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Il teachtoker o il nipote di Rameau scatenato
I grandi classici hanno il potere di parlarci sempre, offrendo in ogni epoca strumenti preziosi per leggere il mondo in cui viviamo. Alcune opere sono lenti d’ingrandimento: permettono di osservare nel dettaglio fenomeni complessi, che a un primo sguardo appaiono confusi. Altre sono prismi: scompongono la realtà nel suo spettro, ne mostrano le linee interne, le forze che la dominano e la muovono. Altre ancora sono fuochi di verità – o, per gli amanti dei grecismi, fuochi “aletheici”: bruciano le apparenze, la patina luccicante e di cartapesta che avvolge le cose, per rivelarne la natura mostruosa, contraddittoria e ambigua.
A quest’ultimo genere appartiene un piccolo testo di Diderot, Il nipote di Rameau, a metà tra romanzo, dialogo e satira. Chi vuole comprendere le logiche perverse del cinismo contemporaneo dovrebbe leggerlo.
Oggi avvicino la fiamma del nipote di Rameau a una figura cinica particolarmente insidiosa: il teachtoker. I social pullulano di insegnanti che costruiscono folte community attraverso densi storytelling: brevi reel motivazionali, interventi su temi di attualità, post ad alto engagement, video su nozioni delle discipline insegnate e, soprattutto, riprese in classe delle loro performance.
Non mi dilungherò su questi aspetti; consiglio la visione dell’archivio Instagram di Dario Alì, vero e proprio entomologo dei teachtoker, che con pazienza li individua, li studia e ne analizza comportamenti, evoluzioni e reazioni alle critiche.
Qui mi preme smascherare il volto cinico del teachtoker, ossia il filo che lo lega al nipote di Rameau di Diderot.
Chi è il nipote di Rameau?
Qualche cenno per inquadrare il testo di Diderot è d’obbligo. Mi scuso in anticipo con chi conosce bene la bibliografia secondaria: ciò che segue è una semplificazione, che tuttavia non intacca il discorso che intendo sviluppare.
Il nipote di Rameau si presenta come un dialogo – arricchito da intermezzi descrittivi e introspettivi – tra due personaggi: Io e Lui. Io incarna il filosofo, un uomo integro che tenta di seguire le virtù raccomandate dai filosofi antichi; Lui, alias Jean-François Rameau, è il nipote del celebre compositore francese Jean-Philippe Rameau. Clavicembalista e figura bizzarra della Parigi del XVIII secolo, Lui è noto per la vita vagabonda, il carattere irascibile e l’abitudine di vivere da parassita. Ha talento, ma preferisce comportarsi da cinico: mangiare e bere bene, e racimolare qualche soldo facendo il buffone nelle case dei ricchi.
Tra Io e Lui si sviluppa un serrato confronto. Io prova a contestare lo stile di vita di Lui, che trova però sempre argomenti spiazzanti. A differenza del dialogo socratico, qui la discussione non avanza: Rameau resta sulle sue posizioni; non vi è conversione, né aporia.
La battuta finale di Lui, «riderà bene chi riderà per ultimo» (D. Diderot, Il nipote di Rameau, in Id., Opere filosofiche, romanzi e racconti, a cura di P. Quintili e V. Sperotto, Milano, Bompiani, 2019, p. 2299), condensa in maniera icastica il dramma del cinismo moderno: un monstrum immune a ogni critica, capace anzi di scorticare le obiezioni e piegarle ai propri fini. Ma su questo aspetto tornerò più avanti.
La fame di Rameau e del teachtoker
In principio era la fame. Il nipote di Rameau è un uomo affamato: il suo stomaco brontola, lo tortura e, a un tempo, lo rende vigile e audace. La fame è il suo demone, il suo eros: gli aguzza l’ingegno, lo spinge a cercare mille espedienti, non sempre onesti, per guadagnare. Io si sforza invano di risvegliare la sua coscienza morale; Rameau replica seccamente: «la voce della coscienza e dell’onore è assai debole, quando le budella gridano» (ivi, p. 2235).
