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Il feticcio rossobruno: miseria della propaganda liberale


8 Set , 2026|
| 2026 | Visioni

Rossobruni. Riappare il solito fantasma di comodo, agitato come spauracchio e recondita ragione per spiegare la disfatta di un’intera geopolitica europea. Sicché, invece di ragionare sull’epilogo obbligato dell’espansione ad est della NATO — con il riarmo prima e dopo la guerra in Ucraina — e invece di misurare i costi della rottura con la Russia, i nostri benpensanti cacciatori di putiniani, come Stefano Cappellini, si interrogano su un falso obiettivo e su un falso movente: le trame rossobrune. Quelle di coloro che intendono difendere la trattativa ad est nel nome della coesistenza pacifica e degli interessi nazionali dei popoli.

La responsabilità della catastrofe tedesca, come della generale avanzata delle destre, viene così affibbiata a chiunque critichi le scelte internazionali europee di assedio e guerra fredda alla Russia. Un comodo espediente che esime da autocritiche e spinge a smascherare presunte quinte colonne putiniane, ibride o palesi, indicate quali causali del contraccolpo populista diffuso. Un contraccolpo che sta spingendo le genti europee in braccio al nazional-sovranismo, come riflesso e ultima spiaggia di autodifesa di fronte all’aumento del costo della vita, all’inflazione, al rigore contraddetto dal riarmo, alle sanzioni e alla distruzione della logistica e dell’export verso la Russia. Quest’ultima, fino a ieri, rappresentava il grande mercato di sfogo per la locomotiva tedesca, ormai inceppata da extracosti energetici e crescita zero.

E qui ritorna il grande imputato dell’establishment euro-americano — da Draghi ai Dem USA — identificato nel “rossobrunismo”. Riedizione degli opposti estremismi come teoria autoritaria da sempre funzionale all’ordoliberismo di centro, e oggi rideclinata nei termini di un capitalismo cosmopolita e tecnocratico, vessillifero dei diritti umani. Ed ecco allora la famosa “guerra metafisica della democrazia contro il dispotismo” di cui parlò tempo fa Walter Veltroni sul Corriere della Sera. I nemici metafisici, interni ed esterni, diventano appunto i rossobruni.

Ma chi sono in realtà costoro? E quando apparvero? Il termine designa in origine certi sussulti russo-postsovietici degli anni Novanta, che univano i sentimenti di nostalgia per l’URSS (disfatta dalle liberalizzazioni) con le pulsioni nazionalistiche, inevitabili dopo il collasso sovietico con Eltsin. Pulsioni fisiologiche che si produssero in tutto il mondo post-sovietico, riconvertendosi poi in senso nazionale e risentito per via dei tragici prezzi pagati al mutamento liberale. Fenomeni analoghi si verificarono in Serbia, oltre che in Russia (ora stabilmente putiniana), in Cechia, Slovacchia, Ungheria e ovviamente nella Germania Est, per lo più in senso reazionario e populista vero e proprio. È il caso della Sassonia-Anhalt, cuore di una Germania Est depredata e impoverita dall’annessione tedesco-occidentale, a debito UE: cioè nostro.

Il “rosso” sarebbe allora la nostalgia residuale, mentre il “bruno” è la reazione populista e nazionale che, nello sfascio dell’ordine pregresso, si polarizza all’ombra della comunità etnica in assenza delle vecchie istituzioni di partito. Resta però che il rosso è ormai sbiadito, mentre il bruno è oggi rinvigorito e all’offensiva contro l’Europa liberal-tecnocratica e impersonale, che chiede sacrifici su green, welfare e diritti del lavoro. Oltre che sull’accoglienza degli immigrati a spese delle periferie più povere, come in una Sassonia ormai priva delle industrie smontate.

È ovvio che questo contraccolpo generale sia stato frutto della politica europea, che ha rotto con la Russia e con i benefici energetici connessi. Una politica che oggi vuole rilanciare l’economia con un riarmo keynesiano militare, usato come moltiplicatore degli investimenti e della domanda aggregata, ma che scalza i servizi e non promette posti di lavoro. Una spesa di 6.800 miliardi con il 5% del PIL in difesa nell’UE a 27 rappresenta un salasso mostruoso ai danni del welfare e del lavoro.

Si riproduce così la dinamica che generò i fascismi: masse impoverite e deluse da liberali e socialisti che insorgono e confluiscono verso il movimento-regime intriso di componenti rosse ormai sconfitte. In tal senso, il rossobrunismo è un fenomeno ricorsivo della storia, in cui il rosso scompare e annega nel bruno vittorioso, in un quadro di sconfitta totale del movimento operaio dovuta a errori settari e massimalisti. Così accadde negli anni venti e trenta, e così rischia di accadere ancora laddove a sinistra non si colga l’urgenza di rivendicare in proprio il tema dell’interesse nazionale democratico, contro il globalismo liberale europeo che ha imboccato la strada della guerra e del riarmo a spese delle masse impoverite.

Quanto all’Europa nello specifico, il rossobrunismo non esiste o è un falso concetto. Da un lato riguarda esigue minoranze sradicate dai PC o formazioni di estrema destra di tipo neofascista; dall’altro è solo un epiteto spregiativo e strumentale per colpire quella parte della sinistra critica, movimentista, classica, pacifista e post-populista (come il M5S) che si oppone alla geopolitica di guerra europea, vista come antemurale armato contro la Russia con armi ed energia americane. Quanto alla Francia, lo stesso Mélenchon — espressione del profilo sociale più radicale in Europa — non ha alcunché di rossobruno: condanna anzi con la massima forza l’aggressione russa pur auspicando una forte diplomazia, esattamente come molti volti della sinistra critica tedesca.

In conclusione, i rossobruni non esistono, o non esistono più. È stato ed è un concetto e una sindrome che si è dissolta da sé. Continuare a insistervi da parte euro-liberale, addirittura in chiave poliziesca come fa Carlo Calenda, serve a un solo scopo: demonizzare con l’accusa di putinismo il popolo e le élite democratiche che reclamano la fine del ciclo liberista e di guerra di questa Europa. Un’Europa che sta tentando una gigantesca controrivoluzione passiva dall’alto, di tipo militare e industriale, dopo la rottura con la Russia, ma che finora sta scatenando unicamente la reazione nerobruna: l’unica reale, stante il fatto che il rosso è ormai sbiadito e da tempo ininfluente.

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