Mentre la cultura italiana continua a vivacchiare intonando lascive piccole variazioni sulla sua deformità, senza però accorgersi di sé stessa e, per distrarsi un po’, in questa zufolante stagione di pace (pardon, di guerra), cerca di fingersi occupata da altri genocidi in giro per il mondo, da qualche tempo, sulla nostrana scena editoriale, appaiono ripetutamente libri su Carmelo Bene.
Pare, infatti, che studiosi e giornalisti di ogni risma e perfino giovani attori alla ricerca di sé stessi (tra un po’ speriamo anche gli attrezzisti e i truccatori, come avrebbe forse preferito lo stesso Bene) si siano tutti messi a lavorare alacremente per restituire l’opera di questo artista maledetto.
Segno, certo, della sua grandezza e del fatto che la sua personalità ha lasciato tracce profonde, ma forse anche di altro.
Personalmente penso che alla radice di questa tendenza, in un’Italia dove quasi nessuno legge più, ci siano soprattutto ragioni economiche, ovvero l’idea di poter avere qualche lettore in più, data la fama e la curiosità che Bene suscita ancora.
E poi quella di nobilitare sé stessi avendo a che fare con un ribelle, in modo magari da dimenticare per un attimo di non esserlo affatto.
Forse esagero, sta di fatto che a me tutto questo prodursi, o questa variegata (eppure monotona) produzione che tenta di spiegare e raccontare un artista che sostanzialmente si è spiegato assai da solo, mi puzza un po’, mi puzza di… Dio, avrebbe detto qualcuno.
Eppure probabilmente anche Bene avrebbe preferito questi tentativi di fare r-esistere ancora C.B. nelle coscienze, piuttosto che lasciarlo all’inesorabile oblio della sua avventura umana nell’incedere del tempo, insomma a quel «del quale poi non si sa più nulla» di macbethiana memoria. Nonostante il suo aver così tanto cercato, in vita, di mancare e mancare soprattutto a sé stesso.
Probabilmente, però, ciò che vogliamo in vita non è uguale a ciò che vogliamo in morte. O ciò che diciamo di volere in vita non è uguale a ciò che vogliamo dalla vita.
L’altra sera sono andato proprio all’Archivio Carmelo Bene, che il Polo Biblio-Museale di Lecce ospita da qualche tempo, per la presentazione di un libro di una ricercatrice di filosofia, Annalisa Presicce, dedicato a restituire la famosa esperienza televisiva di Bene al Costanzo Show, vissuta qualche anno prima della sua morte.
I relatori che hanno introdotto il libro, un sociologo e uno storico della letteratura dell’Università del Salento, che hanno fondato un centro studi dedicato alla Phoné di Bene, hanno evidenziato l’anomalia di quelle due trasmissioni, che appunto sono passate alla storia come momenti profondamente antitelevisivi. E lo hanno fatto dicendo, a mio parere, con piglio e autorevolezza, l’ovvio, ovvero nulla… che non si sapesse già.
Seduti su comode poltrone attorniate da resti o cimeli del teatro beniano e dai libri dell’artista salentino, esposti in una splendida libreria a muro, e soprattutto lontani dalla volgarità del salotto televisivo, si sono messi a raccontare di questa esperienza, definendola anomala per il «personaggio Bene» che invece, a loro dire, ha dedicato tutta la sua vita a calcare solo le scene dei teatri, piccoli, grandi o inesistenti che fossero.
E alla fine della loro rigorosa esposizione, forse per mettere ancora di più una distanza con il chiacchiericcio televisivo, non c’è stato alcun dibattito con gli astanti intervenuti per onorare la presentazione. Solo una timida domanda è echeggiata prima che tutti lasciassero compostamente la sala. Un attore di mezza età, infatti, con curiosità a suo dire giustificata dalla povertà con cui vive il suo mestiere, ha chiesto quale fosse stato il cachet pagato a Bene per queste sue partecipazioni in tv. La risposta dei relatori, un po’ meravigliati da tanta prosaicità, è stata, però, che questo non lo sapevano, ma che pensavano che probabilmente almeno una non fosse stata pagata.
Per un attimo ho pensato di intervenire; ma poi, dato che mi aspettavano già in campo per giocare a pallone, ho preferito scappare via da quel salotto dove, sinceramente, non rintraccio molto l’anima di un artista che anch’io ho amato e studiato intensamente.
