Dal dibattito sul woke alla Palestina: perché parole, diseguaglianze e rapporti di potere non possono essere separati.
A fine agosto sulla stampa italiana si è discusso per qualche giorno di woke. Come spesso accade, dentro una sola parola sono finite questioni molto diverse: dal linguaggio inclusivo al politicamente corretto, dalle identità alla cancel culture. Ma dietro la confusione delle definizioni c’era una domanda che valeva la pena prendere sul serio: in questi anni la sinistra ha dato troppo spazio al riconoscimento delle differenze e troppo poco alle diseguaglianze, al lavoro, ai salari?
Ci abbiamo ripensato in questi giorni leggendo una notizia su Tony Blair che sembra portare quella domanda da tutt’altra parte.
Jeremy Greenstock, che è stato ambasciatore britannico alle Nazioni Unite e poi rappresentante speciale del Regno Unito in Iraq, ha raccontato di aver saputo da una fonte di livello ministeriale che Blair sarebbe stato incaricato dal Board of Peace di chiedere all’Autorità palestinese di eliminare dai programmi scolastici ogni riferimento alla parola “Palestina”. Il Tony Blair Institute ha smentito in modo categorico, dichiarando che Blair non ha mai formulato, trasmesso o sostenuto una simile richiesta. Non sappiamo quindi se l’episodio sia avvenuto realmente — ma ahimè non ne saremmo sorpresi —; resta però qualcosa su cui vale la pena soffermarsi: al centro di una vicenda tanto grave ci sarebbe una parola, Palestina.
Ed è difficile non vedere il paradosso: mentre discutiamo se una parte della sinistra abbia dato troppa importanza alle parole, una controversia internazionale nasce proprio intorno alla possibile cancellazione di un nome.
Forse allora il problema non è soltanto quanto contano le parole. Conta anche chi può sceglierle, chi riesce a svuotarle e chi può permettersi di cancellarle.
La critica al woke ha una dose di verità che sarebbe inutile negare: una parte del progressismo ha finito per confondere il riconoscimento con la trasformazione, imparando a nominare identità, generi e differenze mentre diventava molto meno radicale quando si parlava di salari, precarietà, rendite e concentrazione della ricchezza.
Anche il capitale ha imparato in fretta quella lingua. Ha scoperto che poteva cambiare il proprio vocabolario molto più facilmente di quanto fosse disposto a cambiare i rapporti di lavoro: inclusione e diversity potevano convivere benissimo con salari bassi, appalti al ribasso e lavoro precario.
Questa critica coglie qualcosa di vero, ma il problema nasce quando si fa un passo in più e si conclude che da una parte ci sia la questione sociale (quella autentica), mentre dall’altra ci siano genere, razzismo, migrazioni e identità, che avrebbero distratto la sinistra dalle condizioni materiali.
È proprio questa separazione che non convince. E non soltanto perché la società di oggi è più complessa di quella che alcune rappresentazioni tradizionali della classe continuano a presupporre. C’è una ragione politica più profonda, che appartiene alla tradizione da cui la sinistra italiana proviene e che Gramsci aveva posto al centro del proprio pensiero: i rapporti di potere non si mantengono soltanto attraverso la proprietà, il salario o la coercizione; durano anche quando riescono a costruire consenso, a organizzare una visione del mondo e a far apparire naturale ciò che invece è il risultato della storia e dei rapporti di forza.
È da qui che conviene partire, perché se prendiamo sul serio questa idea diventa difficile separare nettamente la materia dalla cultura, l’economia dalle rappresentazioni e la classe dalle forme attraverso cui una società stabilisce chi vale di più e chi vale di meno.
La classe, del resto, non viene prima delle persone che la compongono. La possibilità di sfruttare qualcuno dipende anche dalla possibilità che quella persona ha di dire no. E questa possibilità cambia se si è uomini o donne, se si ha o non si ha la cittadinanza, se il permesso di soggiorno dipende dal lavoro, se si hanno figli o persone da assistere, se si dispone di una famiglia in grado di sostenere chi perde il reddito.