Io cerca allora di fargli capire che basta poco per soddisfare il bisogno di nutrirsi; potrebbe seguire l’esempio di Diogene il Cinico e mangiare quanto gli offre spontaneamente madre natura. Un argomento, a dire il vero, molto debole per un uomo della temperie illuminista.
Rameau risponde, infatti, «io ho bisogno di un buon letto, una buona tavola, un vestito caldo d’inverno; un vestito fresco d’estate; riposo, denaro e molte altre cose ancora che preferisco dovere alla benevolenza, piuttosto che acquisire con il lavoro» (p. 2297).
Come Rameau, il teachtoker ha fame, non di cibo ma di like, di aumentare il suo seguito. Ha, per ricorrere a un gioco di parole, fame di fama. Ogni like, ogni nuovo follower è una piccola scarica di dopamina: per provare quella sensazione è disposto a tutto.
Il teachtoker rappresenta una delle tante forme di dipendenza attiva dai social; a differenza di Rameau la sua fame, in quanto virtuale, non si placa mai.
Perso nel mondo dell’infosfera, è sospeso in uno stato onirico simile a quello descritto da Lucrezio nel De rerum natura (IV, 1097–1100). Il poeta latino paragona l’uomo vittima delle proprie passioni sfrenate a un assetato che dorme e sogna di bere:
«Come quando in sogno un assetato cerca di bere e non gli è data bevanda che nelle membra possa estinguere l’arsura, ma a simulacri di acque aspira e invano si travaglia e in mezzo a un fiume impetuoso bevendo patisce la sete» (Tito Lucrezio Caro, De rerum natura, A. Fellin, Torino, Utet, 2013, ed. digitale).
La fame, o l’arsura, del teachtoker non può essere spenta; il non-finito lo divora: deve crescere, fare proselitismo, creare hype. Il reale va sminuzzato in big data da dare in pasto agli algoritmi: la vita privata, la scuola, le letture, l’attualità; nulla può restare fuori. Tutto, però, va studiato: bisogna nutrire la fame con ordine e criterio. Per imporsi, l’esperienza educativa va spettacolarizzata, trasformata in pantomima.
La pantomima di Rameau e del teachtoker
Quando incontra Io, il nipote di Rameau ha da poco rotto con il ricco Bertin. Per lungo tempo ne aveva frequentato la tavola, intrattenendolo con buffonerie di ogni genere. Purtroppo, durante uno dei suoi sketch, Lui ha avuto un’uscita di cattivo gusto che ha provocato la rabbia del padrone. Confessa a Io il proprio rammarico: ora non ha più un sostentamento sicuro.
Nel rievocare con nostalgia i “bei tempi” a casa Bertin, Lui ricorda più volte e con fierezza le proprie abilità di commediante. A un certo punto si lancia in un’esibizione parossistica, fino a scivolare in una sorta di trance. Ne riporto i passaggi più suggestivi:
«Eccolo che si mette a passeggiare, mormorando a bocca chiusa qualche aria […]. Iniziava ad appassionarsi e a cantare a bassa voce. E nella misura in cui la passione aumentava, alzava il tono di voce; vennero poi i gesti, le smorfie del viso e le contorsioni del corpo. […] Ammucchiava e ingarbugliava insieme trenta arie italiane, francesi, tragiche, comiche di ogni specie di caratteri; ora con una voce di basso scendeva fino agli inferi, ora si sgolava e, contraffacendo il falsetto, dilaniava i toni alti, imitando con l’andatura, il portamento, il gesto, i diversi personaggi cantanti; volta a volta furioso, sdolcinato, imperioso, sghignazzante. Qui è una giovane fanciulla che piange e ne restituisce tutta la smanceria; là è prete, è re, è tiranno, minaccia, comanda, s’arrabbia; è schiavo, obbedisce, si placa, si dispera, si lamenta, ride […]. Sareste scoppiati a ridere per la maniera in cui contraffaceva le voci dei diversi strumenti. […] Che cosa non gli vidi fare? Piangeva, rideva, sospirava; guardava intenerito, o tranquillo o furioso; era una donna che impazzisce di dolore; era uno sventurato tutto abbandonato alla sua disperazione; un tempio che s’innalza; uccelli che tacciono al calar del sole; acque che mormorano in un luogo fresco e solitario o che scendono impetuosamente dall’alto delle montagne; un temporale; una tempesta, il lamento di coloro che stanno per morire, mescolato al sibilo dei venti, al fragore del tuono; era la notte con le sue tenebre; era l’ombra e il silenzio, perché il silenzio stesso si dipinge coi suoni. Aveva ormai perduto del tutto la testa» (ivi, pp. 2275, 2277).
