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L’AfD tra protesta popolare e oligarchie tecnologiche


9 Set , 2026|
| 2026 | Visioni

La bocciatura della vecchia Germania

Il voto della Sassonia-Anhalt rappresenta prima di tutto una condanna delle politiche dell’Unione Cristiano-Democratica. Gli elettori hanno respinto una linea fondata sul riarmo, sulla contrapposizione permanente con Mosca e sull’accettazione quasi religiosa delle scelte strategiche compiute a Washington e a Bruxelles. Sarebbe però imprudente interpretare automaticamente l’avanzata dell’Alternativa per la Germania come l’inizio di una liberazione nazionale.

Il partito raccoglie certamente il disagio di una parte della popolazione: lavoratori impoveriti, ceto medio sotto pressione, imprese colpite dall’aumento dei costi energetici, cittadini dell’Est che continuano a sentirsi periferici rispetto ai centri decisionali della Germania occidentale. Sono preoccupazioni concrete, spesso liquidate dalle forze centriste come manifestazioni di arretratezza, estremismo o nostalgia.

Ma il voto di protesta non coincide necessariamente con il programma di chi lo intercetta. Ed è proprio qui che comincia l’ambiguità dell’Alternativa per la Germania.

Due destre nello stesso partito

All’interno del partito convivono almeno due concezioni della Germania. La prima, rappresentata soprattutto da Tino Chrupalla, è nazionalista, conservatrice e orientata verso un riequilibrio eurasiatico. Vorrebbe sottrarre Berlino alla dipendenza strategica dagli Stati Uniti, ricostruire i rapporti con la Russia e favorire un sistema internazionale multipolare.

La seconda, riconducibile ad Alice Weidel, guarda invece agli ambienti del capitalismo tecnologico statunitense. È una destra favorevole alla deregolamentazione, alla riduzione del ruolo pubblico nell’economia e alla libertà quasi assoluta dei capitali e delle grandi imprese digitali. Questa componente sembra progressivamente prevalere, anche perché dispone di interlocutori internazionali, mezzi finanziari e capacità di comunicazione incomparabilmente superiori.

L’Alternativa per la Germania rischia così di trasformarsi nel punto d’incontro fra il malcontento popolare tedesco e gli interessi di una nuova oligarchia tecnologica transnazionale. Gli elettori protestano contro le classi dirigenti, ma potrebbero consegnare il proprio consenso a poteri economici ancora meno controllabili attraverso gli strumenti democratici.

Energia russa per la Germania digitale

Il programma tecnologico ed energetico del partito rende visibile questa contraddizione. L’obiettivo dichiarato è raddoppiare entro il 2030 la capacità dei centri di elaborazione dati e quadruplicare la potenza destinata all’intelligenza artificiale. Ma una simile trasformazione richiede quantità immense di energia, reti stabili, investimenti infrastrutturali e approvvigionamenti continui.

Da qui la richiesta di riaprire le centrali nucleari e revocare le sanzioni contro la Russia, così da recuperare energia a prezzi inferiori. In questa prospettiva, il riavvicinamento a Mosca non nascerebbe necessariamente dalla volontà di edificare una nuova architettura di sicurezza europea. La Russia verrebbe considerata soprattutto come una riserva di gas, petrolio, uranio e materie prime necessarie ad alimentare la nuova economia digitale tedesca.

Mosca cesserebbe di essere il nemico assoluto, ma non diventerebbe per questo un autentico partner strategico. Sarebbe piuttosto un fornitore conveniente. La distensione assumerebbe quindi un carattere commerciale e funzionale: energia russa per elaboratori tedeschi, materie prime eurasiatiche per una potenza industriale trasformata in piattaforma digitale.

La benedizione degli oligarchi americani

L’intervento di Elon Musk nella politica tedesca non può essere considerato un semplice gesto di simpatia personale. L’affermazione secondo cui soltanto l’Alternativa per la Germania potrebbe salvare il Paese, accompagnata dall’uso della rete sociale X per amplificare Alice Weidel, segnala la nascita di un asse politico e comunicativo fra la destra tedesca e una parte dell’oligarchia tecnologica statunitense.

Intorno a questo mondo gravitano anche gli ambienti riconducibili a Peter Thiel, cofondatore della società Palantir e figura di riferimento della nuova destra americana. Palantir non è una normale impresa informatica: opera nell’analisi dei dati, nella sicurezza, nell’informazione militare e nei sistemi utilizzati dalle amministrazioni pubbliche e dalle forze armate. Quando simili gruppi sostengono movimenti politici europei, la distinzione fra investimento economico, influenza ideologica e penetrazione strategica diventa sottile.

L’obiettivo non sembra essere una Germania realmente sovrana, ma una Germania sottratta alla vecchia classe dirigente europea e inserita in una diversa rete di dipendenze: meno subordinata alla burocrazia di Bruxelles, forse, ma più esposta al potere delle grandi società tecnologiche americane.

Il paradosso della sovranità

Sul piano economico, il progetto presenta una contraddizione evidente. Il partito promette protezione nazionale, sicurezza dei confini e difesa dell’identità tedesca, ma sostiene contemporaneamente un modello nel quale capitali, tecnologie e informazioni circolano senza un autentico controllo pubblico. Lo Stato dovrebbe essere forte contro immigrati e oppositori, ma debole di fronte ai grandi gruppi economici.

Sul piano militare, la digitalizzazione tedesca avrebbe conseguenze ancora più profonde. Intelligenza artificiale, analisi dei dati, sorveglianza, sistemi autonomi e infrastrutture informatiche sono ormai parte integrante della guerra contemporanea. Una Germania tecnologicamente potenziata, ma dipendente da piattaforme e società statunitensi, non conquisterebbe una vera autonomia strategica. Potrebbe invece diventare un laboratorio avanzato dell’apparato militare e informativo occidentale.

La riapertura verso la Russia non garantirebbe pertanto l’uscita dalla logica dei blocchi. Berlino potrebbe acquistare energia da Mosca continuando a dipendere dagli Stati Uniti per le tecnologie, le informazioni e la sicurezza. Sarebbe una politica di equilibrio commerciale, non necessariamente una rivoluzione geopolitica.

Il rischio del tecno-autoritarismo

La possibile fusione fra nazionalismo identitario, concentrazione della ricchezza e potere algoritmico viene definita dai critici tecnofascismo. Non si tratta del ritorno meccanico ai regimi del Novecento, ma di una forma nuova di dominio: una società nella quale poche imprese controllano dati, comunicazione, infrastrutture, sicurezza e accesso allo spazio pubblico.

In questo modello il cittadino viene difeso retoricamente come membro della nazione, ma perde progressivamente potere come soggetto politico. Può scegliere chi governa, ma non chi programma gli algoritmi, possiede le reti digitali, raccoglie le informazioni personali o stabilisce quali opinioni debbano essere rese visibili.

Per questo la sconfitta dei partiti responsabili dell’impoverimento industriale tedesco, della rottura con la Russia e della militarizzazione dell’Europa può essere accolta come un segnale politico importante. Non basta però a trasformare l’Alternativa per la Germania in una forza di emancipazione.

Una protesta popolare può rovesciare una classe dirigente e, nello stesso momento, aprire le porte a un’altra oligarchia. Cambiano i volti, cambiano le parole d’ordine, ma la sovranità resta altrove: ieri negli apparati di Bruxelles, domani forse nelle sale operative dei colossi tecnologici americani.

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