Il caporalato si serve anche del razzismo, perché la vulnerabilità di un lavoratore straniero ne abbassa il potere contrattuale. Il lavoro di cura continua a essere distribuito in modo diseguale anche perché esiste una gerarchia tra uomini e donne che non nasce sul mercato del lavoro, ma produce conseguenze molto concrete proprio dentro quel mercato. Le gerarchie economiche non sostituiscono le altre: spesso funzionano attraverso di esse.
È precisamente qui che il pensiero di Gramsci conserva la sua forza. L’egemonia non riguarda un mondo separato dall’economia e non è un elegante sinonimo per parlare soltanto di cultura. Riguarda il modo in cui un ordine sociale riesce a diventare anche un ordine mentale, morale e politico — e quindi il modo in cui gli interessi di chi esercita il potere riescono a presentarsi come ragionevoli, naturali o perfino universali.
Cultura, istituzioni, intellettuali e senso comune fanno parte di questo processo. Non sostituiscono i rapporti materiali e non li rendono meno importanti, ma contribuiscono al modo in cui quei rapporti vengono accettati, giustificati e riprodotti.
La questione meridionale ne è un esempio vicino alla nostra storia: la subordinazione economica del Mezzogiorno poteva essere spiegata attribuendola agli stessi meridionali, alla loro presunta arretratezza e inferiorità. In questo modo una relazione prodotta dalla storia trovava una giustificazione nelle caratteristiche di chi la subiva.
È un passaggio importante anche per il ragionamento di oggi. Non c’è bisogno di attribuire a Gramsci categorie che appartengono al nostro tempo; basta conservare una delle intuizioni fondamentali che attraversano il suo pensiero: una gerarchia è più difficile da rovesciare quando riesce anche a convincerci di essere naturale.
Per questo l’intreccio tra sfruttamento e costruzione dell’inferiorità non è arrivato in Europa con le università americane e non nasce con quello che oggi chiamiamo woke: ha una storia molto più lunga e appartiene alla migliore tradizione del pensiero critico italiano.
Naturalmente questo non rende buono qualsiasi linguaggio progressista. Una cosa è trovare un nome per qualcosa che prima non riuscivamo a vedere, un’altra è costruire un linguaggio che serve soprattutto a riconoscersi tra persone che frequentano gli stessi ambienti.
Negli ultimi anni è successo anche questo: parole e formule nate in contesti accademici o militanti sono entrate nei bandi, nelle fondazioni, nelle istituzioni e nelle imprese. Qualche volta hanno aiutato a vedere persone che prima restavano ai margini; altre volte sono diventate un codice, e chi non lo conosceva sembrava non avere neppure titolo per partecipare alla discussione.
Questa degenerazione esiste e non serve negarla, ma non significa che dare un nome alle cose sia irrilevante. Il feminicidio esisteva prima che usassimo questa parola; eppure, quando ogni donna uccisa veniva raccontata attraverso la gelosia, il raptus o una relazione finita male, era più facile considerare ogni morte una storia a sé. Un nome comune ha aiutato a mettere in relazione fatti diversi e a chiedersi che cosa avessero in comune.
Il nome non cambia da solo la realtà, ma può aiutarci a riconoscere ciò che avevamo davanti senza riuscire a leggerlo. Ed è qui che ritorna la Palestina. Negli ultimi tre anni non abbiamo assistito soltanto alla devastazione di Gaza: abbiamo anche discusso continuamente di come chiamare quello che stava accadendo — guerra, conflitto, operazione militare, crisi umanitaria, genocidio. Non sono parole equivalenti.
Nel settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati ha concluso che Israele ha commesso genocidio contro i palestinesi nella Striscia di Gaza (conclusione che Israele respinge). Diverso è il procedimento davanti alla Corte internazionale di giustizia, che non ha ancora deciso sul merito della causa avviata dal Sudafrica e che nel maggio 2026 ha stabilito nuovi termini per la fase scritta, prolungandola almeno fino al 2029.