Rameau ha un talento fuori dal comune: sa fingere emozioni dolci e violente, veste molteplici panni, dalla giovane fanciulla al prete, dalla ballerina al cantante. Imita gli strumenti musicali e suscita ilarità. Lui non è semplicemente “uno, nessuno e centomila”; è un individuo che, spinto dalla fame, è disposto a frammentare esponenzialmente il proprio io, a triturarlo in infinite piccole scaglie scintillanti, con l’unico obiettivo di ammaliare.
I teachtoker, dal canto loro, sono il nipote di Rameau scatenato. Grazie alle piattaforme social, possono esibirsi davanti a un numero potenzialmente infinito di spettatori e caricare in qualsiasi momento le loro performance. Le Frida Kahlo, i saggi barbuti e quelli spettinati, i don Bosco e i don Milani, i ciuffi sapienti e impertinenti, docenti fauni e docenti sirene, maestri empatici e montessoriane: Rameau si sdoppia, si triplica, si moltiplica, infetta con la sua viralità la narrazione educativa.
Sullo schermo scorre un caleidoscopio di immagini, sentimenti e posture: vi confluiscono la tristezza del precariato, la gioia dell’immissione in ruolo, l’abbraccio con l’alunno ripreso ad arte, il discorso da lifecoach, il successo e l’insuccesso.
Come Rameau, il teachtoker dà un’impressione di verità; e invece l’esperienza diventa commedia, interpretazione, indicizzazione. Egli traduce e insieme tradisce il vissuto.
Un comportamento non deontologico e poco professionale, anche se il teachtoker risponderebbe – non sui social – come Rameau, o meglio con parole meno profonde ma formulando il medesimo concetto:
«La virtù viene lodata, ma la si odia, la si rifugge; essa gela di freddo e a questo mondo bisogna avere i piedi al caldo» (ivi, p. 2241).
Ciò che riscalda il teachtoker è il freddo, impersonale mondo digitale: gli asettici like, l’evanescente numero dei follower.
L’unica temperanza utile è quella che può oleare l’algoritmo. L’uso eccessivo degli smartphone danneggia lo sviluppo cognitivo degli adolescenti? Giro un bel video da caricare sui social. Che diventi virale la guerra alla dipendenza social! Che la lotta alla dipendenza alimenti altra dipendenza e, soprattutto, la mia visibilità!
I ragazzi hanno bisogno di empatia e di presenza? Registro un video mentre stringo un bambino in piena crisi nervosa o uno studente della secondaria che sta per entrare in classe.
