una tensione mistica fatta di estasi, dolore, follia divina e conflitto interiore. Jacopone non cerca di placare gli animi: li scuote, li incendia; non invita alla quiete meditativa, ma a una vera e propria rivoluzione dello spirito. Al centro della sua poetica vi sono, da un lato, il sacrificio di Cristo e della Vergine Maria e, dall’altro, il monito alla rettitudine, che emerge anche dalla constatazione della devastazione morale in cui versa il potere istituzionale della Chiesa:

[…]
l’antiquo serpente pare scapolato,

tutto lo mondo veio lui sequire

L’acque s’à bevute d’onne lato,

flume Iordan se spera d’engluttire

e ’l populo de Cristo devorare […][1]

Le sue laude non sono più soltanto meri canti devozionali, ma diventano veri e propri monologhi e dialoghi drammatici, in cui prendono voce personaggi, situazioni e sentimenti estremi. Con Jacopone, la lauda si fa teatro dell’anima e, al tempo stesso, teatro vero e proprio. Si legga per intero la sua lauda più nota, Donna de Paradiso: un esempio di primissimo teatro religioso in volgare che anticipa di gran lunga tanto le sacre rappresentazioni quattrocentesche quanto gli oratori barocchi. Oltre a una struttura metrica adatta alla cantillazione, in questa lauda spiccano i dialoghi tra i diversi personaggi.

Il Nunzio, ad esempio, grida alla Madonna di accorrere perché suo figlio viene flagellato dai centurioni romani:

[…]
Accurre, donna e vide

che la gente l’allide;

credo che lo s’occide,

tanto l’ò flagellato […][2]

La Madonna supplica Pilato di salvare suo figlio:

[…]
O Pilato, non fare

el figlio meo tormentare,

ch’eo te pòzzo mustrare

como a ttorto è accusato […][3]

La folla – che ricorda l’antico Coro della tragedia classica – grida per la condanna a morte di Gesù:

[…]
Crucifige, crucifige!

Omo che se fa rege,

secondo la nostra lege

contradice al senato […][4]

E infine Gesù, che implora Giovanni, ai piedi della Croce, di prendersi cura di sua Madre:

[…]
Ioanni, èsto mea mate:

tollila en caritate,

àginne pietate,

cà ’l core si à furato […][5]

“Laude”

Tutte queste caratteristiche, da quelle contenutistiche a quelle metriche, mi hanno ispirato, a partire dai testi di Jacopone, una scrittura musicale che tenta dialoghi complessi con i retaggi dell’ultima canzone d’autore. Ciascuna lauda viene a configurarsi come un moderno canto trovadorico da salotto, che non rinuncia all’ibridazione con la tradizione della musica medievale e rinascimentale. L’impianto corale, talvolta monodico e talvolta polifonico o contrappuntistico, prevede quattro parti musicali – basso, tenore, contralto e soprano – ed è affidato a un organico di circa trenta elementi.

Per quanto riguarda la scelta degli strumenti di accompagnamento, sono ricorso tanto alla tradizione medievale e rinascimentale (liuto e viella), quanto a quella novecentesca – almeno per quanto riguarda le modalità esecutive – (pianoforte e contrabbasso). Nella sezione degli aerofoni spiccano l’oboe, alcuni flauti e la ciaramella. Infine, un ricco apparato di percussioni e alcuni elementi di effettistica completano la tessitura melodica e armonica.

Personalmente mi auguro che le idee e il sentire religioso del tudertino possano parlare a coloro che oggi si sentono braccati da forme musicali sempre più abbrutite. E dunque: parlare attraverso il linguaggio della tradizione, con lo spirito ribelle di Jacopone, che ancora cova sotto le macerie di questo nostro tempo, si può? Forse si può, sì! Si può ancora.


[1] Dal Laudario di Jacopone da Todi – Lauda 6.

[2] Dal Laudario di Jacopone da Todi – Lauda 70.

[3] Ibidem.

[4] Ibidem.

[5] Ibidem.

Di:

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