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Il sol dell’avvenire come dispositivo di consenso
Una parte della cittadinanza continua a mobilitarsi attorno a valori, simboli e pratiche orientate a fini di solidarietà e giustizia sociale, mettendo a disposizione tempo, competenze e risorse. Il problema nasce quando quella partecipazione viene raccolta e orientata da soggetti politici e istituzionali che, mentre alimentano l’immaginario della trasformazione, governano la città secondo logiche che spesso ne contraddicono i presupposti.
A Roma una parte significativa della cittadinanza continua a cercare luoghi nei quali riconoscersi, partecipare e mettere a disposizione della collettività tempo, competenze e risorse personali. Sono spesso persone che non hanno incarichi politici, non militano nei partiti e hanno smesso da tempo di trovare nelle forme tradizionali della rappresentanza uno spazio adeguato alla propria domanda di partecipazione. Non per questo hanno rinunciato a un’idea esigente della cittadinanza, alla convinzione che esista una responsabilità verso ciò che è comune e che una parte della propria vita possa essere dedicata a qualcosa che non coincide con l’interesse individuale.
È una disponibilità preziosa, soprattutto in una fase in cui una parte della società legata alla tradizione popolare e democratica della sinistra si sente politicamente orfana. Molte persone continuano a riconoscersi nell’antifascismo, nel mutualismo, nella solidarietà, nei diritti sociali, nei beni comuni, nella difesa del territorio e nell’idea che le disuguaglianze non siano un dato naturale da amministrare. Quando incontrano spazi e iniziative capaci di parlare questo linguaggio, partecipano perché quei valori appartengono davvero alla loro storia e alla loro idea di società.
Intorno a questa disponibilità si è però costruito anche un sistema politico capace di tenere insieme piani diversi senza dichiararne fino in fondo la contraddizione. Da una parte vengono alimentati linguaggi, simboli e immaginari che appartengono alla tradizione della sinistra, anche radicale, e che evocano trasformazione, conflitto, beni comuni, difesa del territorio e critica della mercificazione. Dall’altra, gli stessi soggetti politici e istituzionali possono sostenere scelte di governo che procedono in direzione opposta: dall’assegnazione del Sant’Ambrogio alle vicende del biodigestore di Casal Selce, dal progetto dell’inceneritore di Santa Palomba alla trasformazione degli ex Mercati Generali di Ostiense. Scelte molto diverse tra loro, ma accomunate da un modello che tende a subordinare l’interesse pubblico alle esigenze della valorizzazione economica, immobiliare e finanziaria, attraverso concessioni di lungo periodo, grandi investimenti privati e accordi che trasferiscono quote rilevanti di potere sulle trasformazioni della città a grandi operatori economici e finanziari. Un modello che pone anche un problema di trasparenza, tracciabilità e controllo democratico sulla provenienza dei capitali, sugli assetti societari coinvolti, sugli interessi economici in gioco e sui rapporti che si consolidano tra amministrazione pubblica e soggetti privati. Il risultato è una politica urbana che scarica costi ambientali e sociali sui territori, mette patrimoni e risorse pubbliche al servizio di logiche selettive e di rendita, favorisce trasformazioni immobiliari rivolte prevalentemente alle fasce più abbienti e consolida forme di spartizione del potere economico sulla città, mentre restano irrisolti molti dei problemi materiali – casa, servizi, disuguaglianze, qualità ambientale – che quelle stesse narrazioni politiche dichiarano di voler affrontare.
È questa la responsabilità politica che va nominata. Non c’è soltanto una società civile che rischia di diventare organica al sistema di potere, ma un sistema di potere che usa consapevolmente registri differenti e che riesce a presentarsi contemporaneamente come interprete della trasformazione e come gestore di scelte perfettamente compatibili con gli assetti esistenti.
La contraddizione diventa evidente quando chi siede nelle istituzioni continua ad alimentare il racconto del sol dell’avvenire mentre, nella pratica amministrativa, sostiene decisioni che gravano direttamente sulla vita dei cittadini e delle cittadine. Si può parlare il linguaggio dei movimenti e nello stesso tempo imporre ai territori inceneritori e biodigestori in zone agricole, si può rivendicare la funzione sociale del patrimonio e contemporaneamente concedere beni pubblici attraverso operazioni che sollevano interrogativi politici sulla loro destinazione e sulle risorse impiegate, si può celebrare il diritto alla città mentre proliferano studentati di lusso e il caro affitti espelle una parte crescente della popolazione universitaria.
Il problema non sta nella complessità del governo, né nel fatto che amministrare comporti mediazioni. Sta nella pretesa di tenere insieme senza conseguenze politiche un immaginario radicale e una pratica che, sulle questioni materiali, ne contraddice spesso i presupposti. Quando questo accade, il linguaggio della trasformazione smette di descrivere una direzione e diventa una risorsa di legittimazione.
È qui che entra in gioco anche il rapporto con la cittadinanza attiva organizzata sul territorio. Esistono soggetti che costruiscono iniziative utili, contrastano solitudini, producono cultura, ricostruiscono comunità e offrono spazi reali di partecipazione. Proprio perché queste attività rispondono a bisogni autentici, riescono a raccogliere una disponibilità diffusa e generosa che non trova facilmente altri luoghi nei quali esprimersi.