Così (s)ragiona il teachtoker, inseguendo e cavalcando il kairos, l’occasione propizia, come Rameau: sempre pronto a calarsi nella giusta tonalità, a seguire la corrente, a dipingere sul volto l’opportuna faccia cringe, l’espressione kairologica del disgusto e dell’approvazione, del pianto e della serietà; ad arricciare il naso, ad arrossire, a illanguidirsi, a lanciare baci e benedizioni alla community, a scagliare tuoni e lampi contro i detrattori, a indicare punti dello schermo dove per magia si accendono, come su una sorta di pronao virtuale del tempio di Apollo a Delfi, massime di saggezza: “ama il tuo alunno più di te stesso”, “sii empatico”, “sii autorevole”, “resisti”. E non dimenticare: fammi una donazione, compra il mio ultimo libro, paga il biglietto per ascoltarmi al teatro.
La lezione di Rameau e del teachtoker
Sebbene la sua “professione” consista nell’intrattenere i ricchi con divertenti pantomime, il nipote di Rameau si è dedicato saltuariamente anche all’insegnamento.
Le sue conoscenze musicali e il cognome blasonato gli permettono infatti di impartire lezioni di musica ai giovani di buona famiglia.
La sua didattica, tuttavia, è sui generis. Ecco come racconta il tipico svolgimento delle sue prestazioni domiciliari:
«Arrivavo. Mi gettavo su una sedia: «Che brutto tempo! Che fatica questa strada!». Biascicavo qualche notizia: «La Signorina Lemierre doveva svolgere il ruolo di vestale nella nuova opera. Ma è incinta […] Andiamo, Signorina [la figlia della proprietaria cui dovrebbe tenere lezione n.d.a.]; prendete il vostro libro». Mentre la Signorina, senza fretta, cerca il libro che ha smarrito […]. «La Clairon è davvero incomprensibile. Si parla di un matrimonio davvero assai strambo. […]». Intanto, finalmente, s’era ritrovato il libro della Signorina sotto una poltrona dove era stato trascinato, masticato, strappato da un giovane mastino o da un gattino. Lei si metteva al clavicembalo. Iniziava a far rumore da sola, poi mi avvicinavo io, dopo aver fatto alla madre un cenno di approvazione. La madre: «così non è male; basterebbe solo un po’ di buona volontà, ma non ne avete. […] Voi non sarete ancora uscito di qui, che il libro è già chiuso; e lei lo riaprirà soltanto al vostro ritorno. E per di più, voi non la rimproverate mai». Intanto, poiché si doveva comunque fare qualcosa, le prendevo le mani e le sistemavo in modo diverso. Mi arrabbiavo. La sgridavo: «sol, sol, sol; signorina, è un sol». La madre: «Signorina, non avete proprio orecchio? […] Così non fate progressi…». Allora, attenuavo un po’ i colpi e scuotendo la testa dicevo: «Perdonatemi, signora, perdonatemi. Potrebbe andar meglio, se la signorina volesse; se studiasse un po’ di più; ma non è poi così male». […] La madre: «Signor Rameau, voi la lusingate; siete troppo buono». […] L’ora era passata. L’allieva mi presentava il piccolo compenso, con la grazia del braccio e con la riverenza che aveva imparato dal maestro di danza. Io lo intascavo […]. Chiacchieravo ancora un po’, per educazione; poi sparivo; ed ecco quella che si chiamava allora una lezione di accompagnamento» (ivi, pp. 2229, 2231).
La lezione di Rameau è un sapiente atto mancato. Si accomoda, saluta la padrona di casa; comincia a parlare del più e del meno. Approfitta della lentezza della Signorina nel trovare il libro di musica; rilancia la discussione con nuovi “faits divers”, piccanti pettegolezzi che distraggono la madre. Finalmente, la Signorina è pronta. Bisognerà pur fare qualcosa! Qualche nota, un rimprovero, un elogio, un retorico incoraggiamento, e il gioco è fatto. La lezione è finita, si intasca il compenso.
Non vi ricorda nulla?
La fortuna di molti teachtoker si è costruita sulla ripresa, inconsapevole, del nostro maestro di musica. Il teachtoker entra in classe e, come lo Sherlock Holmes di Robert Downey Jr, rallenta il tempo, anticipa i gesti, calcola le reazioni, immagina la coreografia degli eventi.