È importante tenere distinti questi due piani proprio perché stiamo parlando del peso delle parole, ma la lunga discussione sulla parola genocidio ci dice quanto sia difficile sostenere che il linguaggio venga sempre dopo le cose.
Una crisi umanitaria ci porta a parlare di aiuti e di soccorso, mentre quando parliamo di un crimine dobbiamo anche chiederci chi ne risponde. Genocidio, inoltre, non è soltanto una parola più dura: appartiene al diritto internazionale e porta con sé obblighi e responsabilità precisi.
Il nome non crea ciò che è accaduto, ma cambia le domande che siamo costretti a porci.
È anche per questo che la vicenda che coinvolge Blair merita attenzione, indipendentemente dal fatto che l’accusa di Greenstock venga confermata o meno.
Blair non arriva oggi nella storia palestinese come un osservatore esterno. È stato primo ministro britannico durante la guerra in Iraq del 2003 e nel 2007, appena lasciato il governo, è diventato rappresentante del Quartetto per il Medio Oriente, occupandosi per anni del rafforzamento delle istituzioni e dell’economia palestinesi. Oggi ha di nuovo un ruolo nell’architettura internazionale costruita intorno al futuro di Gaza.
C’è qualcosa che attraversa questa storia e che vale la pena interrogare: da decenni la comunità internazionale discute di come preparare i palestinesi a governarsi mentre lo spazio nel quale quella sovranità dovrebbe esercitarsi continua a restringersi e frammentarsi.
Il rischio è che la Palestina passi lentamente dall’essere una questione di autodeterminazione a essere soltanto un problema amministrativo. Si parla allora di sicurezza, ricostruzione, investimenti, capacità gestionale e governance, mentre la domanda politica su chi debba decidere il futuro di quella terra rischia di scivolare sullo sfondo.
Ed è qui che il nome torna a contare: Palestina non indica soltanto un territorio, indica un popolo che rivendica una storia e il diritto all’autodeterminazione. Se qualcuno proponesse davvero di togliere quella parola dai libri scolastici palestinesi, il problema non sarebbe soltanto terminologico; riguarderebbe il modo in cui quel popolo può pensarsi e raccontarsi come soggetto politico. Non sarebbe del resto la prima volta che la diplomazia britannica decide chi, in quella terra, ha diritto a comparire come popolo: nella Dichiarazione Balfour del 1917 il governo britannico prometteva un focolare nazionale per il popolo ebraico in Palestina, mentre la popolazione araba — che ne costituiva la grande maggioranza — non veniva mai chiamata popolo e compariva soltanto come l’insieme delle “comunità non ebraiche” presenti nel paese.
Il potere, insomma, non si esercita soltanto sulla terra: si esercita anche sul modo in cui chi abita quella terra può comparire nella storia.
E qui torniamo, in fondo, a Gramsci. L’egemonia riguarda anche la capacità di stabilire quale rappresentazione della realtà diventi senso comune, quali soggetti siano riconosciuti come legittimi e quali rapporti di forza smettano perfino di apparire come tali. Il problema delle parole, visto da questa prospettiva, non è quindi un’alternativa alla politica materiale, ma una parte della lotta intorno al modo in cui quella realtà materiale viene interpretata, accettata o contestata.
A questo punto il dibattito italiano sul woke appare più piccolo della domanda che lo aveva aperto.
Una sinistra che conosce perfettamente il linguaggio dell’inclusione e non sa più parlare di salari ha certamente un problema. Se cambiamo le parole lasciando intatti affitti, rendite, precarietà e rapporti di proprietà, prima o poi quelle parole diventano insufficienti e rischiano perfino di diventare irritanti per chi vive condizioni materiali sempre peggiori.