Il punto politico non è negare il valore di queste esperienze, ma osservare cosa accade quando smettono di costruire autonomia e diventano parte stabile di un campo istituzionale che gioca su due tavoli. In quel momento l’organizzazione dal basso perde progressivamente la propria funzione critica e tende a trasformarsi in una cerniera tra una cittadinanza ancora disponibile alla partecipazione e un sistema politico che ha bisogno di quella partecipazione per continuare a rappresentarsi come progressista.
La responsabilità, in questo passaggio, non è simmetrica. Chi partecipa a un’iniziativa, offre tempo, mette a disposizione competenze o si riconosce in un progetto sociale lo fa perché crede nei valori che vi ritrova e perché sente di contribuire a qualcosa di collettivo. Diversa è la posizione di chi, nelle istituzioni, dispone degli strumenti per usare quella partecipazione come dote politica, incorporandola dentro una strategia di consenso che consente di mantenere un profilo radicale sul piano simbolico e una pratica assai più moderata o regressiva sul piano materiale.
È qui che la politica delle due mani diventa evidente. Con una mano si alimenta l’immaginario della trasformazione, si mantengono aperti rapporti con movimenti, associazioni e spazi sociali, si partecipa alla costruzione di un racconto identitario fondato sulla prossimità alla città solidale e resistente. Con l’altra si assumono decisioni che seguono logiche di valorizzazione, compatibilità economica e gestione dell’esistente, anche quando producono costi sociali e ambientali rilevanti.
La forza di questo dispositivo sta proprio nel fatto che i due livelli non vengono percepiti come incompatibili. Il patrimonio simbolico della sinistra consente di mantenere un legame con una parte di società che altrimenti faticherebbe a riconoscersi nelle scelte di governo, mentre la presenza di soggetti sociali credibili contribuisce a rendere quelle scelte più accettabili senza modificarne necessariamente la sostanza.
In questo quadro anche la cittadinanza attiva rischia di cambiare funzione. Quella che potrebbe diventare una forza autonoma, capace di organizzare conflitto e produrre pressione sulle istituzioni, viene progressivamente ricondotta dentro filiere politiche e relazionali già esistenti. Il passaggio non avviene perché le persone smettono di credere nei valori che le hanno mobilitate, ma perché il valore politico della loro partecipazione viene raccolto e orientato da soggetti che dispongono di strumenti, relazioni e accesso istituzionale.
È qui che la questione diventa anche elettorale. Il consenso non nasce soltanto nei mesi che precedono il voto, ma viene costruito negli anni attraverso reti, riconoscimenti, iniziative comuni, appartenenze simboliche e soggetti capaci di fare da intermediari tra società e istituzioni. Una parte della cittadinanza può non riconoscersi direttamente in un partito o in un’amministrazione e tuttavia sentirsi rappresentata da spazi, associazioni e reti che sono diventati parte stabile dello stesso campo politico.
In questo modo il consenso viene mediato e il repertorio culturale della sinistra acquista una funzione precisa. Non serve necessariamente a costruire un’alternativa, ma può servire a mantenere dentro lo stesso campo politico una parte di società che altrimenti potrebbe allontanarsene.
È questo il punto che merita di essere discusso senza indulgenza. Se i soggetti istituzionali alimentano consapevolmente un immaginario di trasformazione mentre portano avanti politiche che ne smentiscono i presupposti materiali, non siamo davanti a una semplice incoerenza. Siamo davanti a una strategia di legittimazione che usa il linguaggio, i simboli e le relazioni della sinistra per rendere compatibili tra loro scelte che sul piano politico non lo sono.
Una forza democratica, popolare e socialista dovrebbe essere giudicata su un terreno molto più semplice e molto più severo. Conta quanto patrimonio pubblico viene sottratto alla rendita, quanto la città rimane accessibile a chi vive di salario, quanto diminuisce il costo dell’abitare, quali interessi prevalgono nelle trasformazioni urbane, chi sopporta il costo ambientale delle infrastrutture e quale capacità reale hanno cittadini e territori di incidere sulle decisioni che li riguardano.
Se questi rapporti non cambiano, la quantità di linguaggio radicale, di iniziative sociali e di simboli progressisti che continua a circolare nella città rischia di funzionare soprattutto come dispositivo di riconoscimento e consenso.
La questione, allora, non è chiedere alle persone di partecipare meno, ma capire perché una disponibilità così ampia alla partecipazione venga così spesso ricondotta dentro un sistema politico che conserva il lessico dell’alternativa mentre governa secondo logiche molto diverse. Né basta che sul territorio continuino a esistere esperienze meritorie se chi le organizza rinuncia progressivamente a costruire autonomia e accetta di diventare parte della stessa filiera politica che dovrebbe poter contestare.
Quando accade, il problema non riguarda chi continua a credere nell’antifascismo, nella solidarietà, nei beni comuni o nella trasformazione sociale. Riguarda chi usa quella fiducia per mantenere insieme due mondi che dovrebbero entrare in conflitto e che invece vengono fatti convivere dentro lo stesso campo politico.
È lì che il sol dell’avvenire smette di indicare una direzione e diventa una scenografia.
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