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America, anatomia di una potenza che ha smarrito il centro


16 Set , 2026|
| 2026 | Recensioni

Andrea Muratore, C’era una volta l’America. Dall’11 settembre a Trump, la crisi di una superpotenza fragile, Newton Compton, 2026, 224 pagine.

Muratore non annuncia la fine degli Stati Uniti, né si affida alla facile profezia del sorpasso cinese. Indaga un paradosso: come possa la maggiore potenza militare, finanziaria e tecnologica del pianeta sentirsi assediata e disorientata. È la distanza tra forza reale e insicurezza percepita a dare unità al volume.

Il punto di partenza è l’11 settembre 2001, non soltanto come attentato, ma come trauma fondativo. Le Torri Gemelle segnano la fine dell’ottimismo seguito alla guerra fredda e inaugurano una stagione di reazioni sproporzionate. L’America invulnerabile scopre di poter essere colpita e, tentando di cancellare la ferita, finisce per allargarla: Afghanistan, Iraq, guerra preventiva, sorveglianza interna. Kabul, riconquistata dai talebani vent’anni dopo, diventa il simbolo di una potenza capace di vincere le battaglie e di perdere il senso politico della guerra.

Muratore tiene insieme strategia, economia e trasformazioni sociali. La tesi più convincente è che Donald Trump non sia l’origine della crisi, ma il suo prodotto. La sua ascesa nasce nelle periferie industriali impoverite, nella rivolta contro le classi dirigenti di Washington e nella sensazione che la globalizzazione abbia distribuito i profitti verso l’alto e i costi verso il basso. Il miliardario che promette di restituire il Paese agli esclusi è una contraddizione solo apparente.

L’11 settembre e l’ingresso della Cina nell’Organizzazione mondiale del commercio sono i due spartiacque del 2001. Mentre Washington inseguiva il terrorismo nelle montagne afghane e nei deserti iracheni, Pechino entrava nelle catene produttive mondiali e preparava la propria ascesa. Gli Stati Uniti hanno consumato energie contro avversari tattici, lasciando crescere il concorrente strategico. La risposta tardiva è arrivata con dazi, sanzioni, incentivi e controllo delle tecnologie. Il libero mercato, sacro finché consolidava il primato americano, è diventato meno sacro quando ha favorito altri.

Deindustrializzazione, disuguaglianze, crisi del 2008, pandemia e debito federale compongono il paesaggio materiale della frattura. Intanto i colossi tecnologici sono entrati in un nuovo complesso industriale, militare e digitale: dati, intelligenza artificiale e satelliti sono insieme attività economiche e strumenti di potenza. Sicurezza nazionale e sicurezza economica si sono fuse; il confine tra commercio e guerra è diventato più sottile.

Una superpotenza forte, una strategia fragile

Sul piano geopolitico, l’America ha perduto il baricentro prima ancora del primato. Resta superiore per capacità militare, innovazione, moneta e alleanze, ma procede in modo reattivo. Contiene Russia e Cina, favorendone la convergenza; pretende disciplina dagli alleati, ma cambia rotta a ogni amministrazione; difende l’ordine internazionale e ne piega le regole alle proprie esigenze. Ne deriva non ancora un mondo postamericano, bensì un sistema più disordinato, nel quale nessuno può sostituire gli Stati Uniti e molti possono ostacolarli.

Il libro attraversa con agilità guerre, finanza e conflitti culturali. Talvolta questa ampiezza comprime passaggi meritevoli di maggiore profondità, mentre l’11 settembre rischia di diventare una chiave troppo potente: crisi manifatturiera, polarizzazione e ascesa cinese avevano radici anteriori. Muratore evita però il determinismo. Mostra come quel trauma abbia accelerato tendenze già presenti e spinto la classe dirigente a confondere il movimento con la direzione.

Il titolo non celebra la scomparsa dell’America. Segnala la fine dell’America che credeva di poter organizzare il mondo senza comprenderlo. Il declino relativo non equivale alla rovina, purché Washington accetti di non essere più l’unico sole del sistema, riduca le fratture interne e scelga le priorità. È questa la lezione del volume: gli imperi non tramontano quando perdono tutte le risorse, ma quando non distinguono più tra ciò che possono fare e ciò che conviene fare.

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