Cerca la giusta esposizione; con la promessa di un buon voto, nomina il cameraman; registra, controlla, ripete. Migliora la posa, la naturalezza, la fluidità dell’eloquio. Un nuovo essai, ulteriori severissimi controlli qualità. Le aule, i corridoi, i distributori del caffè, gli alunni e i colleghi si brandizzano; sono risucchiati dal mondo delle non-cose, nutrendo l’insaziabile feticismo dei dati.
Il minuto di perfezione, dove seduti sulla cattedra si distribuiscono perle di saggezza, si eternizza. Il finto moto di affetto che traspare dallo sguardo intenso del docente è consegnato ai social, dove potrà echeggiare all’infinito con like, condivisioni e “osanna”. Per ogni istante che si dilata sui social – perché la superficie dello smartphone è il buco nero in cui il tempo si ferma –, passano molteplici ore reali. «L’ora era passata».
Quanti moralismi! Tanti sono gli insegnanti che non fanno il proprio dovere; in ogni settore, non troviamo forse le più varie tipologie di lavativi? Perché prendersela con i teachtoker?
In effetti, Rameau avrebbe una spudorata argomentazione per difenderli:
«Lui: […] signor filosofo, c’è una coscienza generale. Come esiste una grammatica generale; e poi delle eccezioni in ciascuna lingua che voi chiamate, credo, voi dotti, dei, degli… aiutatemi dunque degli…
Io: Idiotismi.
Lui: Esattamente. Ebbene, ogni condizione ha le sue eccezioni alla coscienza generale alle quali darei volentieri il nome di idiotismi di mestiere. […] Il sovrano, il ministro, il finanziere, il magistrato, il militare, il letterato, l’avvocato, il procuratore, il commerciante, il banchiere, l’artigiano, il maestro di canto, il maestro di danza, sono tutta gente assai onesta, benché la loro condotta si allontani in più punti dalla coscienza generale e sia piena di idiotismi morali. Più è antica l’istituzione delle cose, più numerosi sono gli idiotismi; più le epoche sono infelici, più gli idiotismi si moltiplicano. […] Ora dunque un idiotismo comune a quasi tutte le condizioni – infatti ve ne sono di comuni a tutti i paesi, a tutti i tempi, come vi sono sciocchezze comuni –; un idiotismo comune è quello di procurarsi il maggior numero di clienti possibile; una sciocchezza comune è quella di credere che il più abile è colui che ne ha di più. Ecco due eccezioni alla coscienza generale alle quali bisogna piegarsi. È una specie di credito. Non vale nulla in sé; ma vale per l’opinione» (p. 2233).
In tutti i mestieri vi è chi, più o meno, si allontana dalla coscienza morale: in parole più semplici, “fa il furbo”. Sono gli idiotismi di mestiere, le eccezioni che, secondo Rameau, sono parte della regola. Dove c’è un mestiere, lì c’è un idiotismo. Del resto, l’idiotismo appare funzionale al mestiere stesso: chi acquisisce fama in modo non trasparente, fingendosi più abile di quanto sia, non porta comunque notorietà al mestiere che esercita?
Il docente che millanta tutte le virtù del vero insegnante non fa buona pubblicità a un lavoro spesso offeso, calpestato dai media e tenuto in bassa considerazione dalla società?
Il Rameau teachtoker direbbe che, in fin dei conti, dovremmo ringraziarlo per le sue pantomime e per il tempo che trascorre sui social, perché grazie a lui il docente viene salvato dall’oblio.
Certo, se non fosse che il mondo dei social è come l’infinito di Cusano: la retta e la curva vi coincidono, e l’e-ducere finisce per confondersi con l’ob-sceno; il portar-fuori diventa ciò che sta fuori. Invece di lasciare segni destinati a maturare nel silenzio e nell’oscurità dell’anima degli studenti, si ammicca alla telecamera; invece di dialogare, ci si riflette sullo schermo.