Del resto, in quell’attimo d’indecisione, mentre qualcosa mi spingeva a dover un po’ arrogantemente provare a difendere qualcosa che neanche ora saprei dire bene cosa fosse, avrò pensato pure che, correndo via, andavo comunque a fare qualcosa che Bene amava molto; e che dunque non lo avrei tradito, ma anzi me lo sarei portato dietro o dentro, a inseguire con me questo benedetto pallone che sfugge sempre. Nonostante tutto.
A differenza di Pasolini, che era un interessante trequartista (un potenziale numero 7 che avrebbe potuto fare carriera in qualche piccola squadra di provincia), Bene non sapeva tirar calci se non per finta, ma guardava molte partite di calcio e per un periodo ha frequentato, come ospite e commentatore d’eccezione, il famoso Processo del Lunedì di Biscardi, dove il chiacchiericcio assurgeva a un’intensità tale da diventare a volte oscenamente insopportabile. Probabilmente pure per i migliori frequentatori del bar dello sport, cioè per quell’italiano medio che, dagli anni Settanta in poi del secolo scorso, è diventato anche il medio spettatore del medio consumo televisivo.
Se ricordo questo, è per evidenziare che Bene con la televisione ha certo avuto un rapporto, magari non di grande costanza, ma, io credo, non del tutto marginale nello sviluppo della sua carriera artistica. Un rapporto di cui, a mio parere, era ben consapevole.
Un rapporto conflittuale e strumentale, che gli è servito non tanto a raccontare o a mostrare in modo «popolare» il suo lavoro artistico, quanto ad acquisire quella notorietà che sapeva bene poteva aiutarlo nella sua produzione teatrale e cinematografica. E che ha contribuito a renderlo il protagonista assoluto del teatro d’arte del secondo Novecento, nonostante non sia stato l’unico della sua generazione, come di quelle successive, a essere geniale e «ribelle».
Lasciamo stare la funzione che la Rai ha avuto nella società italiana dagli anni ’50 in poi, la sua evoluzione e devoluzione o il cambiamento avvenuto nella nostra cultura con l’avvento delle televisioni private, e cerchiamo per un attimo di prendere in considerazione solo il motivo per cui, dopo anni di poco lavoro o di quasi assenza dalle scene teatrali italiane, Bene si sia permesso di apparire ancora a tutti noi proprio da Costanzo.
Questa è, infatti, la domanda, a mio parere, più importante e legittima da farsi di fronte a questo evento mediatico, domanda che il critico Ugo Volli, a un certo punto della prima delle due puntate, pone proprio all’artista salentino.
E nella sua risposta si possono probabilmente scorgere le parole più interessanti e «nuove» tra tutte quelle dette in questo tempo televisivo pur così divertente, «sovversivo» e fascinoso, rimasto alla storia.
Egli risponde, infatti, prima di tutto che non aveva affatto smesso di lavorare, ma che se n’era andato a fare ricerca a Mosca, invitato dai russi profondamente interessati (come del resto i francesi) a studiarlo e capirlo. E poi aggiunge perfino che Bruno D’Alessandro, allora direttore dell’ETI, aveva detto ai russi che era morto, quando lo stavano appunto cercando per invitarlo.
Dalle sue parole si evince inoltre che questa fuga dall’Italia sia stata vissuta male dal Ministero della Cultura italiano, che così, nel 1993, cancella le sovvenzioni pubbliche alla sua compagnia Nostra Signora srl.
Nel silenzio imbarazzato del pubblico, dove ci sono anche altri critici e studiosi di teatro, Bene fa leggere a Costanzo una lettera dell’ETI che informa l’organizzatore di Bene dell’impossibilità di programmare uno spettacolo della compagnia, poiché essa non è più sovvenzionata dallo Stato.
Infine informa Volli (e tutto il pubblico) che per lui, ora, non è più possibile neanche affittare o andare a incasso nei teatri italiani, poiché essi sono obbligati a ospitare solo spettacoli di compagnie sovvenzionate, per la nota faccenda dei borderò…
Ora, che importanza hanno queste notizie, questi tecnicismi burocratici di fronte alle altre succose e geniali digressioni e battute che Bene esterna durante le due puntate in questione?
A mio parere si tratta di qualcosa di molto importante, che, col senno di poi, può essere compreso ancora meglio.
Alla fine degli anni Ottanta, il teatro italiano va a morire, come va a morire gran parte di quella vitalità creativa ed esistenziale di straordinaria intensità che, dal dopoguerra, aveva caratterizzato la produzione e la vita culturale italiana.