Ma anche una sinistra che pensa di recuperare la questione sociale mettendo da parte genere, razzismo e migrazioni rischia di cercare una classe lavoratrice che esiste soprattutto nella propria immaginazione.
La classe lavoratrice italiana di oggi assiste gli anziani nelle case, consegna cibo, raccoglie nei campi, pulisce uffici, lavora nei magazzini, nella logistica, nella ristorazione e nei servizi. È composta da uomini e donne, italiani e stranieri, cittadini e persone la cui possibilità di rimanere in Italia dipende dal lavoro che riescono a mantenere.
Il caporalato sfrutta anche una gerarchia tra italiani e stranieri. Il divario salariale porta con sé una gerarchia tra uomini e donne. Il lavoro di cura gratuito produce una ricchezza che utilizziamo ogni giorno senza riconoscerla pienamente come tale.
Se togliamo tutto questo dalla classe non torniamo alla materia: semplicemente ne perdiamo una parte. Rimane però l’obiezione più importante, perché dare un nome alle cose può diventare un modo per evitare di cambiarle.
È successo molte volte. Possiamo adottare un linguaggio impeccabile lasciando intatte precarietà e diseguaglianze. Possiamo conoscere tutte le parole giuste conoscendo sempre meno la vita delle persone alle quali diciamo di rivolgerci. Possiamo perfino trasformare il linguaggio dell’inclusione in un nuovo strumento per stabilire chi appartiene al nostro ambiente e chi no.
Ma questo fallimento non dimostra che il nome sia inutile; dimostra, piuttosto, che una parola, quando viene separata dal conflitto materiale che l’ha resa necessaria, rischia di perdere la propria forza.
Gaza mostra anche il movimento contrario: mentre discutiamo se abbiamo nominato troppo, un popolo continua a lottare anche per il diritto di essere nominato.
Non sappiamo se Blair abbia davvero ricevuto l’incarico raccontato da Greenstock. Blair lo nega, ma rimane una domanda che non dipende dalla veridicità di quell’episodio: chi ha il potere di stabilire che cosa significhi Palestina, e chi può riconoscere o negare ai palestinesi la possibilità di essere soggetto politico della propria storia?
Forse il dibattito sul woke ha posto una domanda giusta cercando una risposta troppo semplice.
Una sinistra che sostituisce il salario con il pronome perde di vista qualcosa di essenziale, ma lo perde anche quella che pensa di ritrovare il salario mettendo da parte tutto ciò che contribuisce a stabilire chi può essere pagato meno, chi può essere ricattato più facilmente e chi ha meno strumenti per sottrarsi allo sfruttamento.
Il nome e il salario non sono due programmi concorrenti, perché riguardano entrambi i rapporti di potere, sebbene li guardino da punti diversi. Nominare senza cambiare i rapporti materiali può diventare un mero esercizio retorico tra persone che hanno già accesso alla stanza; ma provare a cambiare quei rapporti senza vedere le gerarchie che li attraversano significa rischiare di lasciare intatti proprio i meccanismi che rendono alcuni più vulnerabili di altri.
Forse è questo che la vicenda Blair restituisce al dibattito di fine estate.
Una sinistra che vuole tornare alle cose serie non ha bisogno di scegliere tra cose e parole: ha bisogno di capire come stanno insieme. Ed è proprio una lettura gramsciana del potere a ricordarci che non esiste prima la realtà materiale e poi, in un secondo momento, il modo in cui la raccontiamo. I rapporti di forza producono rappresentazioni, gerarchie, consenso e senso comune, mentre quelle rappresentazioni contribuiscono a loro volta a mantenerli o a renderli contestabili.
Il potere questa distinzione non l’ha mai fatta. Ha sempre saputo che governare significa anche stabilire chi può parlare, quale storia può raccontare e con quale nome può entrare nella storia.
Dovremmo allora chiederci perché alcune parole siano diventate così innocue da poter comparire nella brochure di una multinazionale, mentre altre continuano a produrre un conflitto non appena vengono pronunciate.
Palestina è una di queste.
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