L’idiotismo è estremo, ha pervertito a tal punto il mestiere da averlo annichilito. Perfino il nipote di Rameau non sarebbe d’accordo con questo esito:
«Si è detto che buona rinomanza vale più di cintura dorata. Tuttavia, chi ha buona rinomanza non ha nessuna cintura dorata; e io vedo che oggi chi ha la cintura dorata non manca affatto di rinomanza. Per quanto è possibile bisogna avere la rinomanza e la cintura» (ibid.).
Passi il fisiologico idiotismo da cui pochi sono immuni. Ma non si può rinunciare alla “cintura dorata”, cioè all’esercizio concreto della professione.
Eppure, il Rameau teachtoker è molto più scaltro del Rameau di Diderot. Il nostro è scatenato: la sua arsura non trova pace; e poi, in una società dello spettacolo in cui il confine tra realtà e finzione è sempre più labile, ha ancora senso distinguere la buona rinomanza dalla cintura dorata? Ormai è la buona rinomanza di un mestiere a fare il mestiere; non è più il mestiere a partorire i suoi idiotismi. È l’idiotismo a definire un determinato lavoro.
Almeno sui social si ha sempre più questa impressione: basta che l’idiotismo “influencer” si incolli a una professione perché avvenga la magia.
Nel mondo reale abbiamo medici, insegnanti, psicologi, ecc.; sui social abbiamo medici-influencer, insegnanti-influencer, psicologi-influencer, ecc.
Per dirla alla Stranger Things, vi sono due dimensioni: il reale e il Sottosopra. Ecco, se questi due mondi rimanessero distinti, la loro coesistenza si potrebbe tollerare, sebbene a malincuore. Il problema è che, proprio come nella serie televisiva, realtà e Sottosopra entrano in collisione, e il secondo parassita la prima con effetti catastrofici.
E dunque bisogna rimettere il paletto della cintura dorata e porre un limite all’idiotismo.
La dignità di Rameau e del teachtoker
Di tanto in tanto, la realtà, come ritorno del rimosso, esplode in faccia ai teachtoker. A volte il loro cinismo è così estremo che qualcuno alza la testa e, con un moto di parresia pieno di legittimo disgusto, pronuncia un J’accuse.
Questi appelli alla realtà e al buon senso cadono per lo più nel vuoto, ingoiati dalla notte buia algoritmica in cui tutte le vacche sono nere. Capita però che riescano ad aprire una crepa nella densa massa dei follower del teachtoker. Una perturbazione, un’onda d’urto, risuona nella community e si comincia a chiedere spiegazioni, manifestando un certo disappunto. È giusto filmare i bambini in classe? Perché riprendersi mentre si fa lezione? È etico obbligare gli alunni a mettere like ai propri video o a seguire le dirette? È corretto tenere corsi di formazione se si è un teachtoker precario, privo di titoli accademici oltre la laurea e di pubblicazioni scientifiche nel settore in cui si vanta di essere esperto?
Ecco, episodi simili sono rari, ma accadono. Il teachtoker trema, sente franare il terreno sotto i piedi: il suo inganno sta per essere smascherato. E allora deve prendere parola, difendersi o, se possibile, contrattaccare, perché teme che il silenzio generi un’emorragia di follower. Nulla è più doloroso per un influencer, di quale specie sia, che perdere i propri seguaci virtuali.
Che cosa dire?
Bisogna ribellarsi, ritrovare un po’ di dignità. Eh sì: per quanto possa sembrare assurdo, il nipote di Rameau e il teachtoker hanno una loro dignità.