Il sostegno pubblico va a incancrenirsi, irreggimentandosi in un controllo sempre più omologante e asfissiante che, appunto, non lascia spazio alla libera iniziativa imprenditoriale, alla possibilità di una ricerca effettiva e dunque anche coraggiosa e rischiosa. Un controllo che, di fatto, riduce (pur, in alcuni casi e momenti, finanziando maggiormente la produzione) le possibilità del mercato, la sua, si potrebbe dire, ampiezza e complessità. Tutto si semplifica, complicandosi burocraticamente.
Può darsi che questa sia una mia «percezione» delle cose, anche se essa è stata vissuta sulla pelle del mio fare, del mio agire concreto sia come artista che come produttore o direttore artistico. Sta di fatto che, per riconoscerla, forse si potrebbe osservare l’esito che tale cambiamento ha avuto sul piano sociale o, meglio, sul livello culturale del cittadino italiano. Quando parlo di livello culturale, non mi riferisco solo o tanto all’acculturazione scolastica e a come essa avvenga, alla disponibilità a frequentare o comprare dei prodotti culturali, quanto soprattutto alla salute del cittadino, alla sua capacità di essere attivo e non apatico, coraggioso e non conformista, insomma al suo generale «stato» esistenziale. In altre parole, a quella complessiva condizione psichica che dovrebbe essere sempre il termometro di ogni indagine o riflessione politica seria.
Naturalmente non dimentico l’influenza che lo «stato» economico ha sulla nostra psiche ma, appunto, interiorizzo il rapporto che la cultura ha sul «livello» economico degli individui, ovvero quella relazione ampiamente provata tra ricchezza culturale e ricchezza economica.
Dunque, alla fine di questi anni Ottanta, l’Italia comincia a non essere più un Paese ricco e vitale e, mentre si spegne quell’intraprendenza, quella capacità di investire e osare che aveva caratterizzato il dopoguerra (rintracciabile anche nell’esperienza migratoria), il cittadino diventa sempre più individualista, solo, arido, mi permetto di dire perfino insensibile. La proverbiale capacità empatica del «cuore» italiano comincia a ridursi e con essa la capacità di abitare, all’opposto, il «distacco» dalle cose. Di saper abitare in modo fertile gli opposti, la complessità. Si riducono le possibilità di essere uomini, di vivere la propria umanità in modo appunto complesso e perfino contraddittorio.
Il cittadino «investe» sempre meno (credendo sempre meno alle sue possibilità e a quelle della vita) e lo Stato, che non era stato forse capace di ottenere una vera omologazione nel ventennio fascista, diventa fascista con la burocrazia; così come la società dei consumi lo diventa attraverso la catena di montaggio della comunicazione, che lo sviluppo tecnologico rende sempre più potente e condizionante.
Sì, Pasolini, per me, aveva ragione e queste cose le aveva viste con estrema chiarezza già alla fine degli anni Sessanta.
Probabilmente anche queste cose sono state già dette e dunque potrebbero apparire a un lettore mediamente acculturato come ovvie. Eppure sento il bisogno di ribadirle perché, a mio parere, in questi ultimi quarant’anni la cultura italiana, invece, non è stata in grado di proporre, a vari livelli, una riflessione seria e profonda sulla storia del Paese. Non è stata in grado di fare né bilanci profondi né autentiche ammissioni di responsabilità, specie a sinistra, cioè in quel mondo che storicamente ha sempre «controllato» o provato a occuparsi della dimensione culturale dell’individuo e delle masse.
Dunque, Bene parla di questo e, al di là della sua vicenda personale, dell’importanza del suo lavoro, mette in campo una «questione» di grande rilevanza sociale e storica.
Oggi il teatro italiano, e non solo esso, continua a sfornare produzioni, prodotti, con incentivi sempre maggiori dedicati alla produzione giovanile, a quella femminile, a quella transgender, dopo aver «accolto» quella proveniente da altri popoli, in specie quelli non (o poco) «occidentali».
Intanto la massa sta al cellulare e legge sempre meno, va ai tanti eventi culturali col bicchiere in mano e soprattutto sempre meno dimostra non solo o non tanto la capacità di saper proprio, o almeno, leggere (i dati statistici parlano di una semianalfabetizzazione del popolo italiano sempre più in aumento), ma di decifrare, attraversare criticamente un qualsiasi testo o gesto creativo, tenerlo dentro, conservarlo, farlo davvero proprio, immersa com’è in una costante e patologica dimensione consumistica. In una superficialità devastante.
Allora, mi chiedo: perché di fronte a questo evento ci si occupa di confezionare un ennesimo testo scritto rivolto sostanzialmente agli addetti ai lavori (riducendo, tra l’altro, l’ampiezza discorsiva di un uomo di teatro che attraversava la parola annientandola nell’infinità delle possibilità della phoné) invece di provare soprattutto a proporre una riflessione che possa servirci a capire le ragioni e le modalità della nostra involuzione (dunque provando a migliorare la nostra condizione)? Perché ci si prodiga di interpretare un possibile messaggio segreto o di decodificare culturalmente l’opera di Bene, invece di «sentire» le ragioni politiche di questa sua partecipazione televisiva?
Che bisogno aveva Carmelo Bene di partecipare al Costanzo Show e quale bisogno aveva la società italiana di sentire le sue parole, di accorgersi della sua «solitudine»?
Di rendersi conto che un grande artista italiano, un poeta del teatro, non appartiene solo al proprio Paese, ma ha un valore universale, qualcosa che va oltre lo spazio e il tempo, dunque la Storia? Riconoscendo allo stesso tempo che noi italiani dimostriamo sempre di non riuscire a «riconoscerci» e valorizzarci tra di noi?
Accanto a queste domande, questa vicenda poi non può non farmi riflettere più in generale sulla funzione della memoria e su quella degli archivi, in specie quelli degli artisti.
Una questione di estrema importanza in un mondo tecnologico che è diventato un enorme archivio privo di anima. Privo del fuoco «reale» delle persone.
Eppure, qualcuno potrebbe far notare che forse è proprio questa neutralità delle informazioni a rendere oggi il passato più «aperto», più libero. Che la tecnologia opera una sorta di purificazione nei confronti della memoria.
Del resto, lo stesso Bene voleva oggettivare la sua anima in una macchina attoriale (C.B.), anche se poi non riusciva a spegnere del tutto la sua «poesia» con i tanti watt con cui la amplificava; e concepiva il (suo) teatro al di là e perfino contro lo spettacolo, contro le opere, pur volendo fare di sé stesso un capolavoro. Il capolavoro. Desideri, azioni che si muovono dentro una contraddizione evidente, se per diventare dei capolavori bisogna prima di tutto diventare sé stessi, come diceva Nietzsche. E non delle macchine.
Le contraddizioni, si sa, possono essere non solo inevitabili, ma piuttosto fertili. Se riconosciute. Personalmente continuo a dare molto potere soprattutto alle domande, anche se, a volte, appaiono inutili, incapaci di dare subito dei frutti evidenti.
Eppure, di fronte a questo confine a cui ora siamo arrivati, dove, dall’altra parte, degli strani esseri non nati da donna (replicanti, robot, umanoidi sempre più vivi) sembrano osservarci in silenzio, che cosa ci resta da fare se non provare a interrogarci ancora sulla nostra identità? O meglio, sulla nostra funzione?
Mi sembra che non sia solo Bene a sollecitarci, né questo Bene e questo Male che da secoli ci perseguitano, in ogni modo. Questa volta, la domanda appare davvero una questione di sopravvivenza.
Del resto, probabilmente anche loro, questi strani esseri, hanno cominciato a chiedersi, nel loro segreto, se possa esistere o meno la possibilità di essere sé stessi mancando… a sé stessi.
E mentre si stanno chiedendo quale sia il segreto rapporto che unisce il creare con il distruggere, il mondo pare cominciare a scorrere a una velocità diversa.
Così, che facciamo ora? Vogliamo lasciarli soli a interrogarsi, questi umanoidi, mentre sempre più incessantemente interroghiamo questa loro diversa intelligenza, che appare indifferente a qualsiasi frustrazione e desiderio di cambiamento, che appare essere al di sopra del vecchio e del nuovo?
Oppure proviamo a vedere se questa apparenza ci nasconde qualcosa?
In fondo, il mistero è ancora invitante per noi…
Personalmente, mi chiedo se sapranno abitarla pure loro, la contraddizione.
Se saranno mai in grado di conoscersi e smarrirsi fino in fondo. Se, insomma, potranno mai arrivare a diventare dei capolavori, come qualche artista…
Certo, rispondere a queste domande non è facile e forse solo il tempo potrà ricucire ciò che gli uomini generalmente sembrano non riuscire a fare.
O forse, col tempo, gli umanoidi diventeranno gli uomini e gli uomini gli… umanoidi.
Una profezia crudele ma, d’altra parte, a cosa servirebbe il tempo se non a cambiare le cose? O a chiudere i cerchi? Il tempo o… la memoria del tempo?