«Lui: Voglio pure essere abietto, ma voglio esserlo senza costrizioni; voglio pure svilire la mia dignità. […] Voglio pure dimenticare la mia, ma quando più mi aggrada e non per ordine di qualcun altro. Bisogna proprio che mi si possa dire: «striscia» e che io sia obbligato a strisciare? È il modo d’essere del verme; è il mio modo d’essere; lo seguiamo entrambi quando veniamo lasciati a noi stessi; ma ci ribelliamo quando ci pestano la coda» (ivi, p. 2243).
Il commediante, il raccatta-like e follower vuole pure svilire la dignità propria – e quella del proprio presunto mestiere. Vuole anche strisciare, inventarsi mille facce, simulare l’intero spettro delle emozioni umane. Ma nessuno può dirgli che sta strisciando. Rameau non tollera che qualcuno gli ordini di strisciare: vuole essere “verme a modo suo”. Il teachtoker non può accettare che l’accusa di simulazione si diffonda, perché rovinerebbe il brand.
Il teachtoker non pronuncerebbe mai sui social queste audaci parole di Rameau:
«Io sono ai vostri occhi un essere profondamente abietto, assai spregevole e talvolta lo sono anche ai miei stessi occhi, ma raramente. Spesso mi complimento dei miei vizi più di quanto non mi biasimi» (ivi, p. 2265).
Deve correre ai ripari, portare prove reali che attestino la realtà della sua finzione. Non è un gioco di parole: è il paradosso del teachtoker quasi “rivelato”. Come dimostrare che la propria finzione è reale, quando la realtà è stata scientemente mistificata e abolita? Come chiamare la realtà a sostegno della finzione, se fino a quel momento si è agito come se la finzione fosse l’unica realtà?
Già ammettere che esiste una realtà dietro la finzione significa far vacillare il proprio storytelling; significa concedere che dietro lo schermo possa esserci un mondo altro, con interessi nascosti.
I “fatti” chiamati a difesa della finzione risultano quindi più grotteschi della finzione stessa; si crea un cortocircuito tragicomico, capace di superare tutte le pantomime di Rameau.
Potrà sembrare strano, ma in questi casi il teachtoker con più chance di sopravvivere alla tempesta è quello che resta coerente con la massima della propria condotta: solo la finzione è reale.
Fatti? Quali fatti! L’unica realtà è quella social. Ci si limita a parare timidamente i colpi, a glissare sulle contestazioni, a proseguire con lo storytelling; si rimuove qua e là qualche post o video pericoloso; si cancellano i commenti compromettenti, si bloccano gli utenti urticanti. Si applica la candeggina digitale. In silenzio.
Poi si prega che passi la burrasca e torni il bel tempo.
In genere, nella nostra società dello spettacolo e dell’infosfera, le crepe della realtà sui social tendono a richiudersi. Tuttavia, l’arsura del Rameau scatenato non lo porta a osare troppo? Per quanto tempo il suo mondo virtuale resterà impermeabile alla realtà? La finzione parassita la realtà, ma ne ha bisogno: è la pulce che necessita di un ospite.
Il gioco dei Rameau contemporanei resta pericoloso; a quali esiti porterà non è semplice dirlo. Gli effetti più sinistri sono già visibili; buona parte della parabola rimane ancora nell’ombra.
Conclusione
Non resta che chiudere con le enigmatiche parole di Rameau e di Diderot: «riderà bene chi riderà per ultimo».
Cosa voleva dire il filosofo non è chiaro. Il suo quesito rilancia comunque i nostri: dove ci condurranno fenomeni come quello dei teachtoker? La pornografia delle professioni, il metterle in vendita, in bella mostra sui social, renderle ob-scene – soprattutto poi quando si tratta di mestieri delicati come quello dell’insegnante (o del medico o dello psicologo) – dove ci porterà?
Quale futuro ci attende?
«Riderà bene chi riderà per ultimo». Vi sarà ancora spazio per delle vere risate? O resteranno solo dei ghigni, delle smorfie, studiati movimenti facciali per monetizzare che di nulla possono ridere, perché solo nel mondo reale si può ridere o piangere?
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