L’altra sera i relatori motivavano il senso e l’importanza di questo testo che presentavano, evidenziando il lavoro dell’autrice, che non ha solo trascritto minuziosamente le parole dette dall’artista durante lo show, ma ne ha svelato i presupposti teorici, filosofici, artistici attraverso un compendio critico e bibliografico strutturato e rigoroso. Sarà…
Eppure, credo sia importante chiedersi ancora oggi se chi si occupa di un artista (non solo della sua memoria) debba continuare sostanzialmente a rimettere in circolo le sue opere oppure debba anche cercare di occuparsi dell’impatto che questo lavoro, i capolavori, hanno col tempo, quindi con le nuove generazioni. Se la memoria può essere sciolta e non solo celebrata. Se essa può interrogare, indagare, fare ricerca, occuparsi di creare ponti veri, scintille che accendano o tengano in vita un fuoco che per sua natura non ha mai voluto o potuto spegnersi.
Insomma, chiedersi: chi e come può continuare a trasmettere il mistero e la visione di un poeta, senza tradire la sua natura e la sua complessità? La sua solitudine e la sua eredità. La sua contraddizione.
E poi, certo, quale fu la ragione che spinse Bene a presentarsi in televisione. Che effetto hanno avuto e hanno oggi quelle parole, quel modo, quel piglio, quella passione e quel distacco espressi insieme da un uomo che probabilmente sentiva anche vicina la fine della sua avventura terrena.
La prima cosa, proprio la prima, che Bene dice in risposta a Volli è: «… non ho stilato un programma prima di venire qua…».
Segno di cosa? Del fatto che è stato il caso a suggerirgli di andare o forse (com’è molto probabile) che il cachet offertogli fosse piuttosto buono?
Ho sentito dire che Carmelo era molto attento al denaro e che fu per questione di soldi che non si fece il Don Chisciotte progettato con Eduardo De Filippo.
O sintomo del suo egocentrismo? Oppure, ancora, della sua voglia di illuminare il mondo (distruggendo quella catena di montaggio dell’ovvio o del linguaggio di cui parla ripetutamente nelle trasmissioni), dunque di un interesse sociale? Quello stesso «richiamo» o volontà di cui dice di essersi liberato, di cui consiglia la liberazione?
Insomma, il segno, la prova di un’oscillazione fertile, di un’attitudine a… essere e non essere, piuttosto che essere o non essere?
Anche se a qualcuno il suo spleen può sembrare uno stato vicino alla follia… anche se, quando ride, sembra uscirgli dagli occhi il meraviglioso Totò che derideva tutti e tutto senza farsene troppo accorgere, non si può non riconoscere che egli sia in uno stato tanto complesso quanto emotivamente e intellettualmente vissuto con intensità e verità. Quelle cose che permettono di esprimersi con forza e chiarezza, di arrivare al di là delle parole e della loro possibilità di essere comprese.
Così, a ognuno di noi la risposta, che probabilmente soffia nel vento…
Il messaggio è il medium, diceva qualcuno.
La televisione divenne per un attimo teatro e il teatro televisione, in uno scontro non solo interessante o altamente spettacolare, ma probabilmente liberatorio.
Forse per questo quel momento continua a voler essere rivisto, a riprodursi nel mondo. A «illuminare» con la sua aura.
Qualcuno ha detto che desiderio e compito di tutti noi su questa terra dovrebbe essere proprio quello di liberarsi. E liberarsi anche dalla libertà… Questa strana libertà che ci ha illuso, ci ha costretto a essere figli di nessuno, ci ha impedito di ascoltare il potere del silenzio e il «silenzio» del potere.
Questa strana libertà finta e meschina che ci opprime e ci impiglia nella catena di montaggio dello Stato, della cultura, dei salotti, dei mondi virtuali e di quelli ordinari e che forse smette di farlo solo quando ci troviamo nel sogno sognante: lì dove, nello stesso istante, possiamo inciampare e scivolare come fossimo davvero qui, nell’acqua reale del mondo blu.
Perché, chi sarebbe capace di sopportare le frustate e le irruzioni del secolo, i torti dell’oppressore, gli oltraggi dei superbi, e le sofferenze dell’amore non corrisposto, gli indugi della legge, l’insolvenza dei potenti e lo scherno che il merito paziente riceve dagli indegni, se potesse egli stesso dare a sé stesso la propria quietanza con un nudo pugnale?
Quest’è una conclusione da desiderarsi devotamente.
Morire per dormire. Nient’altro. E con quel sonno poter calmare i dolorosi battiti del cuore, e le mille offese naturali di cui è erede la carne!
Morire, dormire, forse sognare. È proprio qui l’ostacolo…
O forse è proprio questa la conclusione da desiderarsi devotamente…
Addio Carmelo, che tu sia esistito o meno, il teatro è ancora qui…
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